Il punto di vista
Se il pane costa più del cellulare: il paradosso di un Occidente dove il superfluo ha preso il posto del necessario
Le proteste contro il caro vita mostrano una crisi di sistema che va oltre le connotazioni politiche dei governi. Ma una cultura di destra libera di esprimersi può fornire le risposte giuste
C’è qualcosa di storto nel sistema sociale ed economico dell’Occidente, se il pane costa più del cellulare. E già, da me va a 4,5 euro (pari alle un dì 9.000 lire), il pane, il che significa 1.642 euro l’anno (tre milioni e rotti di lire), se la famiglia di quattro persone si contenta di un chilo il giorno. Per la storia, in tempo di guerra il razionamento fu di grammi 100; oggi, in pace e benessere, saremmo a testa a grammi ben 250! Un cellulare non fantascientifico si trova a 150 euro, anche meno; un abbonamento medio, a 5-10 euro mensili; la famiglia di quattro persone spende, in un anno, 600 euro di acquisto (se cambia apparecchio ogni anno, quasi mai) e 50-100 euro di esercizio. Questi approssimativi calcoli mostrano che il portatile costa effettualmente meno del panino.
Due conti tra pane e cellulare
Riflettiamo un momento su un’altra evidenza. I cellulari di trent’anni fa erano rari, ingombranti, costosi da acquistare e costosissimi da usare. Oggi non solo si vendono a poco, ma l’uso è a prezzo stracciato; e certamente meno gravoso di quando ci arrangiavamo con i gettoni. Il pane un dì costava molto ma molto di meno di oggi. Riassunto del 2026: il pane è alle stelle e il portatile te lo regalano.
Tra poco graverà di meno acquistare un’auto destinata a durare cinque/dieci anni, che rifornirla ogni giorno di benzina. Eccetera: ognuno di noi di una certa età si diletti a fare di questi sorprendenti paragoni rispetto a qualche decennio addietro.
Cos’è che fa costare poco il telefono? Che le materie prime sono sabbia e plastica con opere d’ingegno ormai non eccelse; il pane va a molto perché costano i passaggi dalla terra all’aratura al concime alla mietitura alla macina alla farina all’impasto alla vendita, e ogni passaggio è accompagnato da Iva e tasse varie, nonché costi di mezzi ed energia e gestione e lavoro.
Un problema di sistema, non di connotazione politica
Se questi conti sono convincenti, e se li applichiamo al quotidiano, dobbiamo capire che qualcosa non funziona nel sistema occidentale di produzione e distribuzione delle merci. E non funziona, se moltissimi, ormai davvero moltissimi, non riescono a procurarsi beni e servizi essenziali; mentre, lo ripeto, gli stessi identici moltissimi poveri possono comprare, e davvero comprano (a comode rate), aggeggi elettronici anche di altissimo e complicatissimo livello.
Non funziona, il sistema; e molti protestano. Protestano in Italia, dove il governo è di destracentro; protestano in Germania, dove il traballante governo è vagamente di centro; protestano, molto più violentemente, in Francia dove il governo, almeno per ora, è di sinistra; in Usa, per effetto di un buon meccanismo costituzionale, votano contro Trump. Qualcosa mi dice che nessun governo, e di nessun segno, può farci granché, giacché il problema non è contingente, ma è di meccanismi sociali e di struttura dell’economia e della produzione e distribuzione.
La mancanza di una gerarchia tra necessario e superfluo
L’Occidente manca di una filosofia che interpreti il presente, e proponga l’avvenire. E qui non mi riferisco alla filosofia nel senso più alto, giacché l’Occidente laicizzato ha ufficialmente (ma, grazie a Dio, non nelle anime!) rinunciato a ogni metafisica e visione della vita e del mondo; dico una filosofia pure terra terra, una modesta ideologia che studi le storture ed escogiti qualche rimedio. E che individui una corretta gerarchia di indispensabile, necessario, utile, quotidiano, e solo dopo il superfluo: in quest’ordine; e non l’attuale eccesso di superfluo e carenza dell’indispensabile. La gente vive spesso in catapecchie, però con televisori megagalattici.
Un disagio che va oltre la questione economica
È inevitabile il disagio, comunque lo si senta; ed è un disagio esistenziale, non solo economico o finanziario. Il lavoro? Chi l’ha detto che nel 2026 il lavoro debba funzionare come nel 1826? O nel 1976, quando io, nel mio piccolo, iniziai a scrivere sul Secolo, e mandavo gli articoli per posta con francobollo, e qualcuno pazientemente li copiava in tipografia; e oggi tali operazioni sono immediate e gratuite. Si può lavorare diversamente, a distanza, con grande risparmio di viaggi e spese e pericoli. Nel 1922, le otto ore di lavoro furono una rivoluzione sociale invece delle dieci; oggi, il lavoro non si misura a tempo ma a qualità.
La risposta in una cultura di destra libera di esprimersi
E se il tempo libero aumenta, e c’è dunque il rischio dell’ozio padre dei vizi, ecco che la libertà si può riempire di cultura (cultura vera, non depressa, non noiosa!), e di attività, che a loro volta sono per qualcun altro lavoro qualificato. E la scuola? Qualcuno lo deve dire che il diploma “pezzo di carta” non è più la bacchetta magica di ogni posto di lavoro (non sempre lavoro!), anche perché ormai lo danno a tutti come la carta d’identità!
C’è da chiedersi come insegnare, certo; ma soprattutto cosa insegnare e per quale finalità. È ora di finirla con una scuola cui una pedagogia retorica e parolaia appioppa compiti di “lotta” a questo o a quello, o vaga “educazione” che maleodora di propaganda e demagogica “inclusione”; e tornare all’istruzione: se greco, sia greco; se trigonometria, trigonometria; chimica, se dev’essere chimica… e restituire dignità alla millenaria istruzione tecnica e all’apprendistato, finora tacciati d’inferiorità da una mentalità borghesuccia. Chi deve proporre ciò? È ovvio, lo deve fare una cultura di destra, libera di esprimersi, però anche sapientemente organizzata. Se c’è o meno, ognuno lo giudichi con le sue personali esperienze. Io mi fermo qui.