Iran, la democrazia dimenticata: il libro che racconta le radici della libertà soffocata dagli ayatollah
Ladan Boroumand, storica attivista, figlia di un martire del laicismo liberale, ricostruisce il secolo di scontri tra sovranità popolare e teocrazia. Dalla resilienza criminale del regime che finanzia Hezbollah fino al coraggio delle donne e degli studenti nel nome di Mahsa Amini: ecco perché la rivolta di oggi contro l’eredità degli ayatollah affonda le radici nella storia
Ladan Boroumand, nota storica e attivista per i diritti umani, firma con «Iran, la démocratie oubliée» (pubblicato in Francia da Calmann-Lévy e proposto in Italia da Rubbettino col titolo «Iran, la democrazia dimenticata») un’opera che unisce il rigore della ricostruzione storica al peso drammatico di una memoria personale. L’autrice è infatti figlia di Abdorrahman Boroumand, assassinato dai fanatici islamici a causa della sua stretta collaborazione con Shapour Bakhtiar, l’ultimo Premier laico e liberale nominato dallo Scià nel disperato tentativo di arginare la deriva teocratica prima della rivoluzione del 1979. Attraverso un’analisi lucida e profonda che ripercorre l’intera storia politica del Paese, il saggio non si limita a decostruire l’ascesa dei mullah, ma si fa interprete di una vibrante speranza: restituire voce e dignità alle radici democratiche della società civile iraniana, soffocate dal regime ma mai del tutto sradicate.
La sovranità del popolo o la volontà di Dio (1906-1979)
Quando, nell’autunno del 1978, l’ayatollah Ruhollah Khomeini giunse in Francia per guidare la rivolta contro lo Scià, l’opinione pubblica occidentale cadde in un clamoroso equivoco prospettico. Molti videro in lui il leader di una classica battaglia antimperialista novecentesca: da un lato il mullah, custode dell’autentica identità irano-sciita e sostenuto dalle masse; dall’altro un monarca filostatunitense, colpevole di aver imposto un’occidentalizzazione forzata. Una narrazione superficiale che contagiò persino una gioventù iraniana ormai orfana della propria memoria storica, pronta a scorgere in Khomeini un salvatore al di sopra di ogni sospetto. Pochi, in quel momento, compresero che l’ayatollah non stava inaugurando un’era nuova, ma stava capitalizzando una reazione teocratica le cui radici affondavano a metà del XIX secolo. Una partita squisitamente interna: sebbene l’Occidente vi abbia giocato un ruolo, la vera posta in gioco era l’anima stessa dell’Iran, divisa tra la modernità costituzionale e il dogmatismo religioso.
Un salto indietro di centoventi anni
Per comprendere la tesi di Ladan Boroumand sul «tradimento» della democrazia dimenticata, occorre risalire al 1906. In quell’anno cruciale, Mozaffareddine Scià Qajar – quinto sovrano di una dinastia fondata nel 1796 da Agha Mohammad Khan – cedette alle pressioni popolari firmando il Farman-e mashrutiyat, il decreto reale che istituiva l’Assemblea Nazionale e sanciva la nascita del regime costituzionale. Fu una svolta epocale: per la prima volta nella storia del Paese (allora noto in Occidente come Persia), la sovranità veniva sottratta al diritto divino e attribuita formalmente alla nazione.
L’esperimento nacque però in condizioni drammatiche. Intorno al 1909, l’Iran era un Paese strutturalmente fragile, impoverito, in bancarotta e frammentato tra un potere centrale logorato dal nepotismo e potentati tribali autonomi. Su questa realtà arcaica e refrattaria si innestò l’arduo compito dei riformatori e dei costituzionalisti liberali – i veri precursori ideali della linea politica che decenni dopo sarebbe stata difesa da figure come Shapour Bakhtiar. Al deficit di strutture interne si sommarono presto le interferenze geopolitiche: colte di sorpresa dal risveglio democratico persiano, potenze imperialiste come il Regno Unito e la Russia imperiale compresero che non bastava più manipolare i notabili locali. Per mantenere la propria egemonia, Londra e San Pietroburgo dovettero iniziare a fare i conti con un attore del tutto nuovo e formidabile: un’opinione pubblica vibrante, animata da una stampa libera e mossa da una profonda aspirazione collettiva alla dignità nazionale.
L’era Pahlavi: riforme sociali e cortocircuiti costituzionali
Sotto la dinastia Pahlavi – prima con il padre Reza Shah e poi con il figlio Mohammad Reza – l’Iran visse una profonda scissione tra la teoria democratica e la prassi autoritaria. Formalmente il popolo restava sovrano, ma nei fatti veniva privato del diritto di esercitare tale sovranità. La magistratura, pur indipendente sulla carta, subiva le strumentalizzazioni dell’esecutivo. Il monarca, che secondo il dettato costituzionale avrebbe dovuto regnare senza governare, guidava il Paese in prima persona eludendo la responsabilità politica dinanzi a un Parlamento ridotto, da elezioni tutt’altro che libere, a una semplice camera di ratifica.
