A Porta Porta
Sempio grida la sua innocenza da Vespa: «Ma il pensiero del carcere c’è. La macchia di assassino non te la levi»
A Porta a Porta, Sempio spera di chiarire tutto in udienza preliminare e risponde su Dna, impronta 33 e scarpe: «Ho sempre avuto il 44».
«So che la macchia di assassino che se l’è cavata quella non te la levi». Andrea Sempio, indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, racconta a Porta a Porta il timore di non riuscire a ricostruirsi una vita anche se venisse riconosciuta la sua innocenza. L’intervista va in onda su Rai 1 nella serata di martedì 6 ottobre.
«Penso sia tutto spiegabile»
«Io francamente penso che sia tutto spiegabile», afferma Sempio. Spera di chiarire la propria posizione in udienza preliminare, senza affrontare un processo e i successivi gradi di giudizio. Ma riconosce che sentirsi sicuro delle proprie spiegazioni non significa riuscire a sostenerle in aula.
«Il pensiero che si possa arrivare al carcere c’è», ammette. «Cerco proprio di non immaginarmi quell’eventualità».
Scarpe, Dna e impronta 33
Sull’impronta insanguinata di scarpa trovata nella casa di Garlasco, indicata nelle anticipazioni ANSA come un numero 42, Sempio risponde: «Tutte le scarpe di cui ho memoria e che ho ancora in casa, anche vecchie, sono tutte 44». Aggiunge di aver provato scarpe del 42: «Non mi stava».
Quanto al Dna sotto le unghie di Chiara, richiama la perizia Albani e descrive la traccia come non solida, non replicata, mista e degradata. «A me pare che il discorso Dna ormai sia risolto», sostiene: una sua valutazione, non una conclusione giudiziaria.
Contesta anche l’attribuzione dell’impronta 33: «Non è attribuibile né a me né a nessun altro». Secondo Sempio, la consulenza della Procura citata nell’intervista non fornisce una certezza sulla presenza di sangue.
I contatti con Chiara e la condanna di Stasi
Sempio riferisce di aver parlato due volte al telefono con Chiara e nega un interesse nei suoi confronti. Dice inoltre di non aver mai visto i video intimi della ragazza e di averne scoperto l’esistenza attraverso i media.
Sulla condanna di Alberto Stasi per l’omicidio del 13 agosto 2007 è netto: «Secondo me la condanna è giusta». Alcuni elementi del racconto alternativo che lo vorrebbe innocente, aggiunge, non lo convincono.
«Oggi non sto vivendo»
Tra giornalisti davanti a casa, televisione e social, Sempio descrive una quotidianità assorbita dal caso: «Oggi non sto vivendo». Le giornate trascorrono in camera, dagli avvocati o in viaggio per incontrare i consulenti.
Sul futuro resta l’incertezza: «Devi vedere chi decide di accompagnarsi con te, sapendo che magari per strada per ancora tanto tempo avrai un dito puntato».