Con Macron Paese al collasso
Francia alle prese con le presidenziali 2027, tappa cruciale. L’impietosa analisi di “Le Figaro”: mai una crisi così profonda
Mai dagli anni trenta la Francia si è avvicinata a un’elezione importante così indebolita e vulnerabile, in un mondo così instabile e pericoloso. Mai dalla fine della Quarta Repubblica la Francia è stata colpita da una crisi finanziaria così acuta da minacciarne l’indipendenza e la sovranità. Mai dall’inizio dell’integrazione europea negli anni cinquanta un’elezione francese ha avuto un peso così rilevante per il destino dell’Unione. L’analisi di Nicolas Baverez su “Le Figaro” suona come un severo monito per la politica d’Oltralpe. Ma per comprendere appieno la portata della sua ricetta per salvare la Francia, è impossibile non ricordare il netto cambio di paradigma che lo stesso intellettuale transalpino registrò, nei mesi scorsi, guardando a Roma. C’è stato un tempo in cui l’Italia veniva liquidata come il «malato d’Europa». Poi le parti si sono invertite, come certificato dallo stesso Baverez, che non ha risparmiato elogi a Giorgia Meloni, esaltando la ritrovata stabilità istituzionale di Roma in contrapposizione al caos parigino.
Francia alle prese con le presidenziali 2027, debole e vulnerabile
Secondo Baverez il dibattito fondamentale che dovrebbe avere luogo in Francia è soffocato da una strana campagna elettorale, scollegata dalla realtà; l’incessante proliferazione di candidature va di pari passo con l’assenza di visione e di un programma. Ciò è particolarmente vero all’interno del cosiddetto blocco centrale, che non è né un blocco né un centro. I suoi leader, sempre più frammentati, incoerenti e disuniti, non si preoccupano né di un piano, né della ripresa, né della mobilitazione dei cittadini; pensano solo a se stessi, litigando su sondaggi e primarie, appoggi e candidature, senza mai affrontare i problemi della Francia e del popolo francese. All’estrema destra, Marine Le Pen gestisce la sua posizione di favorita cercando di limitare rischi ed errori. All’estrema sinistra, Jean-Luc Mélenchon si sta impadronendo del vuoto politico, conducendo una campagna elettorale puntando sui francesi di origine straniera, sui giovani emarginati e sulle periferie, sui social media e sui media tradizionali. Ci sono dunque tutte le premesse per un altro dibattito soffocato e un’elezione viziata, sulla falsariga del 2017, quando Emmanuel Macron fu eletto grazie ai giudici che azzopparono Fillon e del 2022, quando fu rieletto nascondendosi dietro la guerra in Ucraina.
Campagna elettorale svincolata dalla realtà: troppo candidature, zero programmi
Ma la situazione nel 2027 è completamente diversa. Se i francesi non coglieranno l’opportunità offerta dalle elezioni presidenziali per scegliere una strategia di ripresa, saranno i mercati a decidere per loro. Il debito è diventato ingestibile, con tassi di interesse al 4,3% a fronte di una crescita nominale inferiore al 3% (0,4% di crescita più 2,4% di inflazione) e costi di servizio del debito che supereranno i 100 miliardi di euro entro la fine del decennio, sottraendo fondi ai servizi pubblici e impedendo qualsiasi investimento. Il debito sovrano è attentamente monitorato dai mercati, mentre gli investitori stranieri ne detengono quasi il 60%. Il lungo periodo di indulgenza di cui la Francia ha goduto da parte delle agenzie di rating, dei mercati e dei partner europei è terminato. Per il prossimo Presidente la prima priorità sarà il debito pubblico e i suoi principali interlocutori saranno i mercati finanziari, il Consiglio europeo e la Bce. È sorprendente constatare che, a parte le proposte suicide di Jean-Luc Mélenchon di cancellare il debito, che servono solo ad accelerare la crisi finanziaria e a far precipitare il Paese nel caos, nessun candidato osi svelare la vera situazione economica e finanziaria del Paese, spiegare le sfide che deve affrontare o proporre soluzioni credibili. Nessun candidato offre una vera rottura con il passato e tutti, per il momento, restano impantanati nell’immobilismo e nei compromessi che hanno reso la Francia il malato d’Europa.
