Il realismo dopo la sbronza
L’Intelligenza artificiale presenta il conto: costi alle stelle, lavoro che aumenta e timori di una bolla
Dopo la corsa all’adozione, le aziende iniziano a misurare le spese dell’IA. Accenture riduce i budget per alcuni strumenti, uno studio internazionale mostra che i dipendenti lavorano di più e i mercati finanziari cercano protezione dai rischi del settore
Documenti interni, sondaggi, segnali finanziari. Da più fonti arrivano indicazioni su una frenata degli entusiasmi rispetto all’Intelligenza artificiale. Dopo mesi trascorsi a spingere chatbot, assistenti digitali e agenti autonomi per farli entrare nei processi quotidiani con la promessa di accelerare il lavoro, automatizzare le operazioni ripetitive e aumentare la produttività arriva una prima resa dei conti, e le cifre iniziano a pesare.
Una spesa fuori controllo: i costi dell’Intelligenza artificiale
Emblematico il caso di Accenture, dove a quanto sembra alcuni dipendenti erano arrivati a spendere tra 500 e mille dollari al mese utilizzando Claude, il sistema di IA sviluppato da Anthropic. Dal primo ottobre l’azienda avrebbe ridotto a 29 dollari per persona al mese il finanziamento centrale di riferimento per questo strumento, sebbene non si tratti di un tetto universale per tutti i lavoratori ma di un valore medio rispetto a soglie che variano in base a team e mansioni e che possono essere superate, a patto però che siano giustificate e ricondotte a specifici progetti. A divulgare la notizia, rilanciata in Italia da Repubblica, è stata la compagnia indipendente fondata da alcuni giornalisti specializzati in tecnologia 404 media, facendo riferimento a un documento interno.
Il cambiamento è significativo, perché mostra come l’IA stia passando dalla fase della sperimentazione a quella della gestione economica. Il problema riguarda soprattutto gli agenti autonomi, capaci di eseguire sequenze di operazioni, interrogare più volte i modelli e analizzare grandi quantità di informazioni. Ogni singola operazione può quindi sì costare poco, ma il consumo complessivo cresce rapidamente quando il sistema lavora a lungo e ripete numerose richieste. Anche altre aziende, da Microsoft a Uber, hanno allo stesso tempo introdotto strumenti di controllo della spesa, mentre alcune hanno rivisto gli incentivi legati all’utilizzo dell’IA. La questione, ormai, non è soltanto quanto una tecnologia possa fare, ma se il risultato giustifichi il suo costo.
La promessa della produttività e il paradosso dei dipendenti
A mettere in discussione un’altra convinzione diffusa è una ricerca del Jabra Research Institute, realizzata nel maggio 2026 su oltre 6.000 professionisti in sei Paesi. Il rapporto WorkLife 2026: The New Shape of Work mostra che l’intelligenza artificiale non si sta traducendo necessariamente in una riduzione del carico di lavoro e addirittura, al contrario, ben l’85% degli intervistati dichiara di svolgere più attività in almeno un ambito professionale rispetto a un anno prima, mentre appena il 35% segnala una diminuzione in almeno un’area.
La crescita riguarda anche mansioni che ci si potrebbe effettivamente aspettare di alleggerire. Il 51% degli intervistati riferisce per esempio di dedicare più tempo alla pianificazione strategica e all’analisi, il 50% alle attività creative e il 49% al lavoro amministrativo. Se l’IA può infatti velocizzare una ricerca o preparare una prima bozza, il tempo risparmiato viene spesso comunque utilizzato per affrontare nuovi compiti, approfondire i risultati o gestire un numero maggiore di progetti.
La stessa ricerca, tuttavia, restituisce un quadro meno scontato sul rapporto tra tecnologia e collaborazione. Tra chi utilizza frequentemente l’IA, il 64% dichiara di lavorare più spesso con i colleghi rispetto a un anno prima, contro il 25% di chi la utilizza meno. Le riunioni, insomma, non scompaiono: diventano anzi luoghi in cui affrontare problemi e prendere decisioni, proprio mentre una parte delle attività individuali viene affidata agli strumenti digitali. L’automazione, quindi, pur non eliminando il lavoro umano, può spostarlo verso compiti diversi, senza garantire che le ore risparmiate si trasformino in tempo libero.
