L'ombra del racket
Nella Prato del Pd, cinesi e peruviani fanno a botte per un posto in fila: 5 arresti davanti all’Ufficio immigrazione
Pare infatti che per mettersi in coda il tariffario salga fino a 1500 euro: posti venduti a peso d'oro. Il sindaco della città Matteo Biffoni, oggi al terzo mandato, fa intanto finta di non vedere
A Prato anche la fila per chiedere protezione internazionale avrebbe il suo tariffario: da mille a 1.500 euro per assicurarsi una delle appena dieci posizioni disponibili. E quando il posto diventa merce, dai soldi ai pugni il passo è breve. Domenica 30 agosto infatti, intorno alle 14.30, nel parcheggio della Questura di via Berlinguer, tre cinesi e due peruviani si sono affrontati per la precedenza davanti all’Ufficio immigrazione. Tutti e cinque sono stati arrestati dagli agenti intervenuti per sedare la rissa; i provvedimenti sono stati poi convalidati dal Tribunale su richiesta della Procura.
Cinesi contro peruviani nella Prato del Pd
Teatro del paradosso è la città che, guarda un po’, da maggio è tornata sotto la guida del sindaco Pd Matteo Biffoni, giunto ormai al suo terzo mandato. Gli sportelli della Questura non dipendono naturalmente dal Comune, ma la scena restituisce comunque un’immagine poco edificante della gestione dell’immigrazione da parte di chi a sinistra cerca sempre di vederla come “buona e giusta”.
A far alzare le antenne agli inquirenti è stata soprattutto la condizione dei protagonisti dello scontro. I cinque risultano tutti regolarmente presenti sul territorio nazionale e, come riferisce la Procura, «non hanno potuto motivare la loro presenza» tra quanti attendevano di depositare la domanda di protezione internazionale.
Non avevano quindi alcuna pratica personale da presentare. Resta da accertare perché presidiassero l’ingresso e per conto di chi intendessero conquistare una posizione favorevole. Un’anomalia che ha collegato la rissa a un’indagine già avviata sulle modalità con cui vengono gestiti gli accessi.
Il presunto mercato dei posti
L’inchiesta punta a fare luce su quella che la Procura definisce una «indebita intrusione» nel funzionamento del servizio. Secondo l’ipotesi investigativa, alcuni soggetti collocherebbero nella coda propri collaboratori, prevalentemente per conto di richiedenti di origine cinese, assicurando così ai clienti paganti la possibilità di rientrare nel ristretto numero di utenti ricevuti.
Un autentico bagarinaggio applicato alla burocrazia: non biglietti per una partita o un concerto, ma la possibilità di accedere a un ufficio pubblico. Chi non accetta il prezzo imposto finirebbe penalizzato, vedendosi scavalcare oppure costretto ad attendere ancora. Il presidio abusivo, spiegano gli inquirenti, sarebbe infatti in grado di impedire o quantomeno ritardare l’ingresso di chi prova a rispettare le regole.
Dalla lite ai pugni volanti
Per la Procura, questa attività di condizionamento avrebbe già generato comportamenti aggressivi. La zuffa del 30 agosto non sarebbe quindi un episodio isolato o una semplice esplosione d’impazienza, ma la conseguenza di interessi contrapposti maturati attorno alla conquista delle prime posizioni.
Il meccanismo resta al vaglio degli investigatori e le responsabilità dovranno essere accertate. Il dato emerso, tuttavia, è sufficientemente allarmante: persino l’attesa davanti alla Questura rischierebbe di essere sottratta alle regole dello Stato e affidata alla legge del più forte o del miglior offerente.
La Questura rafforza i controlli
Polizia e magistratura manterranno alta l’attenzione sulle criticità registrate durante l’afflusso. Saranno predisposti nuovi servizi all’esterno della Questura per individuare i cittadini stranieri che, pur non dovendo richiedere asilo, si inseriscono nel gruppo degli utenti e provocano turbative dell’ordine pubblico.