L'intervento al G7
Intelligenza artificiale, Meloni mette al muro le big tech: “Sull’Ai servono regole globali, la verità non può deciderla il mercato”
La premier indica tre fronti: occupazione, responsabilità degli agenti autonomi e identità digitale. E avverte: "Abbiamo bisogno di una bussola morale", l’umanesimo tecnologico
La premier Giorgia Meloni sceglie un esperimento per mostrare subito quanto sia diventato difficile distinguere l’uomo dalla macchina, in relazione all’intelligenza artificiale. Apre il suo intervento – presentato a porte chiuse dalla premier ai leader mondiali nel corso del vertice del G7 di Evian, in Francia, del giugno scorso e pubblicato oggi da La Stampa – descrivendo l’intelligenza artificiale come «la rivoluzione tecnologica più dirompente della storia del genere umano», capace per la prima volta di appropriarsi di una funzione che ha sempre definito la specificità dell’uomo: «il pensiero». Poi svela il trucco: quelle parole non le ha scritte lei, ma un algoritmo al quale aveva fornito poche indicazioni.
È da qui che la presidente del Consiglio fa partire il ragionamento. Il problema, sostiene, ormai va ben oltre fake news e deepfake. «Quando un sistema di Ai produce un testo perfetto, coerente, convincente, ma inventato, chi è in grado di riconoscerlo? Non il cittadino comune. Non il giornalista. Non il tribunale».
La verità come questione democratica
Per Meloni la posta in gioco è dunque anzitutto politica. «La democrazia funziona perché esiste un accordo minimo su cosa sia un fatto, su chi abbia il diritto di attestarlo, su dove ci si possa rivolgere per contestarlo». Se questo terreno comune viene meno, salta anche la possibilità di discutere e decidere sulla base della realtà. «Vivere in un mondo nel quale non si distingue più cosa sia vero da cosa sia falso è semplicemente rinunciare alla base della democrazia. Perché l’opinione non la genera quello che sei, dici e fai, ma quello che chi detiene il controllo della tecnologia decide di dire che sei, fai e dici».
Da qui la domanda rivolta ai governi e alle grandi aziende tecnologiche: «Siamo disposti a concordare standard globali vincolanti per la tracciabilità dei contenuti generati da Ai, o lasciamo che il mercato decida da solo cosa debba contare come vero?». La risposta indicata da Meloni ha un nome preciso: «Abbiamo bisogno di una bussola morale per non perderci e questa bussola non può che essere un “umanesimo tecnologico” con l’uomo, i suoi diritti e i suoi bisogni, al centro». Un principio che, puntualizza, «deve farsi azione politica».
Il rischio di un lavoro senza lavoratori
Il primo terreno sul quale intervenire è quello dell’occupazione. La novità dell’Ai, osserva Meloni, è che la sostituzione potrebbe investire proprio quelle professioni cognitive che fino a ieri sembravano più protette dall’automazione.
«Uno shock del genere colpirebbe al cuore il lavoro intellettuale e le professioni cognitive, minacciando di svuotare e impoverire la nostra classe media. Il reskilling è necessario, ma non sufficiente».
C’è infatti anche un problema fiscale e sociale: «Se l’Ai sostituisce il lavoro su larga scala, gli Stati perdono le entrate con cui finanziano la loro stessa capacità di risposta». Il valore prodotto non sparirebbe, ma rischierebbe di concentrarsi «nelle mani di un ristretto numero di soggetti». Ed è qui che la premier chiama direttamente in causa tanto la politica quanto i colossi tecnologici: «Come si compensano questi squilibri?».
Chi risponde delle decisioni dell’Ai?
Il secondo nodo è quello degli Ai agent, sistemi non più limitati a rispondere a un comando, ma capaci di pianificare e agire autonomamente. «Quando uno di questi agenti causa un danno, e accadrà, chi è responsabile? Chi ha scritto il programma? L’azienda che lo ha venduto? Quella che lo ha applicato? L’utente che ha dato l’istruzione iniziale? La risposta onesta, oggi, è: nessuno».
Terzo fronte, l’identità digitale. Meloni richiama il rischio dei profili sintetici e dei deepfake — di cui lei stessa è stata vittima — , «una minaccia odiosa per i cittadini e per la stabilità delle istituzioni, di cui io stessa sono stata vittima», e propone sistemi di filigrana digitale e certificazione degli utenti. «Abbiamo il dovere di difendere la dignità personale da forme degradanti di manipolazione. È tempo di adottare sistemi di filigrana digitale e certificazione degli utenti che proteggano la verità dall’assedio della finzione».
Resta infine il dilemma geopolitico. Regolare l’Ai può rallentare l’Occidente mentre i regimi autoritari, meno vincolati dalla tutela della privacy, accumulano enormi quantità di dati? È l’ultima domanda lasciata aperta dalla premier. Ed è forse la più difficile: governare la tecnologia senza consegnarle né la libertà dell’uomo né il vantaggio strategico delle democrazie. «Mi fermo qui, colleghi. E spero davvero di poter contare su risposte convincenti su questi interrogativi».