L'intervento
Non eravamo nemici del progresso e neppure geni: per capire i danni del woke bastava osservare la realtà
Ora che perfino una parte del mondo progressista archivia, critica o corregge il “Woke 1.0”, possiamo dirlo: non serviva essere profeti
Non eravamo nemici dei diritti, nostalgici del passato o terrorizzati dal cambiamento. E, diciamolo con altrettanta franchezza, non eravamo neppure geni. Per capire che il woke, il politicamente corretto trasformato in ideologia e la cancel culture avrebbero prodotto conformismo, censura sociale e risultati talvolta grotteschi non occorrevano capacità profetiche. Bastava guardare la realtà senza pretendere che fosse lei a doversi adeguare alle nostre convinzioni. E ricordare alcuni episodi del passato che hanno preceduto il fantastico mondo del progresso.
Dal marxismo applicato al marxismo culturale
Famose sono le fotografie dalle quali, durante le purghe staliniane, sparivano le persone cadute in disgrazia. Non venivano soltanto arrestate, condannate o eliminate: i censori sovietici le cancellavano anche dalle immagini, intervenendo materialmente sulle fotografie e quindi, almeno nelle intenzioni del regime, sulla memoria. Curioso che, con le differenze abissali del caso, dal marxismo applicato al marxismo culturale certi atteggiamenti, direi antropologici, sono rimasti “simili”.
Ma il meccanismo simbolico della cancellazione merita di essere ricordato: se una persona, un’opera o un pezzo di passato disturba il presente, invece di discuterlo lo si fa sparire. Mettersi un paio di lenti rosa non rende rosa il mondo.
Cambia soltanto il colore di ciò che siamo disposti a vedere. E prima o poi si finisce contro il muro che quelle lenti avevano nascosto.
Gli avvertimenti inascoltati
Per anni abbiamo detto che giudicare ogni epoca con il tribunale morale del presente avrebbe condotto all’abbattimento delle statue, alla riscrittura dei libri, alla rimozione delle opere e alla trasformazione della storia in un interminabile verbale d’accusa. Abbiamo detto che dividere gli esseri umani in categorie sempre più piccole, ciascuna dotata del proprio vero o presunto grado di oppressione e del proprio diritto esclusivo di parola, non avrebbe costruito una società più giusta, ma una società più diffidente e rancorosa.
Abbiamo detto che il controllo delle parole rischiava di diventare controllo del pensiero. Che il dissenso sarebbe stato presentato come una forma di violenza. Che la libertà di espressione sarebbe rimasta intatta, almeno negli slogan dei censori e nell’attesa di leggi sempre più restrittive, ma subordinata, sempre più spesso, al diritto rivendicato da qualcuno di non essere offeso, contraddetto o perfino disturbato. Fino a quando l’autocensura avrebbe iniziato a sostituire la censura vera e propria.
Tutti zitti pur di non ricevere lo stigma. Tutti impegnati a dubitare di ciò che vedevano con i propri occhi. Fino a diventare, come novelli Winston Smith, capaci di convincersi che due più due possa fare cinque. Ma non siamo rimasti zitti. E alle nostre critiche la risposta raramente era un argomento. Era quasi sempre un’etichetta. Reazionario. Retrogrado. Bigotto. Razzista. Sessista. Omofobo. Transfobico. Colonialista. «Dalla parte sbagliata della storia». Il vocabolario era breve, ma sufficiente.
Non serviva scegliere l’accusa più adatta: bastava trovarne una capace di chiudere la conversazione. Perché una delle degenerazioni peggiori della cultura woke è stata proprio questa: non confutare l’interlocutore, ma classificarlo.
Non discutere ciò che aveva detto, ma stabilire che non avesse il diritto di dirlo. Il sedicente «lato giusto della storia» era diventato un locale privato, con buttafuori particolarmente suscettibili.
Ora lo dicono loro: «Il woke era una follia»
Poi è arrivato il 9 agosto 2026. Alexandria Ocasio-Cortez, intervistata da ABC, si è trovata a rispondere delle vecchie posizioni radicali della candidata democratica socialista Francesca Hong. E ha ripreso, ridendo, una frase utilizzata dal consigliere comunale newyorkese Chi Ossé: «Woke 1 was crazy». «Woke 1 era folle».