Clemenceau insegna: in politica bisogna sapere cosa si vuole
Di fronte a una situazione critica in cui il futuro della democrazia in Francia e in Europa è in bilico, Bavarez ricorda la massima di Georges Clemenceau: «In politica bisogna sapere cosa si vuole; quando lo si sa, bisogna avere il coraggio di dirlo; quando lo si dice, bisogna avere il coraggio di farlo». Il mondo del 2027 non avrà nulla a che vedere con quello del 2017 o del 2022. La storia del XXI secolo è cambiata sotto la pressione di una serie di shock: la pandemia del Covid, le guerre in Ucraina, Gaza e Iran e la crisi energetica. La democrazia ha subito un drammatico declino, la violenza sta sfuggendo a ogni controllo, combinando una recrudescenza della guerra con un numero senza precedenti di conflitti armati dal 1945, in cui i civili sono il bersaglio principale. L’Europa, che si è ricostruita dopo il 1945 sulla base della sua unificazione economica e della convinzione che la pace si fondi sul diritto e sul commercio, si trova in una situazione particolarmente difficile.
Europa stretta nella morsa, tra Putin e la Cina
È rimasta indietro in termini di attività, produttività e competitività a causa di investimenti e innovazione insufficienti, nonché dell’attuazione di un quadro fiscale e normativo dannoso per le imprese. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, l’Europa ha ceduto all’illusione della fine della storia, perseguendo un disarmo unilaterale, aprendo le proprie frontiere e istituzionalizzando la propria dipendenza dalla garanzia di sicurezza, dai finanziamenti e dalla tecnologia degli Stati Uniti, dall’energia russa e dalle importazioni di beni essenziali dalla Cina. Oggi si trova stretta in una morsa tra la minaccia esistenziale della Russia di Vladimir Putin, che intende ricostituire l’impero sovietico sul continente; le tendenze predatorie e vassallizzanti degli Stati Uniti di Donald Trump; il saccheggio economico e commerciale perpetrato dalla Cina di Xi Jinping attraverso il dumping su vasta scala e l’espansionismo della Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, che cerca di far rivivere l’Impero Ottomano legandolo all’islamismo. E, al contempo, l’Europa ha aperto un enorme spazio ai movimenti populisti combinando l’impoverimento e la frammentazione della classe media, l’immigrazione incontrollata, l’insicurezza e il crollo della pace civile, l’impotenza di fronte alla guerra ibrida condotta da Mosca e la paralisi delle istituzioni. Il dibattito elettorale presidenziale rimarrà privo di significato se non si baserà su un’analisi precisa e accurata della situazione.
Con Macron Francia al collasso, choc e crisi senza precedenti
I fatti sono chiari: sotto le presidenze di Emmanuel Macron, shock e crisi hanno trasformato il lento declino della Francia in un collasso totale. La forza motrice e il barometro di questo collasso è l’impennata del debito pubblico, aumentato di 1.500 miliardi di euro in dieci anni e che ora rappresenta una minaccia mortale per l’economia, la società e la democrazia. Inoltre il collasso è aggravato dal fatto che, per la prima volta dal 1945, nel 2025 si sono registrati più decessi che nascite e il tasso di fertilità scenderà a 1,56 figli per donna. Questo crollo è devastante sia per la crescita potenziale che per la sostenibilità del sistema di welfare. Intrappola il Paese in un circolo vizioso malthusiano. Inoltre, è opinione diffusa che lo spopolamento, unito all’immigrazione di massa, sia uno dei principali motori del populismo.
Non più polo produttivo, ma centro di distribuzione di consumo
Baverez denuncia il collasso economico, il numero record di fallimenti aziendali (oltre 70.000 in un anno), una produttività stagnante da un decennio, un sistema produttivo poco competitivo che ora produce solo il 36% dei beni consumati e un deficit commerciale pari al 2,8% del PIL. A parte alcuni settori come i beni di lusso, l’aerospaziale e la difesa, la Francia non è più un polo produttivo, ma semplicemente un centro di distribuzione e consumo che opera a credito, totalmente dipendente dai suoi fornitori – anche nel settore agricolo – e dai mercati finanziari. Tutto ciò ha comportato un collasso sociale, con conseguente impoverimento diffuso, ricchezza pro capite relegata al 34° posto a livello mondiale e inferiore del 7% alla media dell’Unione europea, aumento della povertà che colpisce 9,8 milioni di francesi (11,2 milioni includendo i territori d’oltremare) e disoccupazione strutturale che rappresenta il 9% della forza lavoro. Per non parlare della sicurezza, con il crollo dell’ordine pubblico e la diffusione della violenza in tutto il Paese, con intere zone che si stanno progressivamente messicanizzando a causa dell’espansione del narcotraffico, che genera un fatturato stimato di sette miliardi di euro, impiega 240.000 persone, estende la sua influenza corrompendo numerosi funzionari pubblici e crea una contro-società che opera al di fuori delle leggi della Repubblica.
