"Nessun compromesso"
Von der Leyen serra i confini: tempi duri per chi a sinistra predicava porte aperte. In Ue passa la linea Meloni
Nel discorso sullo Stato dell’Unione la presidente della Commissione punta su rimpatri più rapidi e strumenti d’emergenza contro i flussi migratori usati come arma. Ma sui vecchi cavalli di battaglia progressisti è sempre la stessa storia...
«Non scenderemo mai a compromessi. Siamo noi europei a decidere chi entra nella nostra Unione e a quali condizioni. Non i contrabbandieri e i trafficanti». A Strasburgo Ursula von der Leyen non perde tempo con i convenevoli. Nel tradizionale discorso annuale con cui la presidente della Commissione traccia davanti all’Europarlamento la rotta politica dell’Unione, la frase più pesante arriva sulle frontiere. E basta già questa per capire quanto sia cambiata l’aria nella grigia Bruxelles: sui migranti il lessico è quello del controllo. Il confronto con le posizioni portate in Europa dalla premier Giorgia Meloni viene, dunque, quasi spontaneo.
“Ceuta è Spagna. Ceuta è Europa”
Il caso più evidente è Ceuta. «Ceuta è Spagna. Ceuta è Europa», scandisce von der Leyen, annunciando un nuovo quadro europeo per affrontare le emergenze migratorie, con margini di flessibilità rispetto alle procedure ordinarie quando movimenti di massa vengano deliberatamente strumentalizzati. Poi il passaggio sui rimpatri, da accelerare, e su Frontex, da rafforzare.
Non è necessario immaginare una conversione sulla via di Strasburgo per accorgersi che qualcosa è cambiato. Nel 2026 il 65% degli europei intervistati dall’Eurobarometro si dichiarava preoccupato dall’immigrazione incontrollata, mentre proprio difesa e sicurezza figuravano fra le priorità più citate per l’azione dell’Ue. È su questo terreno che von der Leyen sceglie di muoversi.
Lo stesso registro così ritorna oggi. Cyberattacchi, sabotaggi, incendi dolosi e incursioni di droni dimostrano, ammette, che le istituzioni europee sono state costruite «per un mondo diverso». Da qui l’idea di un “Articolo 4 europeo”, sul modello Nato, e di un Consiglio europeo di sicurezza.
Su Kiev nessuna esitazione: più difesa aerea, Patriot, cooperazione industriale con gli ucraini. Persino sulle sanzioni entra però una dose di pragmatismo: «Non servono sempre nuove sanzioni», spiega, quanto piuttosto chiudere le falle che consentono a Mosca di aggirare quelle già in vigore.
Avvertimento a Cina e big tech
Lo stesso vale sul versante economico. Il secondo “China shock”, avverte von der Leyen, «è già qui»: deficit commerciale da un miliardo di euro al giorno e dipendenze che superano l’80% per diverse materie prime critiche. Il messaggio è quello dell’autonomia strategica: meno dipendenze e più capacità industriale europea. «Voglio essere chiara: utilizzeremo tutti gli strumenti a nostra disposizione per riequilibrare la nostra relazione. Le parole vanno bene. Ma i fatti sono meglio».
Poi ci sono smartphone e social. «Siamo noi a decidere le nostre regole. Non le big tech». Una formula che rimette al centro genitori, responsabilità e limiti al potere delle piattaforme. Anche sull’intelligenza artificiale la linea è simile: regole sì, ma senza consegnare agli altri la corsa tecnologica. «Dobbiamo restare in gara», perché è questione di indipendenza.
Poi riaffiora la vecchia von der Leyen
Fin qui, parecchia musica familiare alle orecchie del centrodestra. Ma sarebbe un errore fermarsi alle apparenze. Quando il discorso torna sul terreno politico e ideologico, riemergono infatti i vecchi riflessi. La presidente mette infatti nello stesso passaggio «ultranazionalisti» e «antieuropeisti», interferenze russe e disinformazione: fenomeni diversi che, nella sua lettura, convergerebbero nel tentativo di spezzare l’unità europea.
E sul clima nessuna correzione di rotta. La transizione può essere complessa, concede, ma l’Europa «può, deve e continuerà» a perseguire i propri obiettivi climatici. In pratica, ancora più green per tutti! Follia. Restano poi il Pilastro sociale, la casa elevata a diritto — che l’eurodeputata di Avs Ilaria Salis avrà tanto apprezzato — , il grande interventismo comunitario e quella tendenza a leggere lo scontro politico attraverso la categoria degli “estremismi” che da anni irrita una parte consistente del fronte conservatore.
È qui che il quadro torna completo. Von der Leyen non è diventata una leader della destra e il suo discorso offre all’opposizione altrettanti motivi di distanza quanti spunti di interesse. Ma sui dossier che oggi infiammano di più — confini, sicurezza, difesa, famiglia, industria — parla una lingua molto diversa da quella dell’Europa delle porte aperte vista negli anni passati, prima dell’arrivo in Italia del governo Meloni.
La vera novità, allora, non è la sua conversione. È che molte battaglie che la destra conduce da anni sono ormai entrate nel lessico ordinario di Bruxelles. Le ombre restano. Ma almeno su alcuni temi, è il terreno politico ad essersi spostato.