Va raccontato tutto, perché altrimenti faremmo esattamente ciò che rimproveriamo agli altri. Ocasio-Cortez non ha rinnegato le battaglie per i diritti e non ha pronunciato una solenne abiura. Ha spiegato che la retorica degli anni del lockdown non è quella che verrebbe utilizzata oggi e ha invitato a giudicare i candidati per ciò che sostengono adesso.
Ed è proprio questo il punto.
Non la conversione. Il congedo. Una stagione che fino a ieri non poteva essere criticata senza essere accusati di essere mostri viene oggi liquidata con una risata e una numerazione da aggiornamento software. Woke 1. Come se si trattasse di una vecchia versione dell’iPhone.
Il 15 agosto sul Guardian, Francine Prose — che nello stesso articolo dichiara la propria ammirazione per Ocasio-Cortez — ha riconosciuto esplicitamente i problemi prodotti dalla sorveglianza rigida del linguaggio, dalla cancellazione di chi aveva commesso errori e da alcune imposizioni nel mondo universitario. E conclude che censura e repressione sono distruttive, vengano da destra o da sinistra.
Tre giorni dopo, sempre il Guardian, ha pubblicato un articolo di Nesrine Malik dal titolo inequivocabile: «Woke 1.0 is over». Malik difende le ragioni originarie di movimenti come #MeToo e Black Lives Matter e contesta l’idea che tutto ciò che viene raccolto sotto l’etichetta woke fosse sbagliato. Ma riconosce anche che intorno a quelle battaglie si svilupparono atteggiamenti performativi, sorveglianza del linguaggio e casi nei quali persone persero ingiustamente reputazione o lavoro.
È importante registrare anche questa parte dell’argomento: secondo Malik, inoltre, sarebbe sbagliato equiparare la pressione culturale esercitata da una parte della sinistra con il potere coercitivo dello Stato. È un’obiezione seria. Ma resta un fatto: persino chi difende i principi originari parla ormai di una stagione conclusa e della necessità di imparare dai suoi errori.
Una domanda scomoda
Lo stesso 18 agosto il New York Times ha pubblicato un commento di Bret Stephens con un titolo che sembra scritto in risposta a ciò che alcuni di noi sostengono da anni: «Yes, Woke 1.0 Was Crazy. Now Where’s the Accountability?». «Sì, Woke 1.0 era folle. Ora, dov’è la responsabilità?».
Stephens non è un convertito dell’ultima ora e non appartiene al mondo woke. Proprio per questo non va arruolato artificiosamente tra i pentiti. Ma il suo articolo segnala qualcosa di significativo: la discussione non riguarda più soltanto se gli eccessi siano esistiti. Riguarda anche chi debba risponderne.
Stephens arriva a chiedere contrizione, scuse pubbliche e una sorta di restituzione morale a favore di persone che persero incarichi, reputazione o opportunità professionali. In altre parole: le autocritiche hanno finalmente incontrato qualcuno che pretende la ricevuta.
Eppure i segnali c’erano già da tempo. Nel gennaio 2025 Meta aveva annunciato la fine di diversi importanti programmi DEI, abbandonando tra l’altro gli obiettivi di rappresentanza, il cosiddetto Diverse Slate Approach nelle assunzioni e alcune politiche relative ai fornitori. Non era scomparso ogni impegno dell’azienda sulla diversità, ma la svolta rispetto agli anni precedenti era evidente.
Le aziende, naturalmente, non si pentono. Aggiornano il marketing. Chiamano «valore irrinunciabile» ciò che ieri produceva consenso e «tema divisivo» ciò che oggi rischia di costare clienti.
L’avvertimento sulla cancel culture
Nel febbraio 2025 il Guardian aveva intervistato Chimamanda Ngozi Adichie, autrice di We Should All Be Feminists e una delle scrittrici femministe più conosciute al mondo. Il titolo scelto dal giornale era già una sentenza: «Cancel culture? We should stop it. End of story».
Adichie descriveva un clima nel quale soprattutto molti giovani avevano paura di avere un’opinione sbagliata, con il risultato di ridurre la possibilità di pensare, imparare e perfino cambiare idea. Non parlava una conservatrice improvvisamente convertita. E questo rendeva quella critica assai più interessante.
