L'intervento
Senza confini non c’è solidarietà: è la Costituzione a indicare la via
Dalla Carta del 1948 al Patto europeo sull'asilo: governare le frontiere non nega l'accoglienza, la rende possibile. E integrarsi significa aderire ai valori della nazione che accoglie
Nel giro di pochi anni l’Europa ha visto tornare la guerra nel cuore del continente e ha fatto i conti con una pressione migratoria irregolare che nel 2023 ha toccato il livello più alto dal 2016: circa 380mila attraversamenti delle frontiere esterne e oltre 157mila sbarchi sulle sole coste italiane. Soprattutto, l’Europa ha scoperto che i migranti possono essere usati come un’arma: lo ha fatto la Bielorussia, con il sostegno di Mosca, spingendo migliaia di persone verso i confini di Polonia e Paesi baltici.
Lo stesso schema si è riproposto lungo le rotte africane verso l’Europa mediterranea. Nel 2021 il Marocco, in piena crisi diplomatica con Madrid, allentò i controlli e in poche ore entrarono a Ceuta migliaia di persone. A fine luglio di quest’anno la scena si è ripetuta su scala ancora maggiore: decine di migliaia di persone hanno forzato il confine dell’enclave, a nuoto e via terra, con decine di morti in mare; molti osservatori vi leggono di nuovo una leva di Rabat su Madrid, benché il Marocco respinga ogni responsabilità. E nella Libia orientale di Haftar, dove si è consolidata la presenza militare russa, Bruxelles ha indagato su voli di migranti giunti da Minsk: da lì le partenze verso Creta sono più che triplicate. Chi controlla i rubinetti dei flussi dispone di una formidabile leva di pressione su Italia, Spagna e Grecia.
La solidarietà, valore fondativo della nostra Costituzione, è conciliabile con un governo fermo dei confini? La risposta è sì e si trova tra le righe della Carta stessa. L’articolo 2, accanto ai diritti inviolabili, richiede «l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». La solidarietà politica nasce con il patto costituente e trova la sua sede naturale nella cittadinanza, che a sua volta poggia su un sostrato più antico: la nazione. L’identità nazionale, però, non è una fortezza chiusa: è il punto di partenza di un ordinamento aperto all’integrazione.
La Corte costituzionale, confermando quest’anno la stretta sulla cittadinanza per discendenza (sentenza n. 63/2026), è stata netta: il popolo è «una comunità legata da vincoli effettivi tra i suoi membri, costituiti da solidarietà, reciprocità di diritti e di doveri». La cittadinanza non è un timbro né una merce, ma l’espressione giuridica di un’appartenenza reale. Il controllo delle frontiere ne è, dunque, il corollario: già nel 1997 la Consulta ammoniva che «lo Stato non può infatti abdicare al compito, ineludibile, di presidiare le proprie frontiere».
Ciò non significa chiudere le porte. La solidarietà costituzionale opera per cerchi concentrici. Al centro c’è un nucleo intangibile, legato alla dignità della persona, che spetta a chiunque: la libertà personale, le cure urgenti, l’istruzione dei minori, il divieto di respingere qualcuno verso la tortura o la morte. Poi l’asilo, per chi nel proprio Paese è privato delle libertà democratiche. Più all’esterno, le prestazioni che premiano chi si è radicato nella comunità. Infine la cittadinanza: non un automatismo legato al tempo, ma l’approdo di un’integrazione compiuta.
Un’integrazione, però, che non è a senso unico. Chi chiede di entrare nella comunità nazionale deve accoglierne i valori fondanti: la dignità di ogni persona, la parità tra uomo e donna, la libertà religiosa e la laicità delle istituzioni, il rifiuto della violenza, l’osservanza della Costituzione e delle leggi (art. 54). Nessuno è chiamato a rinnegare la propria cultura, ma tutti devono riconoscere che nella Repubblica vale un solo patto di convivenza, al quale nessuna tradizione o appartenenza religiosa può derogare. Senza questa adesione l’accoglienza resta coesistenza tra estranei, non integrazione.
L’immigrazione irregolare spezza questo percorso. Produce una «solidarietà senza integrazione»: persone sospese per anni in un limbo, né rimpatriate né integrate, spesso preda del lavoro nero, del caporalato e della criminalità. Arricchisce i trafficanti e danneggia per primi gli stranieri regolari e i rifugiati veri. Governare i confini, allora, non nega la solidarietà: ne è la condizione.
I numeri dicono che governarli è possibile. Dai 157.651 sbarchi del 2023 si è scesi ai 66.617 del 2024, con un calo del 58 per cento, livello poi sostanzialmente confermato nel 2025 (66.296 arrivi). Quest’anno la discesa ha ripreso con decisione: secondo il Viminale, al 1° ottobre gli arrivi via mare sono stati 22.891, contro i 51.731 dello stesso periodo del 2025 (–56 per cento). E rispetto ai primi nove mesi del 2023, quando gli sbarchi avevano già superato quota 133 mila, la riduzione supera l’80 per cento.
Anche l’Europa, su impulso in larga parte del Governo italiano, sembra averlo compreso. Il nuovo quadro europeo – il Patto su migrazione e asilo, applicabile da giugno, la prima lista comune dei Paesi di origine sicuri e il nuovo regolamento sui rimpatri – sposta il baricentro sul presidio delle frontiere esterne e sull’effettività delle espulsioni, e consente di aprire centri di rimpatrio in Paesi terzi: la strada tracciata da Roma con il protocollo con l’Albania, oggi recepita nel diritto dell’Unione.
La Costituzione indica una via che evita due derive opposte: la chiusura identitaria che dimentica la dignità della persona e l’universalismo astratto che, ignorando confini e doveri – a cominciare da quello di aderire ai valori di chi accoglie –, finisce per erodere il consenso su cui gli stessi diritti si reggono. Identità e apertura, diritti e doveri, accoglienza e confini non sono termini nemici, ma le due facce di quella solidarietà che sta alle radici della Repubblica.
*Componente CSM e ordinario di Diritto costituzionale nell’Università di Catania