Custodire la memoria
Dai caduti in Bosnia a Redipuglia: con la destra il tributo va oltre il dovere e diventa volontà
Una parte della classe dirigente oggi ai vertici dello Stato porta con sé un apprendistato maturato nella militanza, nelle commemorazioni, nella custodia di nomi e anniversari. Nelle istituzioni lo ha trasformato in un impegno più grande: parlare alla Nazione intera
Quattro vite italiane si sono spezzate in Bosnia a pochi giorni dal 4 novembre. Simone Ruggia, Claudio Marchesi, Franco Adriano Zecchillo, Laura Procacci. L’incidente del 29 ottobre, durante la missione Eufor Althea, ha ricondotto la Nazione davanti alla realtà più esigente del servizio: uomini e donne che affidano la propria esistenza a un giuramento, assumendosi anche il rischio di non tornare pur di compiere il proprio dovere.
Il dovere di custodire ciò che altri hanno pagato con la vita
Pronunciarne i nomi significa già compiere un primo atto di giustizia. Sottrarli alla distanza della notizia, disintermediare, riconsegnarli alla prossimità della comunità nazionale. Quest’anno, Madama Sorte ha voluto accostare nel calendario l’afflizione alla Vittoria, che addusse, anch’essa, numerosi lutti. Il 4 novembre porta con sé il sangue delle trincee, le case rimaste in attesa, le generazioni falciate nella loro primavera. Nel 1918 l’Italia raggiunse un compimento della propria Unità attraverso un costo umano immenso. Quel sangue consegna ai vivi un’obbligazione che attraversa il tempo: custodire ciò che altri hanno pagato con la propria vita.
La memoria come responsabilità personale oltre che istituzionale
Nella stagione del governo di destra-centro la dimensione del tributo ai caduti ha acquistato una particolare evidenza. Il cambio di passo identitario si può leggere nella volontà di abitare i simboli, di restituire loro intensità, di assumere la memoria come una responsabilità personale oltre che istituzionale. Una parte della classe dirigente oggi ai vertici dello Stato porta con sé un apprendistato maturato nella militanza, nelle commemorazioni, nella custodia di nomi e anniversari. Entrando nelle istituzioni, quel patrimonio diventa un impegno più grande: parlare alla Nazione intera, scuoterne le corde attraverso un universo comune di persone e simboli.
Una grammatica della presenza: esserci, sostare, rendere onore
Il percorso di Giorgia Meloni a Basovizza rende visibile questa continuità. Nel febbraio 2024 la presidente del Consiglio ricordò le visite compiute da ragazza, quando recarsi in quel luogo poteva significare isolamento, e il ritorno da adulta nel Giorno del Ricordo. Nella sua testimonianza la biografia politica incontra il dovere dello Stato: una memoria custodita negli anni assume piena voce istituzionale. Le vittime delle foibe e il dolore dell’esodo vengono riconsegnati al patrimonio nazionale, alla coscienza di tutti gli italiani. Il passaggio alla responsabilità di governo rende ancora più alto il compito: custodire il dolore, riconoscere la dignità delle vittime, trasformare la fedeltà della propria comunità in una capacità nazionale di raccoglimento.
A Redipuglia, il 4 novembre 2022, il presidente del Senato Ignazio La Russa rese omaggio ai caduti sotto una pioggia battente. L’immagine conserva tutt’ora una forza evocativa immediata: la seconda carica dello Stato davanti al Sacrario, esposta al diluvio, ferma con postura di chi omaggia. La Russa parlò di una giornata «bagnata dalla pioggia, ma illuminata dal grande ricordo». In quella luce evocata dentro il maltempo si riconosce una grammatica della presenza: esserci, sostare, rendere onore. Ad oggi, una delle immagini più forti di questa XIX Legislatura.
Il ricordo dei nomi scolpiti nella roccia
La presenza è anche il centro dell’omaggio reso da Meloni e Guido Crosetto ai quattro militari morti in Bosnia. Il 30 ottobre, al Villaggio Difesa di Roma, la deposizione dei fiori ha trasformato un luogo preparato per l’incontro con i cittadini in uno spazio di raccoglimento. La comunicazione istituzionale ha dato al dolore una forma accessibile: chiunque poteva avvicinarsi, lasciare un fiore, partecipare con il proprio silenzio.