Eppure, a questo deficit di libertà politica si contrappose uno straordinario impulso modernizzatore sul piano civile e sociale, specialmente sul fronte dei diritti delle donne. Reza Shah inaugurò una stagione di emancipazione senza precedenti, garantendo alle donne l’accesso all’istruzione pubblica e abolendo l’obbligo del velo. Una misura, quest’ultima, imposta con la forza a tutta la popolazione femminile (comprese le fasce più tradizionaliste) che scatenò la furente mobilitazione del clero sciita. Il successore, Mohammad Reza Shah, proseguì su questo solco progressista: concesse il diritto di voto alle donne nel 1963, ne tutelò lo status giuridico in ambito familiare con le leggi del 1967 e del 1975, e aprì loro le porte delle alte cariche legislative, esecutive e giudiziarie, sfidando apertamente i veti tradizionali della sharia.
Fu proprio questa accelerazione laica e secolarizzatrice a decretare l’ostilità giurata dell’ayatollah Khomeini contro il trono del Pavone. Boroumand evidenzia un dettaglio cruciale per comprendere l’essenza di quel sistema: pur accentrando il potere politico e usurpando le prerogative di governo e Parlamento, Mohammad Reza Shah non cercò mai di scardinare la centralità della Carta del 1906. Quella Costituzione, custode delle speranze liberali d’inizio secolo, rimase fino al 1979 il punto di riferimento e la fonte ultima di legittimità per tutti gli attori politici. Persino nel tragico scontro del 1953 tra lo Scià e il Primo Ministro Mohammad Mossadegh, entrambe le fazioni scesero in campo invocando la lettera o lo spirito di quel testo. Era quello il «patrimonio sacro» che i liberali democratici cercavano di salvare e che l’estremismo islamico si preparava a cancellare.
Shapour Bakhtiar: dal fango della Resistenza europea alla difesa della libertà
In questo scenario di cortocircuiti democratici, la figura di Shapour Bakhtiar emerse come l’incarnazione più pura e coerente dello Stato di diritto. Le radici del suo impegno intellettuale e politico affondano nella Parigi degli anni Trenta, dove il giovane studente iraniano maturò un’intolleranza viscerale per ogni forma di autocrazia: l’idea che la volontà di un solo uomo potesse sostituirsi a quella del popolo come fonte del diritto gli era semplicemente insopportabile. Non deve stupire, dunque, se nel 1939, di fronte all’avanzata nazista, Bakhtiar non scelse la via del disimpegno, ma decise di arruolarsi nell’esercito francese per combattere gli invasori.
Quell’esperienza tra le fila della Resistenza europea fu per lui una palestra di vita e di militanza clandestina, un bagaglio di ferrea disciplina che gli sarebbe tornato tragicamente utile sia sotto il regime autoritario dello Scià, sia, più tardi, contro la ferocia teocratica di Khomeini. Quando il primo gennaio del 1946 Bakhtiar intraprese il viaggio di ritorno in patria, dopo aver discusso una brillante tesi di dottorato, non portava con sé soltanto prestigiosi titoli accademici. Portava la consapevolezza profonda di chi aveva assistito al crollo delle democrazie liberali e aveva compreso come i populismi potessero spianare la strada ai totalitarismi moderni. Ma aveva anche visto come la fede nell’umanità e nella libertà avesse alimentato la Resistenza; una fede che egli stesso aveva servito a rischio della vita e che divenne la bussola della sua intera esistenza.
L’armonia tra Oriente e Occidente: lo spessore culturale di un leader
La visione politica di Shapour Bakhtiar era sorretta da una cultura umanistica di rara profondità, capace di abbattere ogni barriera linguistica o geografica. Nella sua mente, i versi mistici dei poeti persiani Hafiz e Rumi dialogavano costantemente e armoniosamente con le opere di Paul Valéry e André Gide. Un eclettismo che affondava le radici in un incontro straordinario avvenuto a Parigi nel 1940 con il filosofo Henri Bergson. Da quel colloquio, il giovane Bakhtiar trasse un insegnamento fondamentale: «Il giorno in cui riuscirete a passare dalla filosofia alla poesia, dalla poesia alla filosofia, e persino al diritto e all’etica, quel giorno avrete raggiunto la cultura. Esiste un’unità nella spiritualità: trovate la via – essa esiste, ma non vi è alcuna formula precostituita; spetta a voi scoprirla».
Bakhtiar fece di quel consiglio la bussola del proprio spirito, imparando a muoversi con disinvoltura tra una commedia di Molière e una pagina di Kant. Come lui stesso avrebbe confidato, lasciando la terra transalpina sentiva di portare con sé un pezzo dell’anima francese. Un’anima che non era solo squisitamente letteraria, ma profondamente politica, plasmata dal pensiero e dall’esempio di giganti così diversi tra loro come Jean Jaurès, Léon Blum e il generale Charles de Gaulle. Era questo connubio perfetto tra l’alto retaggio culturale persiano e le grandi correnti ideali dell’Occidente a definire la statura dell’uomo che, di lì a poco, avrebbe tentato l’impossibile per salvare il suo Paese dal baratro dell’oscurantismo.
