Il sondaggio
Milano, per 6 lettori su dieci gli alibi sono finiti: “Chi devasta deve risponderne”
Su 1630 partecipanti solo il 2,5% indica nel disagio sociale la spiegazione principale delle violenze. Il 35,8% punta invece il dito sul fallimento dell’integrazione
Il disagio? Per i lettori del Secolo d’Italia non basta più. Dopo le immagini di Milano, tra vetrine sfondate, negozi saccheggiati e giovanissimi contro le forze dell’ordine, la maggioranza dei partecipanti al nostro sondaggio sceglie una risposta molto più semplice: gli alibi sono finiti.

Su 1.630 votanti, il 61,7% sostiene che chi saccheggia, devasta e aggredisce una divisa compia una scelta personale e debba risponderne fino in fondo. Il 35,8% individua invece il problema nel fallimento dell’integrazione: garantire diritti, secondo questa lettura, non basta se non si costruiscono anche appartenenza, responsabilità e rispetto delle regole. Ridottissima, appena il 2,5%, la quota di chi considera marginalità, esclusione e mancanza di prospettive la spiegazione principale della rabbia esplosa nelle strade.
Milano e quella rivolta dei giovanissimi
A spiegare la durezza del risultato ci sono innanzitutto i numeri del fine settimana milanese. Dopo i disordini del 18 ottobre, 271 persone sono state accompagnate in questura: 220 erano minorenni. Trentadue gli arrestati, di cui 23 minori, mentre 14 operatori delle forze dell’ordine sono rimasti feriti.
Ma forse è un’altra cifra, ancora più piccola, a raccontare la fotografia più inquietante: 11 anni. È l’età del più giovane identificato dai carabinieri dopo i saccheggi. Italiano, seconda media, sarebbe stato ripreso mentre usciva da un negozio del centro con alcune cinture appena sottratte. Un sedicenne, invece, è stato identificato dopo essere apparso in un video con un cappello dell’Arma.
Non una periferia abbandonata a se stessa, dunque, ma il cuore di Milano. Non soltanto maggiorenni già inseriti in circuiti criminali, ma anche ragazzini e adolescenti. E non una singola esplosione: sabato e domenica le manifestazioni contro il carovita sono degenerate in scontri, danneggiamenti e saccheggi nelle zone di piazza Duomo, via Torino e San Babila.
Solo il 2,5% sceglie la spiegazione del disagio
È qui che il sondaggio dice qualcosa di più dei numeri sull’ordine pubblico. Soltanto un partecipante su quaranta circa sceglie il disagio sociale come chiave principale. Non significa negare che marginalità, famiglie fragili o assenza di prospettive possano esistere e pesare. Significa che, davanti a quelle immagini, la quasi totalità dei partecipanti rifiuta che quelle condizioni diventino una sorta di assoluzione preventiva.
E anche il 35,8% che parla di integrazione fallita pone in fondo una questione simile: che cosa significa davvero integrare? Se il processo si riduce all’accesso ai diritti senza riuscire a trasmettere responsabilità, rispetto delle istituzioni e appartenenza alla comunità, per più di un lettore su tre qualcosa si è inceppato.
Poi c’è quel 61,7%, che taglia corto. Nessuna sociologia può cancellare la responsabilità individuale di chi spacca una vetrina, saccheggia un negozio o lancia qualcosa contro un agente.
Ed è forse questa la risposta più scomoda consegnata dal sondaggio: una società può interrogarsi all’infinito sulle cause della rabbia, ma arriva un momento in cui deve anche ricordare che crescere significa imparare che ogni scelta ha conseguenze. Altrimenti, a forza di cercare un alibi per chi rompe tutto, si rischia di dimenticare chi ogni mattina si alza e quelle stesse regole continua semplicemente a rispettarle.