Colpi di sole
Vendola in crisi mistica per San Francesco. Ma gli infila il saio rosso e lo arruola tra gli antifascisti
L'ex governatore pugliese attacca l'uso identitario del santo e rilegge il Poverello di Assisi come fosse un no-global, marxista, con la tessera dell'Anpi in tasca
Incredibile Nichi Vendola sul quotidiano Il Centro: l’ex governatore della Puglia spiega ai lettori San Francesco dipingendolo in chiave anti-nazionalista e post-comunista, contestandogli il ruolo di patrono d’Italia. La destra lo ha trasformato in un’icona identitaria e sovranista, lascia intendere l’esponente di Sinistra italiana. Da qui l’operazione inversa e parallela: togliere al Poverello una presunta casacca politica per infilargli il saio rosso. Il principio sembra essere questo: guai ad arruolare San Francesco. A meno che non venga arruolato dalla parte giusta.
Vendola e il San Francesco che piace ai compagni
La partenza appare storicamente sensata. Francesco non può essere rinchiuso nelle categorie del nazionalismo moderno. La madre era probabilmente di origine provenzale, la cultura cortese attraversava confini assai meno rigidi di quelli immaginati oggi e il cristianesimo stesso, dettaglio non proprio trascurabile, ha una vocazione universale. Fin qui, nulla da eccepire.
Poi comincia il miracolo. Non quello raccontato dalle fonti francescane. Quello della retrodatazione ideologica. La spoliazione di Francesco assume i contorni di una critica al possesso. Il Cantico delle Creature diventa quasi il prequel medievale della Laudato si’. L’abbraccio al lebbroso acquista il significato di una contestazione delle gerarchie. L’incontro con il sultano viene promosso a manifesto ante litteram del dialogo interreligioso.
Insomma, a seguire questa lettura, viene quasi il sospetto che Francesco d’Assisi avesse ricevuto con otto secoli d’anticipo il programma politico-culturale della sinistra contemporanea. Manca soltanto la tessera dell’Anpi.
Vietato appropriarsi del Poverello. Ma solo agli altri
Ed è qui che il ragionamento diventa involontariamente esilarante. Vendola rimprovera alla destra di aver trasformato Francesco in un simbolo identitario e, contemporaneamente, costruisce un Francesco perfettamente compatibile con il proprio universo culturale: poverista, ecologista, anti-gerarchico, pacifista e campione del dialogo. L’appropriazione politica, insomma, sarebbe un peccato. Ma evidentemente non sempre mortale.
Il culmine arriva quando Vendola tira in ballo Papa Francesco. Bergoglio viene evocato come una «piccola, silenziosa vendetta della storia»: il fascismo volle Francesco patrono d’Italia e la storia avrebbe risposto consegnando alla Chiesa un Papa argentino che scelse proprio quel nome. Il Poverello finisce così al centro di una specie di derby postumo: il fascismo da una parte, Bergoglio dall’altra. E Francesco d’Assisi, morto nel 1226, convocato otto secoli dopo per stabilire chi abbia vinto una partita politica che ai suoi tempi, banalmente, non esisteva. Suggestivo, ma c’è un problema. Se San Francesco non va arruolato, vale anche per Vendola Se trasformare Francesco in un gadget identitario è una forzatura quando lo fa la destra, continua a esserlo quando cambia il colore della maglietta.
Il paradosso finale: vogliono San Francesco libero, purché sia di sinistra
Non esiste, infatti, un’indulgenza plenaria per l’arruolamento progressista. Anzi, è Vendola stesso a fornire l’argomento migliore contro la propria operazione quando ricorda il «vizio ostinato» di Francesco di scegliere i luoghi più scomodi e la sua capacità di sottrarsi a chiunque volesse trasformarlo in qualcosa di innocuo e utilizzabile. Giusto. Talmente giusto che vale anche per chi oggi cerca di farne un precursore delle battaglie culturali contemporanee.
Resta il sospetto, leggendo Il Centro, che il vero patrono in gioco non sia Francesco ma la memoria selettiva di chi lo cita: buona per condannare il nazionalismo altrui, ottima per praticare il proprio. Il poverello, che si spogliò nudo pur di non appartenere a nessuno, non avrebbe mai immaginato di essere rivestito, otto secoli dopo, con il saio rosso di un partito che nel frattempo ha cambiato nome un numero imprecisato di volte.