All'evento Sud chiama Nord
Piantedosi a tutto campo: «I risultati parlano per noi». L’allarme sulle piazze: «Non è finita qui». E la sfida alla sinistra
«Il governo è stato all’altezza della situazione». Ma sulle tensioni nelle piazze «non è finita lì» e l’attenzione deve restare alta. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi parla a tutto campo nell’intervista concessa al direttore del Secolo d’Italia, Antonio Rapisarda, dal palco della convention promossa da Sud chiama Nord e Sindaci d’Italia. Dalle proteste e dai rischi di radicalizzazione al tema dell’integrazione, dal contrasto all’immigrazione irregolare fino al bilancio dei quattro anni del governo Meloni. E con una previsione politica netta: «Io credo che le prossime elezioni le vincerà il centrodestra».
Un confronto nel quale il titolare del Viminale non si sottrae alle domande più delicate e rivendica l’azione dell’esecutivo: «I risultati parlano per noi». Ma mette anche in guardia contro chi, nel dibattito politico, tende a sottovalutare fenomeni che possono rappresentare una minaccia per la sicurezza.
Piantedosi: «Invocare la rivolta è un fallo di frustrazione»
Il primo tema affrontato da Rapisarda riguarda le tensioni nelle piazze e i tentativi di trasferire in Italia le forme di protesta violenta osservate in altri Paesi europei.
Piantedosi parte dagli appelli alla rivolta sociale lanciati nel dibattito politico e li definisce, ricorrendo a una metafora calcistica, «un fallo di frustrazione».
«Quando non so come contraddire, contrastare le politiche del governo, faccio l’invito a trasferire tutto sulla piazza», osserva il ministro, criticando la tentazione di trasformare il dissenso politico in una mobilitazione indiscriminata.
Ma il fenomeno, avverte, non può essere letto soltanto attraverso le dinamiche della politica italiana.
«Sicuramente è un fenomeno complesso che non va banalizzato, non va ridotto solo alla tentazione da parte di qualcuno di creare una forma di contrapposizione al governo», spiega Piantedosi, ricordando quanto accaduto in Francia e in altri Paesi europei.
Particolare attenzione viene riservata al ruolo dei social network, attraverso i quali possono diffondersi rapidamente appelli alla mobilitazione e allo scontro.
«Il governo è stato all’altezza». Ma Piantedosi avverte: «Non è finita lì»
Sulla risposta dello Stato ai disordini, il ministro rivendica il lavoro degli apparati di sicurezza e delle forze di polizia.
«Il governo è stato all’altezza della situazione, perché nel giro di pochi giorni è riuscito a mettere in campo delle azioni», afferma, richiamando gli interventi normativi e l’attività di intelligence.
«Abbiamo dimostrato che abbiamo degli apparati di intelligence, delle forze di polizia che sono all’altezza della situazione», aggiunge, sottolineando la capacità di individuare rapidamente le insidie dei fenomeni violenti.
Piantedosi, tuttavia, non considera conclusa la fase di rischio.
«Mi voglio preoccupare del fatto che non è finita lì», avverte, insistendo sulla necessità di mantenere alta l’attenzione anche nei successivi appuntamenti di piazza.
Il riferimento è anche allo sciopero generale del 30 ottobre. Su questo punto, però, il ministro invita a evitare sovrapposizioni improprie tra le organizzazioni sindacali e le frange violente.
Quanto alle indagini sui disordini, Piantedosi spiega che l’analisi della documentazione investigativa «sta disvelando un mondo di contatti».
Un quadro ancora da approfondire, nel quale occorre accertare l’eventuale presenza di altri collegamenti, senza anticipare conclusioni sulle responsabilità individuali.
Il caso Siher e l’affondo contro chi parla di «prigioniero politico»
Nel confronto trova spazio anche la vicenda di Youssef Siher, il ricercatore coinvolto nelle indagini sulle recenti mobilitazioni.
Piantedosi chiarisce subito un principio fondamentale: «È giusto che faccia il suo corso l’indagine giudiziaria e quindi il sacro principio della presunzione di innocenza […] deve essere garantita anche in questa circostanza».
