Il solito presidente
Trump all’Onu fa pace con la Groenlandia, ma non con Cuba. E sull’Ucraina promette: “Con Zelensky troveremo una soluzione”
All’Onu il presidente americano scatena la protesta dell’Avana, minaccia Teheran, avverte il Venezuela e assicura che l’accordo tra Mosca e Kiev arriverà "prima di quanto si pensi"
A New York, Donald Trump è riuscito nel giro di poche ore a mettere una toppa alla questione groenlandese e ad aprire un nuovo fronte con Cuba. È la diplomazia “secondo Trump”: con Copenaghen si firma, con l’Avana si alzano i toni. Fin qui, quasi ordinaria amministrazione. Il mondo ha ormai imparato a convivere con il suo repertorio di minacce, accordi e colpi di scena. Stavolta, però, il palcoscenico era quello dell’Onu e la frase non poteva passare inosservata: «Cuba è uno Stato fallito e cadrà».
La delegazione cubana ha scelto di non replicare dal banco: si è alzata e ha lasciato l’aula dell’Assemblea generale. Il tycoon, però, non aveva ancora finito. Ha sostenuto che il regime comunista sia sottoposto alla pressione più forte mai subita e ha promesso che, se «il comunismo non arriverà mai in America», allora «la libertà arriverà a Cuba».
L’Avana se ne va e poi risponde
La risposta è arrivata poco dopo però dal ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez, che su X ha accusato Washington di non riuscire ad accettare il diritto di Cuba a essere «un Paese pienamente indipendente e sovrano». «Nessuna delle falsità pronunciate dal presidente degli Stati Uniti all’Onu, né alcuna calunnia, potrà mai negare tale realtà», ha scritto Rodríguez, ribaltando poi l’accusa: Cuba non rappresenterebbe una minaccia, mentre sarebbe il blocco economico americano a costituire «un atto di genocidio e di punizione collettiva».
È il consueto scontro di narrazioni tra Washington e L’Avana. Ma Cuba è stata soltanto la parte più teatrale di un discorso costruito attorno a un principio assai meno folkloristico: gli Stati Uniti sono pronti a negoziare, purché sia chiaro da quale posizione intendano farlo.
Con l’Iran, accordo o «inferno»
Stesso vale per l’Iran. Da una parte infatti Trump ha prospettato un’intesa dopo le elezioni americane di novembre. Dall’altra ha formulato la brutale alternativa: «Oppure anniento la Repubblica islamica?». Ha parlato poi della possibilità di consentire all’Iran di ricostruirsi e diventare «uno dei più grandi Paesi del Medio Oriente», ma ha contemporaneamente evocato l’ipotesi di trascinarlo «all’inferno» qualora Teheran non accettasse un accordo.
Proprio a New York, intanto, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha incontrato l’omologo iraniano Abbas Araghchi. Il vicepremier ha ribadito il sostegno italiano ai negoziati per la piena riapertura dello Stretto di Hormuz e ha chiesto a Teheran di utilizzare la propria influenza anche per favorire la stabilizzazione di Libano e Yemen e garantire la libertà di navigazione a Bab el-Mandeb.
Venezuela avvertito, Ucraina da “chiudere”
Tornando a The Donald. Sul Venezuela ha allargato il ragionamento all’intero emisfero occidentale. «Gli Stati Uniti non permetteranno più a minacce contro l’America di mettere radici», ha dichiarato, promettendo l’impiego, se necessario, della «potenza militare senza pari» americana. Poi la stoccata: Caracas disponeva dei migliori equipaggiamenti forniti da altri Paesi, ha ricordato. «E indovinate un po’? Non hanno funzionato».
Infine l’Ucraina. Qui il presidente ha lasciato da parte, almeno per qualche minuto, l’apocalisse iraniana per tornare nel ruolo che preferisce: quello del negoziatore che chiude le guerre lasciate aperte dagli altri. «Stiamo lavorando a stretto contatto con i leader della Russia e dell’Ucraina e riusciremo a concludere anche questo accordo», ha assicurato. E ha aggiunto: «Credo che accadrà più rapidamente di quanto si pensi. Ne hanno abbastanza». «Il presidente Zelensky ed io stiamo cercando di trovare una soluzione e credo che la troveremo». Il presidente ucraino è apparso fiducioso e all’inizio del bilaterale ha annunciato: «Il presidente Trump ci aiuterà a trovare una soluzione per mettere fine alla guerra, bisogna fare il più possibile prima dell’inverno».