Sottoproletariato esistenziale
L’odio dei maranza non si giustifica, si combatte: la risposta alla sottocultura del turpe è la cultura del lavoro
A Milano è esplosa un'emarginazione spirituale, non materiale: la rabbia per la mancanza dell'inutile. L'antidoto è la riscoperta della nobile fatica del lavoro, l'unica a garantire vera giustizia sociale
Quanto sto per scrivere non esclude minimamente che sia urgente reprimere seriamente maranza e altri delinquenti di qualsiasi segno e genere ed etnia. Però quanto sta accadendo costringe a serie e utili riflessioni su un fenomeno occidentale ed europeo, quindi anche italiano, che chiamo la sottoproletarizzazione del ceto medio, e, quasi per partenogenesi, il dilagare delle emarginazioni, che spesso diventano anche violente, e comunque covano come fuoco sotto cenere che è pericoloso non saper vedere. E che vivono in periferie non più solo topografiche, bensì mentali, ideologiche; e sempre più ampie.
Un sottoproletariato esistenziale
Premessa: i sottoproletari (Lumpenproletariat di Marx) non sono una categoria sociale, ma, direbbe il De Sivo, “la mischianza del peggio di tutti gli ordini sociali”, o, in calabro dialetto, “ricchi impoveriti e poveri arricchiti”, e altra confusione mentale ed esistenziale. Però è vero che gli emarginati e sottoproletari non calano dal pianeta Marte, bensì sono l’effetto avvelenato della decadenza di una società liberalcapitalistica palesemente malata e senza cura e guida, e ricca di tecnologia fantascientifica e carente del quotidiano; e che causa arricchimenti di pochissimi e crescenti impoverimenti, e questi in modi differenziati.
Il fu ceto medio
Per capirci, negli anni 1960 una ragazza di modesta famiglia che a 18 anni diventava maestra trovava da insegnare quel giorno stesso (si chiamava perciò “Abilitazione magistrale”); due o tre anni dopo sposava il giovane medico condotto, che si ammazzava di intelligente e coscienziosa fatica, però ai figli comprava a testa un buon appartamento. Oggi, nel 2026, una coppia come quella, ammesso ancora ne esistano, ha difficoltà a pagare le utenze dell’unica casa che ha per sé e per figli disoccupati. Applicate l’esempio a qualsiasi altra categoria del fu ceto medio, e vedremo che modello sociale ottocentesco è sparito dalla storia.
Il declino della classe operaia
E i proletari? Allora lavoravano in fabbrica, facendovi anche una certa carriera fino alla pensione; e, se opportuno, lottavano con serietà sindacale. Oggi non ci sono più le fabbriche, quindi nemmeno gli operai. Nella mia Calabria, una famiglia di due bidelli metteva uno stipendio da parte alla Posta; e ancora manteneva un pezzetto di terra per risparmiare sui legumi e allevare il maiale e le galline.
La mancanza dell’ascensore sociale
Sed haec olim fuere, ovvero, di tutto ciò rimane poco e niente. Ne derivano emarginazioni crescenti di numero, e indistinte e di categoria e di ideologia. I ragazzi, quelli selvaggi ma anche quelli più educati, intuiscono che il “pezzo di carta” (oggi generosamente elargito) non darà loro un’occupazione e una dignità, e tanto meno la “felicità” tipo certi film “amerikani”. Il problema non è che la scuola edificio sia in precarie condizioni, è se valga la pena di andare a scuola istituzione. E anche sui programmi ci sarebbe da ridire.
Un Occidente in cui l’inutile ha preso il posto del necessario
C’è dunque qualcosa che non funziona nel profondo, nel mondo occidentale, dove appare un eccesso del superfluo e dell’inutile con mancanza del necessario; dove il ragazzino di degradata periferia, e senza speranza, tiene però in tasca un cellulare da mille euro. E di valori, di miti ha solo il cellulare, per tutto il resto bighellonando senza ideali e senza idee: zombi da vivi; e ufficiosamente gli insegnano un minimo denominatore zero di qualsiasi pensiero e sogno ed emozione; anche di quella più bella e nobile e possente e sconvolgente: l’amore, nel fallimentare conato di farne una faccenda ragionata e programmabile.
Le nuove emarginazioni: spirituali e interclassiste, non materiali
Perciò le emarginazioni non sono solo e nemmeno soprattutto materiali, sono spirituali e, paradossalmente, interclassiste; e l’emarginato odia un mondo che vede luccicare di soldi, però lo vede da lontano. Senza scordare che le cronache mostrano l’infelicità di quelli che pure i soldi li hanno, però l’emarginato non legge i giornali, e pensa che i ricchi siano, in quanto tali, anche sereni e beati: e tanto più li invidia.
La scemenza di giustificare l’odio
L’onda dell’odio sottoproletario, partendo dalla Francia, come sempre accade dal 1789, vaga per tutta Europa e viene interpretata come un diritto: nell’Occidente del XXI secolo, alla spirale dei diritti non c’è mai fine, anche a quello di devastare una città; e c’è sempre qualche scemo/a del villaggio con tre lauree che dà ragione alla degenerazione umana. La quale tuttavia esiste, e bisogna pur tenerne conto, sia pure dopo una salutare repressione.
Il significato delle proteste pacifiche
Come invece esistono anche i tanti che stanno protestando senza follie: anche in Calabria, terra dormiente da decenni e che improvvisamente si muove. Anche in Calabria, attenti, che ha votato centrodestra; poco destra, a dire il vero, e qualcuno dovrebbe farsi due conti, però è lontana dalla sinistra. Eppure, la Calabria protesta, e senza sospetto di maranza e roba simile, perché in piazza ci sono seri lavoratori e contadini.
Solo dal lavoro passa la giustizia sociale
Soluzione? Escluso ogni utopistico socialismo per non dire comunismo, palesemente dimostratisi fallimentari, la soluzione è una sola fin dalla notte dei tempi: il lieto lavoro “sudore della fronte”, che produce, e che non produce solo beni materiali, ma la soddisfazione della sana attività e di poter proclamare “io mangio del mio”, e poter dire liberamente sì e no al re e al proprio cane. Ed è la sola possibile giustizia sociale, senza vacue e pericolosissime utopie: giacché la produzione si distribuisce da sola.
La necessità di tornare alla cultura del grande e nobile
È anche, è forse soprattutto un fatto di cultura tale da riempire il vuoto esistenziale che sta oscurando tutte le anime, con o senza i soldi e con o senza una casa e un posto di lavoro. È ora di combattere la sottocultura dell’odio, del turpe, del fango, delle contorsioni mentali, della depressione spacciata per filosofia, dei vizi morali e mentali, e tornare alla cultura del grande, del nobile, dell’epico e del tragico. Se no, leggete Gog e Magog del Pascoli (“l’orda… sbottò fremendo, e il mondo le fu pane”): è del 1905, ma pare del 2026 a Milano.