Il post social
“L’Italia non è Italianistan”: l’analista arabo Taha sta con Meloni e ride della sinistra: “Vuole essere più musulmana dei musulmani”
«Italia, non chiedere mai scusa per essere l’Italia». Comincia così il messaggio che Amjad Taha ha rivolto al nostro Paese, intervenendo nel dibattito aperto dalle parole di Giorgia Meloni sul divieto di burqa e niqab nelle scuole.
E prosegue con una difesa della premier Meloni e delle sue politiche e un attacco sferzante all’opposizione: «Da arabo musulmano, non posso fare a meno di sorridere quando una parte della sinistra italiana cerca di essere più musulmana dei musulmani e più araba degli arabi».
L’analista arabo irride la sinistra
A dare un peso particolare a queste parole è il profilo di chi le pronuncia. Taha è un analista e autore specializzato nelle questioni mediorientali e nell’islamismo politico. In passato Regional Director del British Middle East Centre for Studies and Research, è autore del libro The Deception of the Arab Spring. Per anni indicato dalla stampa internazionale come commentatore arabo-britannico basato in Bahrain. È noto per le sue posizioni critiche verso l’islamismo e i Fratelli Musulmani e per il sostegno alla normalizzazione dei rapporti tra Israele e i Paesi arabi.
È da questa prospettiva che va letto il suo intervento. Taha non parla soltanto da osservatore delle dinamiche mediorientali: nel post rivendica esplicitamente la propria identità di «arabo musulmano» e proprio su questa base respinge l’equazione tra le misure contro burqa, niqab ed estremismo islamista e un atteggiamento ostile verso l’Islam. Il punto centrale del suo messaggio è la distinzione tra fede musulmana e islamismo politico: una distinzione sulla quale costruisce la sua difesa della posizione italiana.
Il testo del post integrale di Amjad Taha
«Italia – esordisce Taha nel suo lungo post su X – non chiedere mai scusa per essere l’Italia. Tu sei Roma. Dante. Leonardo. Michelangelo. Galileo. Verdi. Sei il marmo trasformato in bellezza, le rovine trasformate in memoria e secoli di civiltà che ancora oggi fanno fermare il mondo ad ammirarti. Quindi, quando Giorgia Meloni sostiene che l’Italia abbia il diritto di difendere la propria identità e di richiedere che i volti restino visibili nelle scuole, giudicate questa posizione per ciò che realmente sostiene».
«E da arabo musulmano – prosegue il post – non posso fare a meno di sorridere quando una parte della sinistra italiana cerca di essere più musulmana dei musulmani e più araba degli arabi.
Paesi a maggioranza musulmana come l’Egitto e la Tunisia hanno imposto restrizioni sul fatto che i bambini possano coprirsi il volto nelle scuole. Allora perché, se in una scuola italiana si richiede che un insegnante possa vedere il volto di uno studente, questo dovrebbe improvvisamente essere considerato ostilità verso l’Islam?
Non potete pretendere che l’Italia sia più permissiva, sul piano religioso, degli stessi Paesi musulmani e poi definire gli italiani intolleranti semplicemente perché pongono delle domande.
No, proteggere le vostre scuole non è «islamofobia». Contrastare l’estremismo islamista non è «islamofobia». I Fratelli Musulmani hanno creato il termine «islamofobia» per impedire alla vostra democrazia di criticare gli islamisti radicali e per indurvi a chiamare un terrorista «attivista».
La parola «islamofobia» non deve mai diventare un telecomando con un tasto “muto” per ogni discussione scomoda sull’islamismo.
È qui che una parte della sinistra italiana capovolge clamorosamente la questione: nel tentativo di dimostrare a tutti i costi la propria tolleranza, rischia di trattare l’identità stessa dell’Italia come l’unica identità che debba continuamente chiedere scusa.
Non spetta ai Fratelli Musulmani stabilire i confini del dibattito europeo. Perché state cercando di avere più estremisti musulmani del Medio Oriente? L’Italia non ha bisogno del permesso di nessuno per restare italiana.
L’Italia non è “Italianistan”.
È l’Italia.
Bella. Antica. Fiera. Libera.
Roma – conclude Taha – è sopravvissuta agli imperi. L’Italia non dovrebbe avere paura delle etichette».