Cattivi maestri
Il sogno rosso di paralizzare l’Italia: Cremaschi rilancia il «blocchiamo tutto» per il 30 ottobre
«A fianco degli studenti in lotta una marea in tutto il Paese. 30 ottobre. Sciopero generale. Blocchiamo tutto». Giorgio Cremaschi, ex dirigente della Fiom ed esponente della sinistra radicale, rilancia sui social la mobilitazione studentesca e lo sciopero generale indetto dall’Usb.
Quel post incendiario per il 30 ottobre
Un messaggio che soffia sul fuoco delle proteste studentesche e punta ad ampliare la diffusione delle contestazioni. Un appello che ripropone una questione tutta politica: quale responsabilità ha chi sceglie parole d’ordine particolarmente radicali per sostenere le mobilitazioni di piazza?
Il tema era emerso anche nel febbraio scorso, durante il dibattito televisivo seguito ai gravi scontri di Torino per Askatasuna, nei quali un agente di polizia era stato aggredito. Ospite di Quarta Repubblica, Cremaschi aveva affrontato il rapporto tra violenza e ingiustizie sociali, sostenendo, secondo quanto riportato dalla stampa, che «se si vuole sradicare la violenza bisogna ricostruire la giustizia».
Una posizione sulla quale è legittimo dissentire. Le ingiustizie sociali possono essere oggetto di denuncia politica, ma non possono e soprattutto non devono diventare un argomento capace di attenuare la gravità delle aggressioni.
L’inquietante appello di Cremaschi: paralizzare una nazione si può?
In queste ore sui social, Cremaschi rilancia lo slogan «Blocchiamo tutto»: espressione utilizzata nelle mobilitazioni sindacali e studentesche. Uno slogan che non equivale a un invito alla violenza, ma che può essere legittimamente discusso per la sua radicalità. Il tentativo di paralizzare un’intera nazione è una maniera responsabile di affrontare le questioni sul tappeto?
Il diritto di manifestare e scioperare resta fuori discussione. Così come resta legittimo chiedere a chi sostiene le proteste di accompagnare gli appelli alla mobilitazione con parole altrettanto chiare sul rispetto della legalità e sull’incolumità delle persone.
Perché la forza di una protesta democratica non si misura dalla radicalità degli slogan, ma anche dalla capacità di tracciare un confine netto tra dissenso e violenza. E su questo vi sono fin troppe ambiguità.