Occhi aperti
Ceuta, altri jihadisti nascosti tra i migranti: l’Italia aveva visto il rischio prima degli altri
Tra le migliaia entrate il 31 luglio sono stati individuati almeno quattordici uomini con precedenti per radicalizzazione. L’intelligence italiana aveva segnalato il pericolo: i controlli ripristinati dal governo Meloni non erano allarmismo
Esteri - di Alice Carrazza - 11 Settembre 2026 alle 13:48
L’assalto alla frontiera di Ceuta non ha aperto un varco soltanto a chi cercava di raggiungere l’Europa. Tra le migliaia di marocchini entrati nell’exclave spagnola il 31 luglio c’erano anche soggetti già noti per jihadismo. L’ultimo è stato individuato nelle scorse ore: arrestato nel 2015 durante un’operazione antiterrorismo in Catalogna, era stato espulso dalla Spagna dopo una condanna definitiva per terrorismo islamico e non avrebbe più potuto mettere piede nel Paese.
È riuscito a farlo confondendosi nella massa. Ed è proprio questo il rischio sul quale avevano richiamato l’attenzione i servizi d’intelligence italiani: non l’equazione indiscriminata tra immigrazione ed eversione, ma la possibilità concreta che un flusso fuori controllo diventasse la copertura ideale per persone già radicalizzate. Il nuovo arresto dà quindi ragione alla prudenza del governo Meloni, che ha ripristinato i controlli per chi arriva dalla Spagna sospendendo, su quella direttrice, la libera circolazione prevista da Schengen.
Quattordici radicalizzati rientrati dalla stessa breccia
Il caso non è isolato. Almeno altri tredici uomini con precedenti legati all’estremismo islamista sarebbero stati riconosciuti ed espulsi dopo aver approfittato dell’ondata umana arrivata dal Marocco. Le fonti della polizia spagnola precisano che non risulterebbero coinvolti nella progettazione o nell’esecuzione di attentati e parlano di un rapporto «marginale con l’estremismo». Una distinzione investigativa doverosa, ma insufficiente a cancellare il problema politico e operativo: soggetti già allontanati perché considerati pericolosi sono tornati in Europa senza incontrare ostacoli.
Tra loro figura Chakir Achatoui, 24 anni, riconosciuto dalla Policía Nacional attraverso il sistema di identificazione facciale. Era arrivato via mare, racconta El Mundo, nei pressi del valico di El Tarajal dopo aver percorso i 40 chilometri che separano Tétouan da Ceuta.
Nel 2018 era stato espulso insieme al gemello Chakib, ai genitori e alla sorella: l’intera famiglia era stata considerata un pericolo per la sicurezza nazionale a causa dei legami con il jihadismo. Un fratello maggiore aveva combattuto in Siria nelle file di Ahrar al-Sham, mentre i due gemelli, ancora quindicenni, erano stati affidati dalla madre a un reclutatore per essere indottrinati. L’intervento della Guardia Civil ne impedì la partenza; seguirono 18 mesi in un centro per minori, senza che gli operatori potessero escludere una radicalizzazione ancora presente.
L’allarme ignorato prima dell’assalto
La vicenda assume contorni ancora più gravi alla luce delle rivelazioni del quotidiano spagnolo. Un rapporto del 32° Reggimento di guerra elettronica dell’Esercito spagnolo, datato 27 luglio, segnalava «un possibile ingresso massiccio a Ceuta». Due intercettazioni in arabo e francese riferivano degli appelli circolati sui social per forzare il confine durante la festa del Trono del 30 luglio.
Le autorità marocchine avevano ordinato agli agenti di non lasciare le postazioni, poiché l’ingresso avrebbe potuto verificarsi «sia dalla barriera sia dal mare». Eppure il rapporto sarebbe arrivato ai vertici della Difesa soltanto il giorno 30. L’allerta esisteva, ma la macchina spagnola di Pedro Sánchez ha reagito quando la breccia era ormai aperta.
Intanto Ceuta continua a pagare il prezzo del caos. Nella notte sono bruciate 42 baracche abusive sorte sulle spiagge; gli occupanti sono stati evacuati e le cause dell’incendio sono ancora da chiarire. Pedro Sánchez insiste: «Non stiamo parlando di invasori. Stiamo parlando di persone che cercano una vita migliore». Ma gli arresti, le aggressioni agli agenti e la tensione tra i residenti raccontano una realtà meno consolatoria.
Controllare una frontiera non significa criminalizzare chi la attraversa. Significa sapere chi entra. Ceuta dimostra quanto possa costare rinunciare a farlo e perché, nel dubbio, il governo italiano abbia scelto correttamente la sicurezza.