Controcorrente
Garofani fuori dal vaso
In questi giorni Francesco Saverio Garofani, consigliere del Quirinale, segretario del Consiglio supremo di difesa di cui è presidente il Capo dello Stato, che vedo molto attivo e del quale vicepresidente – dato poco noto – è la presidente del Consiglio Meloni, col gelato in mano ha concesso a un semaforo – già questo – una intervista al (molto bravo ) collega Carmelo Caruso del “Foglio”. Garofani, “impunito” dopo la prima sparata anti-premier che fece sollevare nel novembre scorso un vespaio di polemiche, creando tensione tra Colle e Chigi, è stato incoraggiato a esternare ancora in modo inopportuno. Nell’intervista volatile, il Quirinale è descritto come una sorta di istituzione collegiale e non, qual è, il massimo organo monocratico della nostra Repubblica: poco meno di un comitato convittuale o di un’assemblea deliberante, del quale lui, Garofani, farebbe parte. “Meloni andrà a votare a ottobre 2027 ? “, gli chiede Caruso. Ed elli a lui:”Non lo sa neppure lei, la situazione è fluida, incerta. Meloni non ha ancora deciso. Secondo me va avanti guardando la contingenza”. E alla domanda: “Se Meloni vuole andare a votare a ottobre?”, la risposta del Consigliere è: “Noi registriamo. Dobbiamo sapere cosa vuole lei. Il Quirinale non è che decide, può solo registrare”.
Francamente quel “noi” congiunto a quel “dobbiamo”, suona come sorprendente e molesto plurale maiestatis; diciamola tutta, prescindendo dal merito, è un fuori dalle righe che lascia stupefatti, in chi avrebbe il dovere del riserbo, per l’alta funzione ricoperta. Quell’attribuire poi un pensiero alla presidente del Consiglio su un tema ad alta intensità politica, qual è l’ipotesi di elezioni anticipate, ad oggi escluse dalla Meloni e la asserita inabilità a decidere sullo scioglimento delle Camere di Mattarella (articolo 88 Cost.: chi se non il Presidente ?) mi irrobustiscono nell’idea di una inidoneità al ruolo del loquace segretario verbalizzante del CSD, ex deputato del Pd, un politico che ha preso il posto di un alto grado militare, da sempre destinato a quell’ufficio: un incarico delicatissimo che presupporrebbe un rapporto pieno di fiducia e lealtà con la premier-vicepresidente la quale è il dominus di cosa va verbalizzato e cosa no: altra norma regolamentare del Consiglio supremo di difesa poco nota ai più. Francamente (non) mi sorprende che nemmeno stavolta il Consigliere quirinalizio sia stato richiamato a una condotta consona.
Confermo la mia idea: Garofani avrebbe dovuto “lasciare” al primo “incidente” di un anno fa, quando auspicò il famoso “scossone”. Lo ribadisco perché ormai lassù “cum eorum insolentia modum excesserit, omnium rerum finem praeterierunt”. È Cicerone. Traduzione mia: Garofani, come qualche altro al Colle (vedasi celebrazione dell’80º), l’ha fatta fuori dal vaso: per la seconda volta. Non riesce a trattenersi. E nessuno lo educa a farlo. Il resto tra le righe.