Si può affermare che Bakhtiar sia stato il primo uomo politico a riconoscere, de facto se non de jure, il diritto di voto alle donne a cui si arriverà nel 1963 durante la «Rivoluzione Bianca». Il suo arbitrato imparziale, che consentì di placare le tensioni, e la sua sincera difesa dei diritti dei lavoratori, in qualità di rappresentante dello Stato, gli valsero il rispetto e l’ammirazione di questi ultimi.
Bakhtiar rivendicò fino alla morte (avvenuta in esilio nel 1991 per mano di sicari del regime islamico) la sua assoluta fedeltà ai principi di laicità, democrazia e sovranità nazionale.
Khomeini: la reazione teocratica contro la modernità
Sul fronte opposto a Bakhtiar, la figura di Ruhollah Khomeini incarna la parabola di un mullah reazionario plasmato dal risentimento contro la modernizzazione. Durante gli anni della sua formazione, sotto il regno di Reza Shah, il futuro ayatollah fu testimone impotente della progressiva perdita di centralità sociale del clero sciita. Le riforme della dinastia Pahlavi colpirono al cuore i gangli del potere teocratico: l’abolizione dei tribunali della sharia, la nascita di un sistema scolastico statale e laico e, soprattutto, l’imposizione del divieto di indossare il velo.
L’introduzione delle scienze moderne nei programmi di studio non si limitò a rinnovare la cultura del Paese, ma mise radicalmente in discussione i paradigmi medievali della giurisprudenza islamica e l’infinità di rituali codificati nei secoli per controllare capillarmente la vita quotidiana dei fedeli. Davanti al tentativo brutale e verticistico di Reza Shah di limitare l’influenza dei religiosi, Khomeini maturò la sua dottrina eversiva. Nel suo disegno dogmatico, la democrazia e la sovranità popolare sono eresie intollerabili: per Khomeini non può esistere che un solo governo legittimo, ovvero quello guidato da Dio. Di conseguenza, gli uomini non devono sottomettersi a leggi umane o costituzionali, ma esclusivamente ai comandamenti divini o a coloro – come i giuristi islamici – che Dio stesso ha designato per governarli. È l’atto di nascita teorico della futura oppressiva teocrazia dei mullah.
La resilienza di Teheran: perché il regime non crolla
Nonostante un gravissimo dissesto economico – segnato da un’inflazione insostenibile, dal crollo del rial e da infrastrutture fatiscenti – e malgrado le continue pressioni e gli attacchi di Stati Uniti e Israele, la Repubblica Islamica mantiene un controllo ferreo sul Paese. Il mancato collasso della leadership teocratica di Teheran si spiega attraverso due precisi fattori strutturali: un apparato repressivo monolitico: La fedeltà fanatica dei Pasdaran (Guardiani della Rivoluzione) e delle milizie Basij azzera ogni rischio di frattura interna. Queste forze paramilitari controllano capillarmente il territorio e l’economia, impedendo sul nascere qualsiasi saldatura tra i manifestanti e gli apparati di sicurezza. E ancora: economia di guerra, vie di fuga e finanziamento del terrore: Decenni di sanzioni hanno spinto l’Iran a sviluppare una fitta rete di mercati neri e canali finanziari occulti. Questo sistema parallelo non solo permette a Teheran di eludere parzialmente l’isolamento esportando greggio verso partner strategici come la Cina, ma garantisce anche i flussi di denaro necessari a finanziare e armare le associazioni terroristiche della galassia sciita, a partire da Hezbollah.
L’eredità di Mahsa Amini: donne e studenti per una nuova rivoluzione
La risposta a questa oppressiva resilienza teocratica risiede oggi nelle piazze, animate da una nuova, formidabile avanguardia. Il movimento «Donna, Vita, Libertà», esploso nel settembre 2022 dopo il tragico martirio della ventiduenne curdo-iraniana Mahsa Jina Amini – uccisa dalla polizia morale per un velo indossato in modo «improvvido» –, ha ridefinito per sempre i confini della dissidenza. Ponendo i diritti civili e l’autonomia femminile al centro della rivolta, questa storica ondata di resistenza civile ha trasformato la rivendicazione di genere in un’esplicita richiesta di rovesciamento del regime.
È proprio in questa saldatura ideale che si intravede la chiave per il futuro dell’Iran: il ruolo fondamentale e congiunto delle donne e degli studenti. Ricollegandosi idealmente alle battaglie dei costituzionalisti del 1906 e alla lucida resistenza laica di Shapour Bakhtiar, le nuove generazioni nelle università e le donne nelle strade stanno dimostrando che la coscienza democratica del Paese non è stata eradicata. Se il regime teocratico cadrà, non sarà per un intervento esogeno, ma per la spinta incontenibile di questa alleanza sociale. Come ci ricorda Ladan Boroumand, la «democrazia dimenticata» dell’Iran possiede radici profonde: spetta ora al coraggio delle donne e alla freschezza della gioventù studentesca trarre la lezione della storia e compiere l’ultimo, decisivo passo verso la libertà.