L'intervento
Salvare l’acciaio per difendere il futuro economico e sociale dell’Italia
Difendere l’acciaio significa difendere il lavoro, la crescita e la sovranità industriale del Paese. La transizione verso un modello produttivo più sostenibile non può avvenire attraverso la desertificazione industriale
La vicenda dell’ex Ilva è tornata prepotentemente al centro del dibattito politico-sindacale a seguito del provvedimento della Corte d’Appello di Milano, depositato il 27 luglio scorso, che ha disposto la chiusura entro 90 giorni, quindi verso la fine di ottobre, dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto in assenza di una bonifica dall’amianto ancora presente. Un intervento tecnicamente difficile da realizzare nei tempi indicati, e che quindi ha aperto uno scenario estremamente complesso per il futuro di questa azienda. Al di là degli aspetti giudiziari, siamo di nuovo di fronte a una scelta decisiva: riuscire a conciliare il diritto alla salute e la tutela dell’ambiente con la salvaguardia dei livelli occupazionali e di un comparto industriale strategico per il nostro Paese, individuando una soluzione concreta e responsabile che consenta di superare una crisi ormai diventata strutturale.
Per l’Ugl la tutela della salute rappresenta un valore assoluto e non negoziabile: Taranto ha pagato negli anni un prezzo troppo alto e il percorso di risanamento del territorio deve proseguire con determinazione, senza, però, provocare la cancellazione della produzione industriale e la perdita di migliaia di posti di lavoro. La sfida resta quella di dar vita ad un nuovo modello siderurgico capace di unire sostenibilità, innovazione tecnologica e competitività, ma ora i tempi stringono e c’è il rischio concreto di provocare una vera e propria emergenza sociale e industriale in caso di stop dell’area a caldo, che non avrebbe conseguenze soltanto sullo stabilimento di Taranto, ma sull’intera filiera. E già, infatti, alcune aziende dell’indotto stanno iniziando a rallentare la propria attività produttiva.
Non possiamo permettere che siano proprio i lavoratori a pagare il prezzo più alto di una crisi che richiede invece responsabilità e visione, anche perché la questione dell’ex Ilva non riguarda soltanto il futuro di un singolo stabilimento né di una singola azienda, ma chiama in causa il destino industriale dell’Italia. L’acciaio è una risorsa strategica per il nostro sistema economico: dall’automotive alla cantieristica, dalle infrastrutture alla meccanica, fino alla manifattura avanzata, compresa ora la necessità di produrre nuovi strumenti per la difesa nazionale. Perdere la capacità produttiva siderurgica significherebbe aumentare la dipendenza dall’estero, indebolire la competitività delle nostre imprese e compromettere anche la stessa sicurezza nazionale.
In questo quadro, è importante la volontà del Governo di accelerare il confronto istituzionale. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha convocato per la prossima settimana una serie di incontri finalizzati a delineare il futuro dell’ex Ilva e dell’intero comparto siderurgico. Il percorso prevede un primo confronto tecnico interministeriale con le organizzazioni sindacali, Invitalia e i commissari straordinari, seguito dal dialogo con Confindustria, Federacciai e Federmeccanica e, infine, dal Tavolo Taranto dedicato al rilancio specifico del sito pugliese. Si tratta di appuntamenti fondamentali per affrontare le emergenze più immediate, definire gli investimenti necessari e costruire una prospettiva industriale capace di garantire continuità produttiva e tutela occupazionale.
Un segnale arriva anche dall’interesse manifestato dal gruppo indiano Jindal Steel International, che in una lettera inviata ai commissari straordinari di Ilva e Acciaierie d’Italia ha confermato la volontà di acquisire l’intero perimetro dello stabilimento di Taranto, comprendendo sia l’area a freddo che quella a caldo, nel rispetto delle indicazioni del Tribunale di Milano. Si tratta di un elemento da valutare con attenzione, nella consapevolezza che ogni eventuale soluzione dovrà garantire investimenti, occupazione e continuità produttiva. Il prestito ponte da 100 milioni di euro stanziato dal Governo rappresenta un primo intervento necessario per affrontare l’emergenza, ma non può essere sufficiente: servono risorse straordinarie, un piano industriale credibile e una prospettiva chiara per il futuro di Taranto e degli altri stabilimenti collegati.
Ora è indispensabile un’assunzione di responsabilità collettiva da parte di Governo, istituzioni locali, imprese e organizzazioni sindacali. Occorre valutare ogni strada possibile, dalla ricerca di investitori solidi e affidabili fino anche all’intervento pubblico, affinché il polo siderurgico italiano possa continuare a rappresentare un motore di sviluppo e occupazione. Difendere l’acciaio significa difendere il lavoro, la crescita e la sovranità industriale del Paese. La transizione verso un modello produttivo più sostenibile non può avvenire attraverso la desertificazione industriale, ma deve essere accompagnata da investimenti, innovazione e una politica industriale capace di guardare al futuro.
*Segretario generale Ugl