Antisemitismo alle stelle, sistema scolastico in crisi
Infine, l’antisemitismo è in aumento, barometro del degrado della società e della democrazia. Il fallimento del sistema educativo, messo in luce dai disastrosi risultati dell’indagine PISA 2025, evidenzia il declino accelerato degli studenti quindicenni nella comprensione della lettura (28° posto) e in matematica (34° posto), con un calo drastico delle prestazioni degli studenti più brillanti – ridotti al 4% rispetto al 15% del 2003. Un fallimento diplomatico, con la Francia che ha perso ogni credibilità a causa della sua crisi esistenziale e dell’incapacità di riformarsi, aggravata da un declino militare dovuto all’incapacità di finanziare il riarmo. La Francia si colloca al 21° posto tra i paesi Nato per spesa militare, mentre è uno dei principali obiettivi della guerra ibrida condotta dalla Russia e del terrorismo islamico sia a livello interno che nella regione del Sahel dove é particolarmente esposta. Infine, c’è il fallimento politico, con la paralisi delle istituzioni della Quinta Repubblica aggravata dall’insensata dissoluzione nel giugno 2024. Uno Stato obeso e impotente monopolizza il 57,2% del Pil (1.770 miliardi di euro di spesa) senza riuscire a fornire servizi essenziali come istruzione, sanità, sicurezza e giustizia.
Rompere con l’individualismo radicale e lo spirito di capitolazione
Le elezioni del 2027 devono riaccendere la speranza mobilitando il popolo francese attorno a una visione condivisa. E per raggiungere questo obiettivo, Baverez, sostiene che bisogna rompere definitivamente con l’individualismo radicale e lo spirito di capitolazione che hanno dominato i due mandati di Emmanuel Macron, seguendo le orme dei suoi predecessori. La Quinta Repubblica ha infatti vissuto due cicli distinti. I suoi primi tre presidenti – il generale de Gaulle, Georges Pompidou e Valéry Giscard d’Estaing – segnati indelebilmente dalla sconfitta del giugno 1940, dall’occupazione tedesca e poi dall’impotenza della Quarta Repubblica, hanno plasmato le politiche francesi, anche a rischio di scontrarsi con gruppi di interesse e di alienarsi parte dell’opinione pubblica. Hanno dato priorità alla ricostruzione della Francia come potenza, al mantenimento della sua indipendenza, alla modernizzazione dell’economia, alle sfide a lungo termine, all’adattamento al contesto della Guerra Fredda e alla costruzione dell’Europa. Dall’elezione di François Mitterrand nel 1981, la politica dei francesi ha prevalso sulla politica della Francia, basandosi sulla distribuzione di sussidi e redditi sempre più fittizi, sul consolidamento del modello di economia pianificata ereditato dai Trent’anni Gloriosi (i trent’anni di boom economico del dopoguerra) senza tenere conto dei cambiamenti nel contesto economico e strategico: la caduta del Muro di Berlino, la riunificazione tedesca, l’adozione dell’euro, la globalizzazione, l’ingresso della Cina nell’Omc, il passaggio all’era degli imperi e la fine dell’ordine del 1945.
Il degrado del controllo delle finanze pubbliche
I francesi si sono arroccati in una condizione di rendita proprio nel momento in cui miliardi di persone entravano nel sistema capitalistico e l’Occidente perdeva il suo monopolio sulla storia mondiale. Il debito pubblico, gonfiato a livelli assurdi grazie alla protezione dell’euro, ha permesso che per quasi mezzo secolo persistesse l’illusione che i francesi potessero continuare ad arricchirsi lavorando di meno, anche in un contesto di declino economico. Questa finzione è svanita. La proletarizzazione dei francesi è l’inevitabile conseguenza del declino della Francia. Riprendere il controllo delle finanze pubbliche è la chiave per la ripresa. Il loro attuale stato di degrado riflette gli errori di valutazione, l’impotenza e l’irresponsabilità di chi è al potere. Un debito eccessivo è un’arma di distruzione di massa contro l’economia, la società e la democrazia, come dimostrato da Argentina, Venezuela e Libano. Al contrario, liberarsi dalle catene del debito è il mezzo attraverso il quale sia la nazione che i suoi cittadini possono riprendere il controllo del proprio destino.