Il gesto di governo apriva così la strada al gesto dei cittadini. Nel linguaggio di Crosetto ricorre l’immagine dei nomi scolpiti nella roccia della memoria. È una promessa di durata. Alla fragilità effimera della vita individuale lo Stato risponde assumendosi la custodia del nome, della storia, della famiglia. La roccia diventa figura di una riconoscenza destinata a sopravvivere a chi, oggi, la pronuncia e per chi un giorno, griderà “Presente!”.
Il senso dei simboli
Fotografia e video sui social prolungano questa partecipazione. Un’inquadratura può custodire la durata di un inchino, la gravità di uno sguardo, la cura con cui viene deposto un fiore. Chi osserva da lontano entra idealmente nello spazio della commemorazione. La comunicazione politica raggiunge qui una delle sue possibilità più alte: rendere percepibile e palpabile il rapporto fra l’istituzione e ciò che essa è chiamata a onorare, carpirne la metafisica di governo.
Infine, viene il fuoco. La fiamma custodita all’Altare della Patria raccoglie in un’immagine elementare questa continuità: arde nel presente e rimanda a una consegna antica. Nel cuore di Roma il fuoco della memoria offre alla città e allo Stato un centro spirituale. Si può leggere in quella luce la presenza dei caduti nella vita nazionale, il loro permanere nella coscienza di chi continua a pronunciarne i nomi. Ogni generazione riceve la fiamma e si assume il compito di alimentarla.
Non è un caso che, in situazioni solenni, la fiamma faccia da intro della comunicazione, parte integrante della regia e della strategia. Il fuoco, centro di ogni nucleo indoeuropeo, è tornato al centro della comunicazione pubblica.
Affidare il passato perché continui a vivere
Un gesto compiuto da Isabella Rauti a El Alamein, il 17 ottobre scorso, appartiene alla stessa profondità. Il sottosegretario alla Difesa ha consegnato al museo del Sacrario il basco del caporal maggiore Antonio Tomba, carrista della Divisione Ariete e reduce della seconda battaglia. La famiglia le aveva affidato il copricapo rispettando la volontà del soldato: farlo tornare dove riposano tanti suoi commilitoni. Quel viaggio contiene una vita intera.
Il basco porta con sé il deserto, la giovinezza, il combattimento, i compagni, gli anni del ritorno, la vita non vissuta dei commilitoni e l’ultimo desiderio. La sua consistenza materiale custodisce una trama di fedeltà. Attraverso le mani della famiglia e quelle di una rappresentante dello Stato, una volontà privata entra nella memoria nazionale. È “traditio”, nel significato originario di consegna e trasmissione. Il passato viene affidato a qualcuno perché continui a vivere. In quel basco consegnato al Sacrario, l’istituzione si fa garante di un vincolo: raccoglie la parola di un soldato e la conduce fino al luogo cui era destinata.
La presenza nei luoghi e la testimonianza negli oggetti
L’Italia possiede una sensibilità profonda per questi passaggi. Le chiese, i templi, le piazze, i sacrari, le lapidi dei paesi hanno educato generazioni a riconoscere nei luoghi una presenza e negli oggetti una testimonianza. La sacralità della memoria nasce anche da questa familiarità: sapere che una pietra può custodire un nome, che un nome può convocare una comunità, che una comunità vive della fedeltà a ciò che ha ricevuto.
Il valore del cambio di passo: dare al dovere la forza del volere
Il valore del cambio di passo sta qui: dare al dovere la forza del volere, al contrario di chi, nei decenni, si è fatto promotore di una falsa devotio di comodo in occasioni istituzionali. E quindi oggi il paradigma è abitare la cerimonia con una convinzione capace di raggiungere chi guarda, portare nelle istituzioni una memoria vissuta e assumerne fino in fondo la responsabilità pubblica. Davanti ai quattro caduti di Bosnia, davanti ai gradoni di Redipuglia, davanti alle tombe di El Alamein, lo Stato rinnova la propria consegna. Raccoglie i nomi, accompagna le famiglie, custodisce i luoghi. E tiene acceso il fuoco. Finché qualcuno ne avrà cura, la Patria continuerà a riconoscersi in esso.