Il ministro distingue dunque le valutazioni politiche e culturali dalle responsabilità penali, che spettano esclusivamente alla magistratura accertare.
È però severo nei confronti di chi, nel dibattito pubblico, ha utilizzato l’espressione «prigioniero politico».
«È una banalità che secondo me non merita neanche un approfondimento degno di questo nome», sostiene.
Piantedosi racconta anche di aver approfondito alcuni scritti del ricercatore, soffermandosi sulle posizioni critiche espresse nei confronti della tradizione liberaldemocratica occidentale.
Precisa che si tratta di manifestazioni del pensiero che «non sono di per sé oggetto di reato», ma considera quelle posizioni indicative delle difficoltà di alcuni tentativi di saldare ideologie della sinistra radicale occidentale e movimenti di ispirazione islamista o terzomondista.
«Credo che sia un’operazione fallimentare», osserva il ministro, invitando a contrastare le semplificazioni attraverso una discussione fondata sui fatti.
Immigrazione, Piantedosi: «Che cos’è l’integrazione?»
Uno dei passaggi più articolati dell’intervista riguarda il concetto di integrazione.
«Che cos’è l’integrazione?», si domanda Piantedosi, invitando a superare una visione che identifichi l’inserimento nella società esclusivamente con l’accesso all’istruzione, al lavoro e alle opportunità economiche.
Secondo il ministro, il rispetto delle culture di provenienza deve accompagnarsi al riconoscimento dei principi fondamentali della società che accoglie.
«Nessuno immagina che ci debbano essere dei processi di assimilazione», precisa, respingendo l’idea che chi arriva in Italia debba rinunciare alle proprie tradizioni familiari e culturali.
Allo stesso tempo, però, aggiunge: «Non dobbiamo avere timidezze, non dobbiamo fare transazioni rispetto al fatto che ci sono degli elementi fondamentali della nostra civiltà che noi dobbiamo mantenere con forza».
Il riferimento è ai valori di democrazia, libertà, uguaglianza e parità dei diritti.
Piantedosi richiama anche le polemiche sui crocifissi nelle scuole e sui presepi durante le festività natalizie, sottolineando il significato culturale e storico di queste tradizioni.
Non si tratta, chiarisce, di promuovere «un’opera di evangelizzazione», ma di riconoscere elementi che hanno contribuito alla formazione dell’identità nazionale.
«Noi dobbiamo avere l’orgoglio di rivendicare questo e di proporla a questi cittadini», afferma riferendosi alla tradizione civile e democratica italiana.
Le proteste degli autotrasportatori: «È ancora più difficile gestire l’ordine pubblico»
Rapisarda sposta poi il confronto sulle manifestazioni degli autotrasportatori e sulle difficoltà di lavoratori e famiglie colpite dal caro carburanti.
Il direttore del Secolo d’Italia chiede al ministro quanto sia complesso garantire l’ordine pubblico quando a protestare sono persone che rivendicano risposte a problemi economici concreti.
«È ancora più difficile», ammette Piantedosi.
«È molto difficile gestire l’ordine pubblico quando ci sono rivendicazioni, anche quando sfociano in intemperanze, ma queste vengono poste da persone che hanno una qualche ragione per esprimere il proprio disagio», spiega.
Il ministro riconosce che le difficoltà economiche degli autotrasportatori derivano anche da fattori internazionali che non possono essere governati autonomamente da un singolo esecutivo.
Rivendica però la scelta di privilegiare il dialogo rispetto agli interventi di forza.
«Non è stato necessario nessun intervento di forza», sottolinea, attribuendo il risultato al lavoro di prefetti, questori e forze di polizia.
Piantedosi difende inoltre le misure adottate dal governo Meloni per fronteggiare le conseguenze della crisi energetica e insiste sul valore della stabilità politica.
«I cittadini devono avere fiducia», afferma, assicurando che chi lavora e affronta difficoltà nel sostenere la propria famiglia «avrà sempre nel nostro governo il principale alleato».
