Il libro
Ritorno a Patmos, un diario di viaggio nella memoria e nell’anima profonda dell’Europa
Il volume di Francesco Colafemmina per Passaggio al Bosco è più di un diario di viaggio: è uno di quei libri che raccontano l’Uomo, accompagnando il lettore alla riscoperta di luoghi dell'anima e dell'identità
Ritorno a Patmos. Diario di un viaggio dell’anima di Francesco Colafemmina (Passaggio al Bosco) è uno di quei libri che, attraverso il viaggio, raccontano l’Uomo. Patmos è la meta geografica, ma il vero approdo è l’interiorità. L’isola dove Giovanni scrisse l’Apocalisse e dove gli comparve Gesù diventa il luogo nel quale l’autore misura la distanza fra ciò che siamo diventati e ciò che eravamo, trasformando il diario di un ritorno su un’isola in una meditazione sulla memoria, sul tempo e sull’identità europea.
Ritorno a Patmos: un’opera difficilmente classificabile
Colafemmina costruisce un’opera difficilmente classificabile. È un diario di viaggio, ma anche un saggio filosofico, aggregando insieme una riflessione politica e spirituale. È un libro che rifiuta le compartimentazioni contemporanee e torna a una forma di scrittura che appartiene alla tradizione europea, quella nella quale l’esperienza individuale diventa occasione per interrogare la storia, la civiltà e il destino dell’uomo. Il filo conduttore è, ovviamente, il ritorno; tema più che mai attuale anche alla luce del recente film di Nolan sull’Odissea e il ritorno di Ulisse a Itaca.
La fine del ritorno per l’uomo moderno
Non soltanto il ritorno a un luogo visitato quattordici anni prima, ma il ritorno come categoria esistenziale, se non elementale. Ogni pagina ruota attorno a questa intuizione: l’uomo moderno ha smesso di tornare. Corre incessantemente in avanti, accumula esperienze, fotografie, aeroporti e destinazioni, ma perde progressivamente la capacità di abitare il tempo. La memoria si dissolve nella velocità, mentre il turismo globale sostituisce il pellegrinaggio e il consumo rimpiazza la contemplazione. La descrizione degli aeroporti, dei viaggi organizzati, dei social network e del conformismo contemporaneo non costituisce una polemica generazionale ma diventa critica di una civiltà che ha trasformato il movimento in surrogato della libertà.
Oltre la copia della copia
Tutto è una copia, di una copia, di una copia, direbbe Tyler Durden. Emerge, nel corso delle descrizioni, uno degli aspetti più interessanti del volume. Colafemmina non giudica, osserva: i gruppi di turisti, gli addii al celibato, i tatuaggi, gli smartphone, le fotografie compulsive diventano piccoli affreschi antropologici nei quali riconoscere la condizione dell’Occidente. L’altro protagonista del libro è naturalmente il Mediterraneo.
La riscoperta dei luoghi dello spirito
Ogni approdo richiama Omero, Platone, Pitagora, Kavafis, il cristianesimo orientale, Bisanzio, Roma, l’Italia del Dodecaneso. La Grecia non rappresenta uno spazio geografico ma la memoria lunga dell’Europa. Per questa ragione la decadenza di certi luoghi, l’omologazione turistica e la perdita delle tracce storiche vengono raccontate come sintomi di una più ampia crisi della coscienza europea, e il fatto che questo avvenga nell’Egeo è di per sé simbolico.
La cifra più originale del libro rimane però la sua proiezione spirituale. Patmos è il luogo dove il silenzio permette di ascoltare ciò che il rumore del mondo copre. La luce dell’Egeo, il vento, il mare, i monasteri, le rocce diventano simboli di una ricerca interiore che attraversa ogni capitolo, dove emerge che il vero viaggio non consiste nello spostarsi nello spazio, ma nel riconquistare un centro stabile dentro di sé.
La memoria dell’Europa
Ritorno a Patmos parla certamente della Grecia, ma racconta soprattutto l’Europa. Un’Europa che rischia di dimenticare le proprie radici mentre continua ad attraversare il mondo con crescente velocità. Colafemmina suggerisce che nessuna innovazione può sostituire la memoria e che nessun progresso conserva significato se interrompe il dialogo con ciò che ci ha preceduti. In questo senso il ritorno evocato dal titolo non assume il valore nostalgico di una fuga nel passato. Diventa, piuttosto, il presupposto necessario per ritrovare una direzione nel futuro.