Spioni
Trump cerca la talpa al Pentagono: 50 militari alla prova del poligrafo dopo le fughe di notizie
Il presidente liquida le indiscrezioni sulla disponibilità di armamenti come «fake news», ma vuole sapere chi ha parlato. E per ricucire le bocche, il Pentagono comincia a misurare i battiti
A Washington la domanda non è più soltanto quante munizioni siano rimaste negli arsenali, ma chi abbia raccontato alla stampa che potrebbero non bastare. Per trovare la risposta, il Pentagono ha deciso di affidarsi anche al poligrafo: circa cinquanta tra ufficiali e dipendenti civili dello Stato maggiore congiunto sono stati sottoposti alla cosiddetta macchina della verità. Una caccia alla “gola profonda” in divisa che, nella capitale mondiale delle fughe di notizie, ha quasi il sapore di una misura disperata.
A rivelare l’operazione è il New York Times. I test, effettuati nel mese di agosto, hanno riguardato la diffusione ai giornalisti di informazioni classificate e, in particolare, le indiscrezioni sulla diminuzione delle scorte americane di munizioni. Agli interessati sarebbe stato domandato esplicitamente se avessero parlato con la stampa e se avessero fornito dettagli sulla disponibilità di missili a lungo raggio e intercettori Patriot.
Il nervo scoperto degli arsenali
Il caso nasce dalle ricostruzioni pubblicate nelle ultime settimane da diversi media statunitensi. La guerra contro l’Iran, cominciata a febbraio e proseguita a fasi alterne, avrebbe sottoposto gli arsenali americani a una pressione considerevole. Il consumo di intercettori per la difesa aerea e di altri armamenti di precisione avrebbe sollevato dubbi sulla capacità di sostenere a lungo operazioni ad alta intensità senza intaccare le riserve necessarie negli altri teatri strategici.
Donald Trump ha liquidato queste ricostruzioni come «fake news», assicurando che gli Stati Uniti dispongono di armi e munizioni «in abbondanza». Ma la reazione della sua amministrazione suggerisce che, vera o falsa che sia la diagnosi sulle scorte, la fuga di informazioni viene considerata tutt’altro che una faccenda marginale.
Il presidente non sembra intenzionato a lasciare che dati sensibili attraversino con troppa disinvoltura il tragitto che separa gli uffici del Pentagono dalle redazioni. Così, mentre la Casa Bianca garantisce che i magazzini sono pieni, gli investigatori cercano chi avrebbe sostenuto il contrario. A Washington, del resto, le indiscrezioni sono una risorsa quasi inesauribile. A differenza, forse, dei Tomahawk.
Un test abituale, ma non per cinquanta persone
La Cbs precisa che il ricorso al poligrafo non è inconsueto per funzionari militari e civili con accesso a informazioni altamente classificate. A essere eccezionale è la dimensione dell’operazione: sottoporre contemporaneamente decine di persone all’esame rappresenta un evento estremamente raro. Secondo l’emittente, nessuno avrebbe fallito le domande relative alle fughe di notizie. Il capo dello Stato maggiore congiunto, generale Dan Caine, non sarebbe invece stato sottoposto al test.
Il perimetro potenziale dell’indagine resta molto più ampio. Tra 1.500 e 2.000 persone lavorano nello Stato maggiore congiunto, la struttura che assiste i vertici militari e coordina strategie, operazioni e piani di guerra con i comandi americani sparsi nel mondo. I cinquanta esaminati apparterrebbero dunque alla cerchia più ristretta di chi poteva conoscere i dati finiti sui giornali.
Il messaggio agli apparati
Il portavoce del Pentagono Sean Parnell evita di entrare nei particolari: il dipartimento, ha spiegato, «non commenta questioni interne relative al personale o alle indagini in corso», ma considera «in modo estremamente serio tutte le fughe di informazioni classificate riguardanti la sicurezza nazionale e indaga di conseguenza».
«La protezione delle informazioni classificate è fondamentale per garantire la sicurezza degli Stati Uniti e delle nostre truppe dislocate in tutto il mondo», ha aggiunto.
L’obiettivo, quindi, non è soltanto trovare il responsabile. Il poligrafo serve anche a recapitare un messaggio piuttosto chiaro all’intero apparato: parlare con i giornalisti può far accelerare non soltanto il ciclo delle notizie, ma anche il battito cardiaco. E questa volta qualcuno, al Pentagono, lo sta misurando.