Poche settimane dopo Ash Sarkar, giornalista e commentatrice della sinistra marxista britannica, ha sostenuto apertamente che una certa politica identitaria aveva finito per mettere in secondo piano la classe sociale, produrre competizione tra vittimismi e indebolire la costruzione di solidarietà più larghe. Nel marzo 2025 scriveva sullo stesso Guardian che l’«io» aveva finito per prevalere sul «noi» e che la destra stava traendo vantaggio proprio da quella frammentazione.
Nel giugno 2025 il Guardian si è poi domandato: «How does woke start winning again?». Già la domanda conteneva una notizia: se bisogna chiedersi come tornare a vincere, significa che qualcosa è andato storto. L’articolo descriveva un attivismo troppo spesso performativo, la distanza tra alcuni militanti progressisti e il resto della popolazione, la tendenza a sopravvalutare il consenso delle proprie convinzioni e la difficoltà di persuadere chi non appartenesse già alla propria cerchia.
In altre parole, una minoranza molto attiva aveva talvolta scambiato la propria bolla sociale per il mondo. E quando il mondo si rifiutava di adeguarsi, invece di convincerlo lo si accusava. Nell’agosto 2025 Third Way, think tank centrista di area progressista, pubblicò poi il memorandum Was It Something I Said?, rivolto ai Democratici e ai loro alleati. Conteneva decine di parole ed espressioni dalle quali consigliava di prendere le distanze nella comunicazione politica: «privilege», «cisgender», «microaggression», «birthing person», «BIPOC», «allyship» e molte altre.
La motivazione era impietosa: «To please the few, we have alienated the many». «Per compiacere pochi, abbiamo allontanato molti». Dopo anni trascorsi a spiegare agli altri quali parole fosse opportuno utilizzare, una parte del progressismo americano si ritrovava a compilare una lista delle proprie parole da non utilizzare perché allontanavano gli elettori.
È difficile immaginare un contrappasso più perfetto. Ma anche la puzza di bruciato di una conversione molto più interessata che onesta.
E adesso lo dicono anche in Italia
In Italia il dibattito è esploso nel giro di una settimana. Il 18 agosto 2026, su Repubblica, Carlo Galli ha pubblicato un articolo dal titolo «La trappola woke: così la sinistra prova a liberarsi». La sua critica è particolarmente interessante proprio perché viene dall’interno di una cultura politica non sospettabile di simpatie conservatrici.
Galli sostiene che il problema del woke non sia l’essere troppo critico, ma al contrario essere «troppo poco critico»: giudicherebbe il passato in maniera manichea attraverso valori contemporanei, privilegerebbe il piano simbolico e rischierebbe di produrre una «babele» di rivendicazioni identitarie. E conclude che, «molto in ritardo», alcune sinistre occidentali stanno cercando di uscirne tornando ai bisogni concreti e diffusi.
Tre giorni dopo è intervenuto Giuseppe Conte. Il presidente del Movimento 5 Stelle ha riconosciuto alla cultura woke alcuni effetti positivi: maggiore attenzione al linguaggio, alle discriminazioni e al riconoscimento delle persone. Ma ha aggiunto di averne personalmente toccato con mano gli eccessi e ha parlato di «conformismo ideologico» e, nelle manifestazioni più estreme, di repressione della libertà di opinione.
Soprattutto ha posto la domanda politica decisiva: può il woke costituire l’ossatura ideologica di una forza progressista?
La sua risposta è no. Conte arriva a definirlo, quando diventa totalizzante, una sorta di «religione morale autoreferenziale», contrapponendogli il ritorno alle diseguaglianze economiche e sociali.
Il 23 agosto Matteo Renzi si è dichiarato d’accordo sulla necessità di «superare gli eccessi woke» e di riportare al centro la questione sociale, il benessere economico e la vita quotidiana. Con una precisazione importante: secondo Renzi non dovrebbe essere soltanto una tattica elettorale, ma l’occasione per una riflessione culturale più profonda, senza arretrare sui diritti e sul contrasto alle discriminazioni.