Sicurezza, Piantedosi risponde alle opposizioni: «Non contate i decreti, guardate i risultati»
Nel bilancio dell’azione del Viminale, Piantedosi respinge l’accusa di aver affrontato i problemi della sicurezza attraverso una successione di decreti.
Il ministro contesta soprattutto l’idea che ogni provvedimento sia servito a correggere quello precedente.
«Assolutamente no!», replica, ricordando che il decreto Caivano, il decreto Cutro e gli altri interventi hanno affrontato aspetti differenti della sicurezza e dell’immigrazione.
Poi rivendica i risultati.
«Abbiamo meno reati, più forze dell’ordine assunte, messe in campo», sostiene Piantedosi, citando circa 46mila ingressi nelle forze di polizia e ulteriori assunzioni programmate.
Sull’immigrazione, il ministro richiama il forte calo degli sbarchi e l’incremento dei rimpatri. Si tratta di risultati che rivendica politicamente e che devono essere letti in relazione ai rispettivi periodi statistici di riferimento.
«Io rivendico tutto quello che è stato fatto dal governo», afferma.
E aggiunge: «Sono orgoglioso da Ministro dell’Interno di aver potuto lavorare a questi dossier col supporto pieno di tutto il governo e in primis del Presidente del Consiglio».
Piantedosi sottolinea infatti che la gestione della sicurezza richiede il coinvolgimento dell’intero esecutivo.
«Un Ministro dell’Interno da solo, chiunque esso sia, da solo non può fare mai nulla», osserva.
La conclusione è una risposta diretta alle opposizioni: «Io invito […] chi propone sempre questa formula, di commentare i risultati piuttosto che il numero dei decreti».
«Il centrodestra vincerà ancora». La previsione di Piantedosi sulle elezioni
Nella parte conclusiva dell’intervista, Rapisarda chiede al ministro quale possa essere il contributo del Viminale al programma del centrodestra per la prossima legislatura.
Piantedosi parte da una previsione politica.
«Io credo che le prossime elezioni le vincerà il centrodestra», afferma.
Non si tratta soltanto di una dichiarazione di fiducia nei confronti della coalizione. Il ministro lega la propria convinzione al giudizio che gli elettori esprimeranno sui risultati del governo.
«Credo molto veramente nei meccanismi della democrazia», sottolinea, aggiungendo di essere «profondamente convinto delle cose che il centrodestra al governo ha fatto in questi anni».
Il titolare del Viminale invita quindi la maggioranza a confidare nella capacità dei cittadini di valutare il lavoro dell’esecutivo.
«Noi dobbiamo avere fiducia, dobbiamo avere fiducia nel giudizio dei cittadini», insiste.
Il futuro del Viminale: «Non è detto che io sia il prossimo ministro dell’Interno»
Piantedosi affronta anche il tema della propria permanenza al ministero dopo le prossime elezioni.
Non considera affatto scontata una riconferma.
«Non è detto […] che io sia il prossimo ministro dell’Interno, non lo credo affatto», afferma.
Il punto centrale, nella sua riflessione, non riguarda però i singoli incarichi, bensì la prosecuzione delle politiche avviate.
«L’elemento di fondo che dovremmo rappresentare è quello della continuità», spiega.
Una continuità che Piantedosi considera essenziale soprattutto per la capacità di programmare gli interventi e garantire credibilità nei rapporti internazionali.
«La stabilità conta molto, perché ha la possibilità di pianificare, di guardare oltre», osserva.
Il ministro rivendica infine un modello di sicurezza che, a suo giudizio, non si è limitato all’inasprimento delle sanzioni o a una gestione repressiva dell’ordine pubblico.
«Ci siamo occupati della parte più importante dei problemi dei cittadini», sostiene.
E chiude con un’indicazione politica precisa per il futuro della coalizione: «Io credo che il centrodestra sarà premiato per questo e dovrà riproporre per i prossimi cinque anni esattamente la stessa ricetta».