Il copione si ripete
Dall’Ici al bollo auto: come la sinistra imparò ad amare le tasse
Ricordate l’ICI sull’abitazione principale?
Nel 2008 il Governo Berlusconi la abolì, partendo da un principio semplice e condivisibile: la casa nella quale una famiglia vive non è un lusso. Spesso è il risultato di una vita di lavoro, sacrifici e rinunce.
Ma a sinistra si gridò allo scandalo. Si predisse perfino il dissesto dei Comuni.
Le cronache raccontarono anche la singolare protesta di due anziane sorelle di Urbino che, per educazione civica e coerenza politica, decisero di continuare a versare volontariamente la somma equivalente all’imposta abolita. Un gesto coerente, fondato su un concetto preciso: pagare le tasse è indiscutibilmente una virtù ma pagarne di più renderebbe i cittadini migliori.
Quando Berlusconi abolì l’Ici sulla prima casa
Qualche anno dopo arrivò il Governo Monti, cambiò nome all’ICI, che divenne IMU, e la prima casa tornò a essere tassata. Con comprensibile soddisfazione dei più devoti cultori del fisco.
Oggi, però, l’esenzione dell’abitazione principale è considerata da tutti conquista intangibile, un diritto acquisito . Se qualcuno proponesse di cancellarla, per primo scenderebbero in piazza proprio quelli che nel 2008 si indignarono.
Ora il copione si ripete. Questa volta l’oggetto dello scandalo è il bollo auto.
Le proteste di allora e le due sorelle che vollero continuare a pagare
Il Governo Meloni ha avuto l’ardire di esentare le utilitarie fino a 80 kW e i motocicli. Insomma, chi possiede una Panda, una Focus, una Yaris o una 500 sarà esentato dalla “tassa più odiata dagli italiani”. Misura che interesserà oltre 14 milioni di italiani e diventerà strutturale, come anticipato dallo stesso Presidente del Consiglio.
Parliamo delle utilitarie utilizzate ogni giorno per andare al lavoro, accompagnare i figli a scuola, assistere un genitore anziano. Non di Ferrari e Suv.
Eppure, dal campo largo si è levato un coro feroce di proteste. I trinarciuti sostenitori del campo largo, gli stessi che hanno difeso il reddito di cittadinanza e il Superbonus, oggi scoprono improvvisamente il rigore dei conti pubblici. Come al tempo dell’Ici si chiedono affranti se le regioni finiranno in dissesto. E fa nulla se il governo, di fronte al caro carburanti, vorrebbe solo lasciare qualche euro in più nelle tasche delle famiglie.
Dal ritorno dell’Imu al nuovo scontro sul bollo auto
Pur non avendoli mai conosciuti, Ronald Reagan così descrisse le politiche di decrescita felice di Conte, Bonelli e Schlein: «Se qualcosa si muove, tassalo. Se continua a muoversi, regolamentalo. E se smette di muoversi, allora sussidialo». Una nitida fotografia, sorprendentemente attuale.
La storia insegna comunque che ciò che oggi la sinistra denuncia come sciagura, domani diventerà conquista da difendere. È accaduto con l’esenzione della prima casa. Accadrà di nuovo con il bollo auto.
Noi però partiamo da un principio differente: le tasse servono a finanziare servizi efficienti e ad aiutare chi è rimasto indietro. Non sono lo strumento per educare gli italiani al sacrificio permanente.
Meno tasse, conti pubblici e la libertà di continuare a pagare
Dunque, il compito di uno Stato serio è spendere meglio e, quando i conti lo consentono, lasciare più denaro nelle tasche di chi lavora, produce e mantiene una famiglia. La riduzione del rapporto deficit/pil dall’8 al 3,1% rende l’operazione sostenibile, altro che manovra elettorale. Soprattutto in un tempo segnato da guerre, instabilità internazionale, caro carburanti.
E, a chi considera il bollo auto irrinunciabile, resta sempre la strada indicata, con coerenza, dalle due sorelle di Urbino: versarlo volontariamente.
La libertà, in fondo, è proprio questa: il Governo può eliminare una tassa e lasciare alla sinistra la libertà di continuare a pagarla.
Antonio Baldelli, deputato di Fratelli d’Italia