Il giorno dopo è arrivata Chiara Valerio. Il titolo del suo intervento su Repubblica dice già molto: «Il woke ha esagerato ma da quella cultura ho imparato tanto». Valerio spiega ciò che inizialmente l’aveva attratta del woke e ciò che successivamente l’ha delusa. La formula più efficace è questa: «La somma delle identità non fa comunità e non crea comunione». E aggiunge un pensiero ancora più significativo: annichilire chi viene considerato nemico per conquistare un territorio semantico finisce per riprodurre proprio una logica di dominio.
Semplificando un poco: non è, però, l’Italia stessa, quella a cui siamo orgogliosi di appartenere, un insieme di identità diverse – i famosi campanili – che hanno prodotto una nazione centrale per la storia del mondo?
Il 25 agosto Giorgiomaria Cornelio ha aggiunto un’altra tessera, parlando della «trappola del woke» e del pericolo di costruire un’illusione di purezza che conduce alla fuga dalla realtà.
Il 26 agosto Luigi Manconi ha risposto quasi capovolgendo l’impostazione del dibattito. Secondo Manconi, in Italia la cultura woke non sarebbe mai stata egemone, non avrebbe governato e non avrebbe prodotto un sistema normativo ispirato ai suoi principi. Ricorda inoltre che il politicamente corretto ha avuto anche un merito reale: eliminare dal linguaggio comune termini autenticamente offensivi e discriminatori. E contesta la contrapposizione tra diritti civili e diritti sociali.
È un’obiezione che va presa sul serio. E permette anche di precisare il punto. Non si sostiene che in Italia sia esistito un regime woke. Sarebbe una caricatura. Si sostiene che sia esistito — nell’università, nell’editoria, nei media, nello spettacolo, in alcune istituzioni e soprattutto nel dibattito pubblico — un clima culturale nel quale determinate opinioni erano considerate non semplicemente sbagliate, ma moralmente illegittime.
Nessuno può però dimenticare che, mentre negli Stati Uniti e altrove venivano abbattute o contestate statue di Colombo, anche in Italia una parte del dibattito culturale arrivò a considerare legittima, e talvolta auspicabile, la rimozione di monumenti ritenuti incompatibili con la sensibilità contemporanea.
Manconi ha ragione anche su un’altra cosa: non tutto il politicamente corretto è censura. Chiamare una persona con rispetto non è woke. Evitare un insulto non è cancel culture. La questione nasce quando il rispetto smette di essere una regola di convivenza e diventa un sistema per stabilire quali opinioni siano ammissibili e quali persone possano esprimerle.
Ed è significativo che ormai non siano più soltanto i critici storici del woke a discuterne. La domanda, insomma, non è più se il fenomeno esista. È che cosa sia stato, quanto abbia contato e che cosa debba restarne.
Il problema non sono gli eccessi: è il woke
Qui, però, serve essere ancora più chiari. Non penso che il problema del woke sia stato soltanto qualche eccesso, qualche parola sbagliata o qualche applicazione troppo zelante di principi giusti. Per woke non intendo il rispetto delle persone, la parità davanti alla legge, il contrasto alle discriminazioni o la buona educazione. Quelli sono diritti, doveri e regole di convivenza che appartengono a una società libera prima e indipendentemente dal woke.
Intendo invece un impianto culturale che tende a spostare il baricentro dalla persona alla categoria; a giustificare l’autopercezione al posto della realtà; a misurare la legittimità della parola anche in base all’appartenenza di chi parla; a giudicare il passato soltanto con il codice morale del presente; a trasformare il linguaggio e i simboli in strumenti di disciplina; e, nei casi peggiori, a confondere il dissenso con il danno e la critica con la violenza.
Se questo è il woke di cui stiamo parlando, e lo è, allora non è il Woke 1.0 ad aver sbagliato il dosaggio. È il principio a essere sbagliato.
Perché i diritti, per essere davvero tali, sono universali. Non dipendono dalla gerarchia delle identità, non assegnano patenti morali, non dividono il mondo tra chi può parlare e chi deve tacere. Il rispetto allarga lo spazio della libertà; il woke, essendo ideologia, rischia di restringerlo in nome di una virtù amministrata e amministrativa.