Serve una radicale trasformazione dello Stato e del modello sociale
Il riequilibrio delle finanze pubbliche richiede una riforma dello Stato e una trasformazione del modello economico e sociale per liberare la crescita e l’occupazione. Infine, le riforme presuppongono un approccio attivo all’educazione dei cittadini al cambiamento, nonché un nuovo patto tra le generazioni e tra Stato, imprese e cittadini, a meno che non si voglia fare il gioco del populismo, come Friedrich Merz ha appena imparato a sue spese in Germania. L’obiettivo rimane la sostenibilità del debito, che implica un avanzo primario, ovvero un deficit ridotto all’1,5% del PIL. Un sistema fiscale eccessivo, caratterizzato da entrate pubbliche che raggiungono il 52% del Pil, ha effetti devastanti su crescita, investimenti e occupazione. I 30 miliardi di euro di tasse aggiuntive previsti nei bilanci 2025 e 2026, anziché ridurre il deficit pubblico, che rimane al di sopra del 5% del Pil, hanno fatto precipitare l’economia in recessione, fallimenti e disoccupazione, ancor prima dello shock energetico causato dalla guerra contro l’Iran e dalle successive ondate di calore e incendi dell’estate 2026. Il riequilibrio complessivo dovrà quindi essere raggiunto riducendo la spesa pubblica di un punto percentuale del Pil all’anno per i prossimi cinque anni. Il risanamento delle finanze pubbliche non può essere raggiunto senza una profonda riorganizzazione dello Stato, attraverso la riduzione del numero di dipendenti pubblici in eccesso (5,7 milioni, contro i 4,3 milioni della Germania, nonostante una popolazione superiore del 18%). L’istruzione e la sanità, vitali sia per lo sviluppo economico che per la coesione sociale, richiedono particolare attenzione, con piani di trasformazione a lungo termine. Non può esserci ripresa finanziaria senza una trasformazione economica e sociale. Gli aggiustamenti di bilancio portano alla recessione se non sono accompagnati da un riorientamento del modello verso la produzione e il lavoro, gli investimenti e l’innovazione.
La violenza è veleno mortale per lo sviluppo economico
Ciò implica il miglioramento di tutti i fattori di produzione: il lavoro, aumentandone la durata e attraverso un impegno intensivo nell’istruzione e nella formazione, in particolare nell’IA, al fine di incrementare la produttività; il capitale, creando fondi pensione per rafforzare e ancorare il patrimonio netto delle imprese (metà del Cac 40 è di proprietà di investitori stranieri); l’innovazione, con un rafforzamento degli sforzi di ricerca limitati al 2,2% del Pil rispetto al 3,7% negli Stati Uniti; la liberazione dai vincoli della tassazione e della regolamentazione; infine, un approccio più orientato al bene pubblico, con una cultura del rischio che sostituisca la tirannia degli standard e delle precauzioni. Questi sono i veri strumenti per stabilizzare la classe media e, di conseguenza, per ripristinare la fiducia nella democrazia. La missione primaria dello Stato è garantire la pace civile e la difesa del territorio e della popolazione dalle minacce esterne. La violenza è un veleno mortale per lo sviluppo economico, la società e la democrazia.
La politica deve capire la tragica natura del momento
Occorre ripristinare l’autorità e il potere dello Stato. Ciò implica mobilitare e riorganizzare le forze dell’ordine e il sistema giudiziario. Infine, l’aumento delle minacce strategiche, provenienti sia da imperi autoritari, in particolare dalla Russia, che ha reso la Francia un obiettivo prioritario nella sua guerra ibrida contro l’Europa, sia dai jihadisti, rende necessario accelerare il riarmo. È imperativo rispettare gli impegni di aumentare il bilancio della difesa al 3% del Pil entro il 2030 e al 3,5% del Pil entro il 2035. La prevista vittoria degli estremisti non è inevitabile. Di fronte a cittadini che esprimono rabbia e sgomento per il crollo del loro Paese, è giunto il momento che la classe politica comprenda la tragica natura del momento e dimostri responsabilità e coraggio.