«Non so cosa mi sia passato per la testa in quel momento», ha detto l’imputato. «Mi pento di quello che ho fatto». Sì è aperto con una spontanea confessione di Moreno Violetto davanti ai giudici della Corte d’Assise, il processo per l’omicidio del 59enne Fatos Cenaj ex poliziotto della penitenziaria in Albania, trovato in condizioni disperate lungo una strada di campagna in zona Casoni di Fontaniva, della provincia di Padova in Veneto, nella mattinata dell’8 giugno 2025.
Era riverso a terra, vicino alla sua bicicletta a tre ruote, lungo il tratto di strada che dalla sua abitazione, in vicolo del Bosso, conduce al maneggio “Fattoria Dindo” dove faceva piccoli lavori saltuari. A fare la scoperta verso le 8 erano stati due guardiapesca. A ucciderlo, secondo l’accusa rappresentata dal pubblico ministero Maria D’Arpa titolare delle indagini, è stato il 45enne Moreno Violetto. L’imputato, assistito dall’avvocato Stefano Marrone del foro di Venezia, prima dell’inizio del dibattimento si è alzato in piedi ed ha confessato. Poche parole seguite dalla consegna ai giudici di un assegno intestato alle parti civili da 5000 euro. Praticamente tutto ciò che rimane sul conto corrente dell’imputato agli arresti da quando carabinieri hanno chiuso l’indagine sul suo conto. Violetto è stato accusato di omicidio volontario pluriaggravato dalla premeditazione e dai futili motivi, e rischia di essere condannato all’ergastolo. Ma con la mossa di oggi i giudici dovrebbero ottenere conto della decisiva condotta processuale da parte dell’imputato che di fatto abbrevia di molto i tempi del dibattimento.
L’arma del delitto, che potrebbe essere stata fabbricata artigianalmente dal 45enne, non è mai stata trovata, così come il proiettile che ha ferito mortalmente la vittima. Secondo le ipotesi formulate dal Ris di Parma, la guardia carceraria sarebbe stata colpita dietro l’orecchio da una distanza inferiore ai dieci metri.