Per questo la formula «superare gli eccessi» non mi convince fino in fondo. Può diventare il modo più elegante per salvare l’impianto dopo aver sacrificato le sue manifestazioni meno presentabili. E infatti il dibattito italiano delle settimane successive suggerisce prudenza prima di celebrare qualunque abiura.
Abiura o riposizionamento?
Il 28 agosto, sul Corriere della Sera, Monica Ricci Sargentini ha osservato che nel «processo» italiano al woke stavano parlando anche intellettuali e politici che fino a poco prima ne avevano adottato principi e linguaggi, ricordando al tempo stesso le femministe che avevano denunciato il «no debate» ed erano state marginalizzate.
Il 29 agosto Massimo Giannini, su Repubblica, ha sostenuto che in Italia il woke «non ha mai toccato palla». Il 31 agosto Vanessa Roghi, sempre su Repubblica, ha scritto che è tutt’altro che superata la necessità di essere woke. Il 1° settembre Barbara Poggio, sul Corriere del Trentino, lo ha definito uno «spettro immaginario». Il 3 settembre L’Espresso ha presentato l’intera diatriba come una trappola che rischia di mettere in discussione obiettivi di tutela dei diritti.
Sono posizioni diverse, ma tutte utili a capire una cosa: mentre alcuni dichiarano conclusa una stagione, altri difendono apertamente ciò che quella stagione rappresentava oppure sostengono che il problema non sia mai esistito. Più che un funerale, sembra una disputa sul nome da dare alla stessa eredità.
E c’è poi il dato politico. Nel suo intervento del 23 agosto Renzi apre ricordando che «tra sei mesi si vota» e lega esplicitamente il superamento del woke alla necessità di tornare a parlare di questione sociale e vita quotidiana. Il 25 agosto Stefano Folli ha letto la mossa di Conte come un’iniziativa capace di rafforzarlo nella competizione per la guida del campo largo e di costringere gli altri a inseguirlo. Nello stesso giorno Francesco Merlo ha definito il ripudio del woke da parte di Conte una «furbata». Sono valutazioni, che condivido, non prove sulle intenzioni personali; ma mostrano che la convenienza elettorale è entrata a pieno titolo nel dibattito.
Il sospetto, allora, è legittimo: quantomeno in Italia, una parte di chi prende oggi le distanze dal woke lo fa perché quella parola non ha più appeal politico; un’altra parte si limita a cercare formule nuove per continuare a sostenere, con un lessico meno respingente, idee molto simili.
Il 4 settembre, a Bari, è intervenuta anche Giorgia Meloni, dando una lettura esplicitamente politica di questa retromarcia: «È arrivato il contrordine dagli Usa sul woke». La premier ha poi richiamato, tra le manifestazioni di quella cultura, gli asterischi, i bagni neutri, gli atleti gender e le statue imbrattate.
La formula del «contrordine» è volutamente polemica, e coglie esattamente il nodo che qui interessa: se si cambia posizione perché è cambiato il clima politico e perché certe parole d’ordine non hanno più presa sugli elettori, non siamo necessariamente davanti a una revisione dei principi. Potremmo essere semplicemente davanti a un riposizionamento. E allora il woke può essere archiviato come marchio senza essere abbandonato come metodo.
In entrambi i casi manca il passaggio decisivo: riconoscere non soltanto che si è esagerato, ma che era sbagliato il meccanismo con cui si pretendeva di stabilire chi avesse diritto di parlare, quali parole fossero ammissibili, quali opere dovessero essere riscritte, quali memorie fossero degne di restare nello spazio pubblico.
Se il ripensamento fosse soltanto tattico o lessicale, un domani quelle stesse logiche potrebbero essere riproposte non come moda culturale, ma attraverso linee guida, criteri amministrativi, politiche educative e culturali, linguaggio istituzionale e regole di accesso agli spazi pubblici.
Il pericolo reale, dunque, non è che torni la parola «woke». È che, tornate al governo forze che oggi ne prendono le distanze in maniera ipocrita – perché se si cambia idea si ammette di aver sbagliato e questo non è stato fatto realmente – senza averne davvero abbandonato l’impianto, possano tornare ad applicare woke e cancel culture alla vita di tutti.
