Nelle pieghe della storia
Il salto che unì Jesse Owens e Luz Long alle Olimpiadi di Berlino del 1936: storia di un’amicizia oltre la guerra
"Il salto più lungo di Claudio e Nino Minoliti racconta un legame iniziato sulla pista dell’Olympiastadion, che non si interruppe con la morte di Long ucciso in Sicilia nel 1943 e che sfata molti luoghi comuni
Alle Olimpiadi di Berlino del 1936, che gli organizzatori avevano concepito come una vetrina per presentare al mondo la nuova Germania, un episodio sulla pedana del salto in lungo consegnò alla storia un’immagine diversa: quella dell’amicizia fra il campione americano Jesse Owens e il primatista tedesco Luz Long. È proprio da quell’incontro che prende le mosse Il salto più lungo, il volume dei giornalisti Claudio e Nino Minoliti, pubblicato da Mimesis. Gli autori ricostruiscono non soltanto la competizione olimpica, ma anche il destino dei due atleti, il loro legame personale e le vicende storiche che avrebbero segnato le loro vite.
Le Olimpiadi del 1936
Trascorsi 90 anni, l’XI Olimpiade si fa ricordare per la perfetta organizzazione della manifestazione, per l’introduzione della corsa della torcia che termina con l’accensione del braciere olimpico, per le innovazioni tecniche di Leni Riefenstahl per il film Olympia. E, naturalmente, per le imprese degli atleti. In primis le quattro medaglie d’oro vinte dal nero americano Jesse Owens e il primo oro italiano al femminile conquistato da Ondina Valla.
Il salto più lungo
Jesse Owens e Luz Long erano a conoscenza delle rispettive prestazioni sportive ma non si conoscevano. Si trovarono faccia a faccia per la prima volta sulla pista dell’Olympiastadion. Owens stava incontrando difficoltà per qualificarsi, in quanto il segnale posto lungo la pedana per controllare la regolarità dei passi di rincorsa era stato inavvertitamente spostato. Luz se ne era reso conto e lo segnalò all’americano che al salto successivo raggiunse la qualificazione.
La nascita di un’amicizia
In attesa della finale i due atleti si sdraiarono sul prato uno accanto all’altro, sorridendo e scambiandosi consigli. Era nata un’amicizia che nel futuro si sarebbe estesa alle famiglie degli atleti. La scena fu immortalata dal fotografo personale di Hitler, Heinrich Hoffman, l’uomo che avrebbe presentato al Führer la sua futura moglie Eva Braun.
Dopo un testa a testa nella finale, Owens aggiungerà l’oro della specialità alle medaglie dello stesso metallo conquistate nei 100, 200 metri piani e nella staffetta 4×100. Luz Long si dovrà accontentare dell’Argento.
La fake news del razzismo contro Owens
Il libro fa piazza pulita dell’invenzione dell’atteggiamento razzista di Hitler nei confronti del campione americano, variamente declinato dal media di turno (non l’ha salutato, non gli ha stretto la mano, non gli ha dato la medaglia), ma semplicemente inesistente.
Lo ha scritto chiaramente Owens nelle sue memorie dalle quali nel 2016 è stato tratto il film Race. Se qualche forma di razzismo nei suoi confronti ci fu, questa avvenne negli Stati Uniti, paese nel quale la segregazione razziale restò in vigore fino al 1964. Soltanto quest’anno si è potuta leggere su di un quotidiano mainstream una chiara smentita della reiterata fake new in un articolo pubblicato per i 90 anni dell’Olimpiade berlinese.
Il destino di Long
Il salto più lungo alterna le parti dedicate all’Olimpiade con i capitoli nei quali è narrato il destino a cui andò incontro l’atleta tedesco.
Jesse Owens e Luz Long non si incontrarono personalmente mai più ma rimasero in contatto epistolare. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, come ogni buon tedesco, Long andò a combattere per la sua patria. Dopo diverse assegnazioni si ritrovò in Sicilia durante lo sbarco degli Alleati, l’operazione Operazione Husky, iniziata nella notte tra il 9 e 10 luglio 1943.
Nella piana di Gela italiani e tedeschi resistettero tenacemente agli americani che non vennero ributtati in mare soltanto perché i loro soldati erano sostenuti dai cannoni dell’artiglieria navale. Long venne ferito e morì quattro giorni dopo l’inizio dello sbarco. Oggi è sepolto nel cimitero militare germanico di Motta Sant’Anastasia.
La traccia di “Uccidi gli italiani”
Nel libro i due autori ricostruiscono anche i massacri dei prigionieri italiani e tedeschi ai quali si abbandonarono i soldati statunitensi nelle prime fasi dell’invasione utilizzando come traccia lo studio di Andrea Augello, Uccidi gli italiani, edito da Mursia nel 2009.
In precedenza, quando aveva compreso che la Germania potesse uscire sconfitta dalla guerra, Long aveva scritto all’amico-rivale una lettera dal significato di un testamento nella quale gli chiedeva di andare in Germania al termine del conflitto a ritrovare suo figlio Kai e parlargli di suo padre.
Jesse Owens ci andò davvero e poté incontrarlo. Raccontò al ragazzo della loro finale olimpica e fece sì che l’amicizia tra i due atleti nata sulla pista dell’Olympiastadion si trasferisse alle rispettive famiglie.
Il film sull’Olimpiade
Molto interessante il capitolo del libro dedicato alla realizzazione del film Olympia, nel quale sono ricordare le «invenzioni» tecniche utilizzate Leni Riefenstahl che gettarono le basi per le moderne riprese sportive. La regista fece anche ripetere delle prove a diversi atleti, compresi alcuni salti di Owens e Long.
Con i mezzi di allora la post produzione fu un lavoro enorme. Solo per visionare le 220 ore di girato ci vollero dieci settimane e 18 mesi furono necessari per il montaggio finale e la sincronizzazione delle musiche di accompagnamento. Il 20 aprile 1938, prima che divenisse un successo mondiale, il film fu presentato a Berlino. Leni Riefenstahl, nella sua autobiografia Stretta nel tempo, ricorda così quel momento: «Le immagini di Olympia presero a scorrere una dopo l’altra: i templi, le statue, le sculture, il tedoforo, il fuoco olimpico acceso nello stadio di Berlino… Chiusi gli occhi, ripensando alle fatiche contenute nel film; poi sopraffatta dall’emozione, presi a singhiozzare, incurante del trucco e del mascara».
La guerra inutile
Nell’economia del libro risultano forse troppo estesi i due ultimi capitoli dedicati alle persone e ai luoghi legati ai protagonisti Luz Long e Jesse Owens. Completa il volume una bibliografia utile ai lettori che vorranno approfondire le diverse tematiche trattate ne Il salto più lungo.
Per quanto concerne la campagna d’Italia ci permettiamo di aggiungere il saggio dello studioso inglese Eric Morris, La guerra inutile, nel quale si dimostra come tutta l’Operazione Husky — dallo sbarco sulle spiagge siciliane fino alla conclusione nella pianura padana—, fosse strategicamente non necessaria per la condotta Alleata della guerra, fu mal condotta e causa di enormi quanto evitabili sofferenze per la popolazione civile.