Una trasformazione che non riguarda tutti allo stesso modo
Il rapporto Jabra evidenzia anche una distanza significativa tra dirigenti e dipendenti senza responsabilità gestionali. Il 30% dei dirigenti dichiara di utilizzare intensamente l’IA, contro appena l’8% dei lavoratori non manageriali. La differenza emerge anche nella percezione del cambiamento: il 47% dei dirigenti ritiene che il proprio lavoro sia mutato in modo significativo o radicale nell’ultimo anno, rispetto al 18% dei dipendenti senza ruoli di gestione.
Le cause del divario non risiederebbero però soltanto in una questione di diverse possibilità di accesso agli strumenti, ma anche nella formazione e nella possibilità di integrarli concretamente nelle attività quotidiane. Secondo lo studio, il 64% dei lavoratori non manageriali non ha ricevuto formazione sull’IA oppure ha partecipato soltanto a una breve introduzione, contro il ben più basso 26% dei dirigenti. Il rischio è quindi che la trasformazione proceda a velocità diverse: alcuni professionisti imparano a utilizzare la tecnologia per ridefinire il proprio lavoro, mentre altri restano esclusi dai cambiamenti o si ritrovano semplicemente con nuove aspettative di produttività.
I risultati vanno letti per quello che sono, cioè le risposte di un campione internazionale di lavoratori della conoscenza, non una fotografia automatica di tutte le professioni. Indicano però una contraddizione importante: la disponibilità dell’IA non basta, da sola, a produrre gli stessi benefici per tutti. Servono competenze, organizzazione e obiettivi chiari. Altrimenti, il rischio è che la tecnologia acceleri le attività senza ridurre davvero il carico di chi le svolge.
Gli investitori cercano protezione: è il segnale di una bolla?
La questione non riguarda però soltanto gli uffici e i bilanci aziendali. Anche sui mercati finanziari, infatti, iniziano a emergere dubbi sulla sostenibilità degli enormi investimenti necessari per sviluppare l’intelligenza artificiale, costruire data center e acquistare capacità di calcolo. Una parte crescente di questi progetti viene finanziata attraverso il debito, con la prospettiva che i ricavi futuri riescano a ripagare gli investimenti attuali.
Un segnale arriva dai credit default swap (CDS), strumenti finanziari che funzionano come una forma di protezione contro il rischio che un emittente non riesca a rimborsare i propri debiti. Secondo il Financial Times, il volume medio settimanale degli scambi di CDS collegati a grandi società tecnologiche è passato da meno di 2 miliardi di dollari a luglio a oltre 9 miliardi a settembre. Nel frattempo, il 15 ottobre, Reuters ha segnalato che il costo della protezione sul debito quinquennale di CoreWeave, società specializzata nell’infrastruttura informatica per l’IA, aveva superato i 1.100 punti base. L’azienda, che registra perdite, ha un’esposizione debitoria vicina ai 50 miliardi di dollari secondo i dati citati dall’agenzia.
L’entusiasmo lascia il posto al pragmatismo
Questi indicatori non dimostrano necessariamente che una bolla sia destinata a scoppiare, ma segnalano una maggiore attenzione al rischio di credito e alla capacità delle aziende di trasformare gli investimenti in ricavi sufficienti. Se le aspettative di crescita dovessero rivelarsi eccessive, le società più indebitate potrebbero trovarsi in difficoltà, con possibili conseguenze anche per chi ha finanziato i loro progetti.
È qui che si incontrano i tre aspetti della trasformazione in corso: i budget aziendali sottoposti a controllo, i dipendenti che non lavorano necessariamente meno e gli investitori che cercano coperture contro eventuali insolvenze. L’intelligenza artificiale non è improvvisamente diventata meno utile, ma non può più essere considerata una risorsa senza costi e senza rischi. Dopo la corsa a introdurla in ogni processo, la sfida è dimostrare dove produca valore, quanto costi davvero e chi riesca a beneficiarne. La tecnologia può ancora cambiare profondamente il lavoro e l’economia, ma la sua promessa dovrà fare i conti con una domanda molto concreta: i risultati valgono gli investimenti?