Non è una profezia né un’accusa preventiva. È precisamente la ragione per cui vale la pena chiedere una revisione culturale autentica, verificabile nei principi e non soltanto nel vocabolario.
Le manifestazioni del woke in Italia
L’Italia non era rimasta estranea alle manifestazioni più visibili di questa cultura. Nel 2020 venne chiesta la rimozione della statua di Indro Montanelli dai giardini milanesi che portano il suo nome. Pochi giorni dopo il monumento fu ricoperto di vernice rossa e di scritte; l’azione venne rivendicata da gruppi studenteschi che chiesero esplicitamente l’abbattimento della statua.
Non si tratta di assolvere Montanelli. La sua biografia può e deve essere discussa anche nei suoi aspetti più controversi. È precisamente questa la differenza. Discutere non significa cancellare. Una statua non è una canonizzazione. Può essere spiegata, contestualizzata, criticata. Può perfino diventare il punto dal quale raccontare ciò che non vogliamo più essere. La storia serve anche a questo.
Nel 2023, al Salone del Libro di Torino, la presentazione di Una famiglia radicale di Eugenia Roccella venne interrotta dalle proteste di attivisti di Extinction Rebellion e Non Una di Meno e alla fine non poté svolgersi. Roccella aveva persino invitato una delle manifestanti sul palco e chiesto alla polizia di non allontanare i contestatori, ma il confronto non riuscì a riprendere.
Il dissenso è libertà. Impedire agli altri di parlare non lo è. E gli alfieri del woke questo facevano e fanno: applicano la violenza della censura a chi non la pensa come loro. Anche la lingua è diventata terreno di battaglia. Nel marzo 2024 l’Università di Trento approvò il nuovo Regolamento generale di Ateneo utilizzando il femminile sovraesteso anche per riferirsi agli uomini, definendo esplicitamente la scelta un atto simbolico.
L’Accademia della Crusca, occupandosi invece della lingua giuridica e amministrativa, ha escluso sia asterisco e schwa sia l’uso del femminile iperesteso, sottolineando che gli atti pubblici non sono il luogo adatto per sperimentazioni linguistiche minoritarie.
Una lingua cambia. È sempre cambiata. Ma una cosa è il cambiamento spontaneo; altra cosa è trasformare la grammatica in un regolamento morale.
Più libri, purché siano i nostri
Il caso forse più simbolico è avvenuto nel dicembre 2025 a Più libri più liberi. La presenza della casa editrice Passaggio al Bosco – così come quella di Idrovolante – provocò la protesta di oltre ottanta autori e personalità della cultura. Ritenevano, senza aver letto nulla del catalogo proposto, che quella produzione editoriale oltrepassasse il proprio confine politico e morale.
Più libri più liberi nasce come fiera degli editori indipendenti, al di là della loro linea politica, editoriale e culturale; l’editore aveva sottoscritto gli impegni previsti dal regolamento; e soprattutto i libri non obbligano nessuno. Si possono leggere oppure non leggere. Si possono comprare oppure lasciare sullo scaffale. Si possono amare. Si possono detestare. Si possono criticare — possibilmente dopo averli letti! — contestandone ogni pagina, ogni tesi, ogni parola. Si può scrivere un altro libro per dimostrare che sono falsi, stupidi, pericolosi o moralmente ripugnanti.
È questa la bellezza dei libri. Mettono le idee in circolazione e le affidano alla libertà e all’intelligenza del lettore. Un libro non pretende obbedienza. Chiede soltanto di essere aperto.
Il riflesso censorio di una parte del progressismo woke, invece, segue un’altra strada. Non si accontenta di non acquistare i libri che disprezza. Non vuole soltanto confutarli. Vorrebbe che non fossero esposti, che non circolassero, che non raggiungessero il lettore. In una parola: che non esistessero nello spazio culturale legittimo.
Non li brucia materialmente, naturalmente. E sarebbe assurdo equiparare una protesta editoriale ai roghi reali della storia. Ma esiste anche un rogo simbolico. È quello nel quale non si dà fuoco alla carta, ma si tenta di cancellare la reputazione dell’editore, dell’autore e qualche volta perfino del lettore. Il libro resta fisicamente intatto. Deve semplicemente diventare impronunciabile.
