Parla la senatrice di FdI
Social vietati agli under 14, Mennuni sfida Bruxelles: «Non fermi la legge italiana, i ragazzi vanno protetti»
La battaglia per vietare i social network agli under 14 si sposta a Bruxelles. Mentre l’Unione europea lavora a regole comuni per proteggere i minori, la senatrice di Fratelli d’Italia Lavinia Mennuni denuncia il rischio che le obiezioni della Commissione rallentino il disegno di legge italiano, di cui è prima firmataria.
In un’intervista a La Verità, Mennuni collega l’urgenza del provvedimento anche alle recenti violenze di piazza, nelle quali i social avrebbero favorito il coinvolgimento dei giovanissimi.
Mennuni: «Con il divieto molti ragazzi non avrebbero partecipato alle devastazioni»
«Se questa legge fosse stata in vigore, molti di quei ragazzini non avrebbero partecipato alle manifestazioni e soprattutto a quelle devastazioni», sostiene la parlamentare, richiamando gli episodi di Milano e il ruolo attribuito a TikTok nel coordinamento dei partecipanti.
«Soprattutto quello: un ragazzino di 11 o 12 anni che si ritrova in mezzo a gente che delinque spesso non è nemmeno pienamente consapevole del delirio e della violenza in cui viene trascinato».
Per Mennuni, la questione va oltre l’ordine pubblico: «Prevedere il limite d’età a 14 anni ci avrebbe permesso di salvaguardare e tirare fuori da queste dinamiche tutti i ragazzini fino a quella fascia d’età. Ormai è un problema serio di pubblica sicurezza. E al di là dell’attualità, c’è un problema di tutela della salute mentale e persino una mutazione antropomorfica in atto a causa delle ore passate sui social».
Cosa prevede l’Ue e perché Mennuni contesta Bruxelles
Il confronto arriva mentre le istituzioni europee discutono nuove restrizioni. Nel novembre 2025 il Parlamento europeo ha sostenuto una soglia armonizzata di 16 anni, con accesso consentito tra i 13 e i 16 anni previo consenso dei genitori. Una posizione politica non vincolante, distinta dalle norme già in vigore.
La Commissione ha successivamente presentato l’EU KIDS Act, proposta che prevede il divieto di accesso sotto i 13 anni e account limitati con controllo parentale fino ai 15. Il regolamento deve ancora completare l’iter legislativo.
Mennuni contesta soprattutto la richiesta di attendere l’armonizzazione europea prima di procedere con la legge italiana.
«Un comportamento paradossale e inspiegabile, soprattutto se guardiamo a quello che sta succedendo nelle piazze italiane ed europee».
La senatrice rivendica il confronto già svolto con Bruxelles: «Stupisce che ci venga chiesto di stare fermi un anno per l’armonizzazione tecnica in un frangente del genere, con un’emergenza sociale in atto. Peraltro, noi con la Commissione Ue abbiamo già fatto un negoziato lunghissimo, durato più di un anno, abbiamo ottenuto il parere favorevole e l’autorizzazione ufficiale già da mesi».
La clausola per superare le obiezioni europee
«L’obiezione di Bruxelles è che una legge nazionale si sovrapporrebbe al futuro regolamento Ue (il Kids act)», spiega Mennuni.
Ma il ddl italiano, sottolinea, contiene già una soluzione: «No, perché nel testo della nostra legge abbiamo inserito una “sunset clause” o clausola di decadenza. Ciò significa che nel momento esatto in cui entrerà in vigore il regolamento europeo armonizzato, la norma nazionale decadrà automaticamente per adeguarsi a quella comunitaria».
«Quindi, nelle more del percorso europeo, noi avremmo potuto intanto legiferare e mettere in sicurezza i nostri ragazzi. Non c’era alcun intralcio. La Commissione non dovrebbe frapporsi tra uno Stato sovrano e il bene dei suoi cittadini più fragili».
Il divieto potrebbe entrare nel Decreto Cortei
Sul piano parlamentare, Mennuni indica due strade per accelerare l’approvazione del ddl bipartisan.
«Il testo è pronto ed è a costo zero. Potremmo completare l’esame del ddl in Senato: manca una sola seduta in commissione per votare gli emendamenti e poi andare alla Camera».
Oppure ricorrere al provvedimento sulla sicurezza: «In alternativa possiamo inserire la norma come emendamento nel Decreto Cortei, che garantirebbe la conversione in legge entro 60 giorni».
La scelta non è ancora definitiva, ma la senatrice insiste sull’urgenza: «Si sta valutando quale sia la strada tecnicamente più rapida e pulita. Ma una cosa è certa: dobbiamo centrare l’obiettivo e chiudere la partita il prima possibile per il bene dei nostri ragazzi».
La sfida, ora, è conciliare le regole comuni europee con la volontà italiana di intervenire subito, senza attendere la conclusione dell’iter a Bruxelles.