A Mostra del Lido finita
Beffa a Venezia, il cinema italiano? Zero premi e snobismo record. Borgonzoni: un’ingiustizia dettata da ideologia e conformismo “sinistri”
Il cinema italiano torna a mani vuote dalla Mostra di Venezia, e sul lungomare del Lido restano rimpianti e polemiche che non si dissolvono all’istante appena spenti i riflettori sul Festival che, ancora una volta, si è chiuso con il consueto e desolante rituale: un palmarès a secco per i nostri film – al di là dei riconoscimenti assegnati a titoli, autori e attori in vetrine collaterali che esulano dal concorso principale – e la conseguente orgia di autoflagellazione da parte della critica progressista, sempre pronta a celebrare il funerale della nostra industria culturale pur di dare addosso al governo.
Mostra di Venezia, il cinema italiano a mani vuote e con le pive nel sacco
Così, a provare a fare almeno un po’ di chiarezza su una rassegna mai così piegata all’ideologia, declinata al politicamente corretto e punteggiata di spunti woke, ha provveduto il sottosegretario alla Cultura Lucia Borgonzoni, che in una intervista a Libero manda in soffitta i complessi di inferiorità per puntare il dito contro il vero virus che attanaglia, ormai endemicamente, Mostra e premi: una giuria paralizzata dal conformismo radical chic.
Borgonzoni: «Abbiamo patito un’ingiustizia, una scorrettezza perpetrata dal politicamente corretto»
«Abbiamo patito un’ingiustizia», ha denunciato senza peli sulla lingua la Borgonzoni, respingendo al mittente i soliti processi sommari, e asserendo con nettezza: «Una scorrettezza perpetrata dal politicamente corretto». E come sottolinea Libero che l’ha intervistata, non è una questione di mero «campanilismo»: semmai il punto è che il cinema italiano si è presentato al Lido con un’offerta variegata e spesso anche di qualità, forte di interpreti accreditati (dallo stesso mainstream) e generi differenti. Eppure, a pesare sulla decisione finale è stata la voluttà risarcitoria di un’élite culturale intenta a guardare ai propri manifesti con relativi dogmi all’ordine del giorno (e del verdetto), più che a premiare il merito artistico o, quantomeno, strettamente cinematografico…
Mostra Venezia e palmares, Borgonzoni: «Noi italiani abbiamo la solita voluttà di autopunirci»
Così, tra scelte socio-politiche “inattaccabili”, ma per certi aspetti cinematograficamente discutibili, e premi assegnati col bilancino per spegnere sul nascere le immancabili polemiche della vigilia – come la doppia incoronazione, condita da uno strappo al regolamento, alla pellicola danese dopo le grida al “cinema misogino” – la qualità e l’effettivo valore festivaliero dei nostri prodotti sono finiti stritolati dall’opportunismo di maniera salito (ancora una volta) in cattedra. Il che porta Borgonzoni a rivendicare con nettezza: «Noi italiani abbiamo la solita voluttà di autopunirci. Io penso invece che il nostro cinema si sia presentato con varietà di genere. Interpreti di altissimo livello. E tante cose da dire. La qualità della nostra offerta è molto migliorata rispetto a qualche anno fa, dove effettivamente ci guardavamo un po’ troppo l’ombelico, eppure qualche premio alla fine lo portavamo a casa»…
Ma davvero «basta parlare di Gaza per vincere un premio?»
Pertanto, a detta della lettura in controluce di rassegna e verdetto della giuria proposta da Borgonzoni, nelle more si sarebbe dato spazio in concorso a reportage giornalistici sulla tragedia palestinese, ignorando perniciosamente opere italiane di densa denuncia e spessore storico come Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis. O la prova straordinaria di Vanessa Scalera ne Il fuoco dentro, indebitamente sacrificata per far spazio alla narrazione di turno. Tanto che nell’intervista a Libero Borgonzoni tuona: «La giuria ha pensato a lavarsi la coscienza ed evitare polemiche. Anziché puntare tutto sulla qualità, è andata su scelte inattaccabili sotto l’aspetto sociopolitico. Non è che basta parlare di Gaza per vincere un premio, tanto per dirla chiara».
Mostra di Venezia e quella selezione per il concorso che…
Anche perché, si chiede il sottosegretario subito dopo: «Ma Naza era un film? Il punto non è quanto mi sia piaciuto, ma che si tratta di un documentario. Di un reportage giornalistico sulla cui aderenza alla realtà peraltro circolano molti dubbi. Perché metterlo in concorso?».
Ma la carne sul fuco di un dibattito che si infiamma a ridosso della fine della Mostra e del palmares annunciato è tanta. E allora c’è, per esempio, anche la questione della difesa della nostra identità culturale all’interno della giuria, dove l’Italia ha scontato in parte l’assenza di un nome dal peso specifico incisivo, capace di battere i pugni sul tavolo di fronte ai mostri sacri del cinema globale. tanto che, sul punto, alla domanda dell’intervistatore: «Non abbiamo saputo difendere i nostri film in giuria, sottosegretario?», Borgonzoni risponde: «Il giurato italiano, Francesco Casetti, è molto competente. Però è un professore universitario, naturale che in un consesso di grandi registi e grandi attori si sia sentito forse in difetto, non avrebbe certo potuto battere i pugni sul tavolo».
Disequilibri in giuria quella malizia critica di certa sinistra: il rilievo di Borgonzoni
Ma questo è solo un punto in un mosaico decisamente più grande, all’interno del quale emerge anche l’amara certezza di un mondo culturale d’opposizione che sembra gioire nel vedere l’Italia a secco di premi e riconoscimenti, pur di poter sbandierare la favola del “cinema decaduto sotto il centrodestra”. Un sorta di compiaciuto sadismo scattato automatico nella critica di casa nostra e su cui Borgonzoni conclude sentenziando: mi chiedete «se il mondo culturale progressista è soddisfatto nel poter dire che, con il centrodestra al governo, non facciamo più bei film? Se ne sentono di ogni pur di darci contro. Dunque, come escludere anche questa?»…
E allora, alla fine della fiera e della Mostra di Venezia, quello che viene da pensare è che più che di fronte a una crisi di talento ci troviamo al cospetto del trionfo di un festival che ha smesso di giudicare l’arte. La narrazione filmica. Il talento istrionico. L’originalità di idee e approccio estetico: e tutto per fare da megafono all’ortodossia progressista e al manifesto woke che detta le regole della grammatica di celluloide declinata al politicamente corretto… Qualunque idioma parli.