Coloro che si proclamano difensori della cultura riscoprono l’Indice dei libri proibiti. Coloro che denunciano ogni forma di autoritarismo rischiano di voler stabilire quali autori possano entrare nel salotto buono. Coloro che si considerano dalla parte giusta della storia rischiano di assumere la postura eterna dei censori.
Più libri, dunque. Ma soltanto i nostri. E sempre meno liberi.
L’ultima cancellazione
Ecco allora l’ultima, almeno per ora, impresa woke: applicare la cancel culture alla cancel culture. Dopo aver contestato autori, docenti, attori, comici, personaggi storici, statue, quadri, libri e parole, la cultura della cancellazione affronta il suo bersaglio più ambizioso: la memoria delle proprie responsabilità.
Bisogna tornare innocenti. Come se nessuno avesse propagandato quella grammatica. Come se nessuno avesse chiesto licenziamenti, esclusioni, boicottaggi e divieti. Come se nessuno avesse preteso pubbliche abiure. Come se nessuno avesse sostenuto che determinate idee non dovessero essere confutate, ma semplicemente private di cittadinanza.
La censura non era censura: era «responsabilizzazione». L’ostracismo professionale non era ostracismo: erano «conseguenze». Le conferenze impedite non erano intolleranza: servivano a creare «spazi sicuri». I libri riscritti non erano manipolazioni: erano «aggiornamenti». Le statue rimosse non erano cancellazione: erano «contestualizzazione».
Il dissenso non veniva proibito: semplicemente «causava un danno».
E ora, naturalmente, sembra che nessuno sia mai stato woke. Il paradosso è perfetto. Una cultura che pretendeva di rileggere il passato degli altri alla luce del presente vorrebbe che il proprio passato recente non venisse riletto affatto.
Dov’è la responsabilità?
Non occorre una Norimberga del politicamente corretto. Non servono purghe al contrario. Sarebbe la ripetizione esatta dell’errore che stiamo denunciando. Servirebbe qualcosa di molto più semplice. Una frase: abbiamo esagerato, abbiamo sbagliato. E magari, qualche volta: scusate.
Le autocritiche, invece, continuano troppo spesso ad arrivare senza ricevuta. E allora chi sbagliò, oggi sbaglia ancora e, temo, si prepara a sbagliare nuovamente domani.
Un manifesto in due tempi: Iconoclastia e Cancel Culture
È anche per questo che vale la pena tornare al lavoro di Emanuele Mastrangelo ed Enrico Petrucci. Nel 2020, con Iconoclastia. La pazzia contagiosa della cancel culture che sta distruggendo la nostra storia, pubblicato da Eclettica, i due autori descrissero il fenomeno mentre veniva ancora spesso minimizzato o presentato come un’esagerazione polemica degli avversari del progressismo.
Il libro concentrava l’attenzione soprattutto sull’assalto ai monumenti, sulla memoria storica e sul patrimonio culturale, mettendo in relazione ciò che stava accadendo negli Stati Uniti con le prime manifestazioni europee e italiane. Cinque anni dopo Mastrangelo e Petrucci sono tornati sul tema con Cancel Culture. L’arma di distruzione (culturale) di massa che il wokeismo ha scagliato contro la civiltà occidentale, pubblicato da Signs Publishing l’11 dicembre 2025.
Letti insieme, i due libri compongono un manifesto in due tempi. Iconoclastia fu l’allarme lanciato mentre l’ondata stava crescendo. Cancel Culture prova a ricostruire la struttura culturale e ideologica che sta dietro al fenomeno e al suo rapporto con la memoria. Il primo mostrava le statue cadute. Il secondo prova a mostrare la mano che continua a spingerle.
Naturalmente si può essere d’accordo o in disaccordo anche con questi libri – ma ci vuole coraggio… -. Anzi: si deve poterlo essere. Si leggano. Si contestino. Si confutino. Si scrivano altri libri contro di loro. Sempre se si è in grado di farlo. Magari evitando di negare la realtà descritta da due libri importanti.
