L'intervista a Schleicher
Scuola, l’Ocse promuove l’Italia: “Eccezione in Europa”. Ma servono meno schermi e più libri. “L’Ia sia al servizio dei prof”
Il direttore dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico spiega il successo nostrano. Ma avverte sull'intelligenza artificiale: "Per i più giovani non dovrebbe essere un oracolo"
«L’Italia rappresenta una notevole eccezione rispetto al resto d’Europa». Andreas Schleicher, direttore del settore Istruzione dell’Ocse, parte da qui per leggere gli ultimi risultati PISA. Mentre in gran parte d’Europa le competenze dei quindicenni arretrano, gli studenti italiani tengono: vanno meglio dei partner di riferimento nella lettura e migliorano la propria posizione nelle scienze rispetto al 2018. Risultati che, nell’intervista ad ItaliaOggi firmata da Alessandra Ricciardi, Schleicher definisce «impressionanti».
Non è tutta colpa del Covid
Il quadro internazionale resta però preoccupante. Il declino degli apprendimenti, avverte Schleicher, non può essere spiegato soltanto con la pandemia: «Il declino era già visibile molto prima del Covid». A incidere sarebbero anche il progressivo abbandono della lettura per piacere e un consumo digitale sempre più rapido, fatto di social, feed e informazioni elaborate in pochi secondi.
La sorpresa riguarda anche chi perde terreno. «Non sono stati gli studenti più svantaggiati, ma spesso quelli provenienti da famiglie benestanti». Segno che il problema non può essere ricondotto soltanto alle disuguaglianze economiche.
Conta, dunque, anche la famiglia. Non servono genitori trasformati in insegnanti, precisa Schleicher: è sufficiente mostrare interesse per ciò che i figli stanno imparando. Chiedere cosa abbiano fatto a scuola è già associato a risultati significativamente migliori.
Troppi schermi, poca attenzione
Il giudizio diventa più duro quando si parla di tecnologia. Nei Paesi Ocse gli studenti trascorrono mediamente 1,7 ore al giorno sui dispositivi per attività scolastiche, alle quali si aggiungono altre 1,1 ore per svago durante l’orario di lezione.
Un utilizzo moderato può essere utile. Ma oltre le tre ore, osserva Schleicher, «il rendimento comincia a diminuire». Ancora più problematico è l’uso ricreativo di smartphone e dispositivi personali: strumenti progettati per catturare continuamente l’attenzione mal si conciliano con la concentrazione prolungata necessaria allo studio. Non è un caso se «in una classe dell’Asia orientale» non si vedono ragazzi «trascorrere molto tempo davanti agli schermi», perché «la tecnologia in questi Paesi è presente ovunque, ma raramente è visibile e raramente distrae», spiega. «Il suo obiettivo principale è fornire dati analitici e feedback per aiutare».
E il cambiamento non riguarda soltanto il tempo passato davanti allo schermo. Gli studenti sono passati sempre più «dalla creazione al consumo, dalla produzione allo scrolling». Proprio le attività che richiedono di valutare, riflettere e collegare informazioni diverse sono quelle in cui emergono le maggiori difficoltà.
L’Ia non deve pensare al posto degli studenti
Poi c’è l’intelligenza artificiale. Quasi uno studente su cinque nell’area Ocse la utilizza quotidianamente per l’apprendimento. Ma il discrimine, per Schleicher, è semplice: «Non ci rimettiamo in forma guardando lo sport, ma facendo sport».
Se l’Ia consegna la risposta pronta, evitando allo studente lo sforzo necessario per arrivarci, può indebolire l’apprendimento. Dovrebbe invece aiutare a ragionare meglio e a formulare domande più intelligenti. Per i più giovani «non dovrebbe essere un oracolo», né fingersi amico o sostituirsi alle relazioni sociali. Tuttavia, in Italia la percentuale di studenti che verificano le informazioni è più alta di quella dei Paesi Ocse: 63% vs. 46%. «Questa è una buona notizia». Però, «il futuro richiede di motivarli a porre le domande giuste, a passare dall’essere semplici risolutori di problemi al diventare persone capaci di individuare i problemi, a prestare attenzione allo scopo e non soltanto a portare a termine i compiti, e ad accogliere ciò che è nuovo e incerto invece di attenersi a piani già conosciuti. L’educazione del futuro consisterà nel formulare e riformulare domande migliori, mettendo in discussione ciò che abbiamo dato per scontato».
Perché l’Italia migliora
Ed è qui che arriva il riconoscimento al sistema italiano. Schleicher indica tra le ragioni della tenuta «una maggiore serietà didattica, una maggiore focalizzazione e una maggiore coerenza nell’insegnamento e nell’apprendimento». Promuove anche il ruolo dell’Invalsi e, sul recupero dei divari territoriali: «Agenda Sud è un buon esempio di sostegno più mirato e di migliore allineamento delle risorse alle esigenze».
La rivincita dei libri
Non è quindi un ritorno al passato rivalutare carta, scrittura a mano e lettura lunga. Gli studenti con migliori capacità di comprensione, ricorda Schleicher, sono spesso quelli abituati a libri superiori alle cento pagine: testi che obbligano a ricordare, collegare e costruire una rappresentazione mentale complessa.
E sintetizza il rischio opposto con una battuta efficace: «Limitarsi a consumare la marmellata che esce da ChatGPT non richiede molta energia mentale». Il paradosso della scuola digitale è tutto qui: per preparare davvero i ragazzi al futuro, potrebbe servire recuperare proprio gli strumenti più analogici.