È precisamente questa la differenza tra cultura e censura. L’iconoclasta, invece, non si limita a criticare una statua. Pretende talvolta di spezzare il rapporto tra una comunità e la propria memoria. Non accetta che qualcosa sia esistito prima di lui e al di fuori dei suoi criteri. Non studia il passato: lo convoca in tribunale. Non prova a comprenderlo: gli ordina di confessare.
Cancellare un’opera o rimuovere un simbolo non significa soltanto perdere un oggetto. Significa rischiare di interrompere il filo attraverso il quale una comunità ricorda chi è stata, che cosa ha amato, quali errori ha commesso e quale direzione aveva scelto.
Oggi è facile prendere le distanze dagli «eccessi». Era meno facile farlo quando quegli eccessi venivano presentati come inevitabile marcia del progresso.
La partita non è finita
Sarebbe però ingenuo celebrare la morte del woke, soprattutto dopo un dibattito che ha mostrato quanto sia più facile abbandonarne il nome che discuterne davvero i presupposti. Le culture politiche non muoiono quando il loro nome perde prestigio. Possono arretrare perché non portano voti, oppure cambiare linguaggio per continuare a vivere.
Ed è esattamente questo il punto da sorvegliare.
E lo stesso articolo del Guardian che dichiara concluso il Woke 1.0 arriva ironicamente a chiamare ciò che potrebbe seguirlo «Woke 2.0». Forse non si chiamerà così. Anzi, dopo ciò che è accaduto, è probabile che nessuno abbia interesse a chiamarlo ancora woke. Ma il nome è la parte meno importante.
Potrà parlare di tutela, sicurezza, cura, inclusione, responsabilità, protezione dal danno. Sono tutte parole che, prese singolarmente, indicano valori positivi. Il problema nasce quando diventano il lasciapassare per limitare il pluralismo, stabilire gerarchie morali o rendere amministrativa una visione ideologica della società.
Ed è proprio questo il problema delle ideologie: non si presentano mai dicendo «sono qui per limitare la tua libertà».
Si presentano sempre con una buona intenzione. Per questo la verifica decisiva sarà semplice: non chiedere come si chiamerà la prossima versione, ma che cosa farà quando avrà il potere di trasformare una sensibilità culturale in regole pubbliche.
Se chi oggi prende le distanze dal woke lo fa soltanto perché non funziona più elettoralmente, il rischio è che domani – mutate le convenienze – torni a proporne le stesse logiche. Se invece ne conserva i presupposti ma cambia le parole, il rischio è ancora più insidioso, perché il ritorno può avvenire senza nemmeno dichiararsi.
Per questo bisogna continuare a distinguere. Il rispetto dalla censura. L’inclusione dall’imposizione. La lotta alla discriminazione dalla classificazione ossessiva delle persone. Lo studio della storia dalla sua cancellazione. Il diritto a protestare dal diritto immaginario di impedire agli altri di parlare. Il diritto a sentirsi offesi dall’inesistente diritto a non incontrare mai un’idea offensiva.
Non eravamo nemici del progresso. Non eravamo geni. Non eravamo neppure profeti. Eravamo semplicemente osservatori della realtà. E la realtà possiede una caratteristica insopportabile per ogni ideologia: continua a esistere anche quando qualcuno ne proibisce il nome.
Il mondo non diventa rosa perché indossiamo lenti rosa. Al massimo smettiamo di vederlo. Il nostro compito è toglierle. E impedire che qualcuno renda obbligatoria la cecità. Nella vita tutti facciamo errori. Tutti possiamo cambiare idea. E tutti possiamo meritare il perdono. Ma cambiare idea non significa cancellare il fatto di averne sostenuta un’altra.
Chi ha contribuito a restringere lo spazio del pluralismo, chi ha chiesto che qualcuno non parlasse, che un libro non circolasse o che un pezzo di storia sparisse non merita una cancel culture di segno opposto. Merita memoria. Non per vendetta. Perché senza memoria ogni censura e ogni censore può presentarsi, la volta successiva, come una novità. O, più semplicemente, con un nome nuovo. Ed è questo il vero contrappasso della cancel culture: alla fine, ciò che non dobbiamo cancellare è proprio la sua storia. E ricordarci che, una volta ancora, avevamo ragione noi.