La lettera
“Amano l’Italia e baciano il tricolore”: La Russa spiega al Corriere chi sono gli italiani veri partendo dagli atleti
Accoglienza sì, ma soltanto quando conduce a un’integrazione autentica. Non ingressi indiscriminati trasformati per decreto in un modello di società, stile Sánchez insomma. Il presidente del Senato Ignazio La Russa interviene così sul dibattito aperto da Aldo Cazzullo sulle pagine del Corriere della Sera dopo i successi degli atleti azzurri agli Europei di Birmingham. E lo fa affidando al quotidiano una lettera ricevuta da un professore dell’Università Bocconi, del quale mantiene riservata l’identità, dichiarando però di condividerla «pienamente» e di farla propria. «Quegli atleti italiani veri».
Il punto di partenza è l’editoriale nel quale Cazzullo ha celebrato i nuovi campioni italiani, contrapponendo la disciplina e la preparazione mostrate nell’atletica e nel nuoto alle difficoltà del calcio. Un racconto nel quale le storie di Andy Diaz, Sara Curtis, Nadia Battocletti, Larissa Iapichino e degli altri azzurri con origini familiari straniere diventano anche la fotografia di un’Italia capace di beneficiare delle migrazioni.
La Russa: “Accogliere è giusto ma no all’immigrazione indiscriminata”
È proprio su questo passaggio che la lettera rilanciata da La Russa imbocca una direzione differente. La stima per gli atleti non è in discussione. Anzi, l’autore sottolinea «le splendide dichiarazioni in italiano e i concetti profondi di cui tanti bravi atleti sono portatori», mentre Cazzullo aveva evidenziato anche la naturalezza delle loro interviste in inglese.
La distanza emerge quando dal merito sportivo si passa alla lettura politica. «Secondo lui il ruolo dei Diaz e delle Curtis mostra l’esigenza di aprirsi all’accoglienza. Non è così», si legge nella missiva. La tesi fatta propria dalla seconda carica dello Stato è che quei campioni non dimostrino la necessità di spalancare indiscriminatamente le frontiere, bensì il valore di un’integrazione costruita sull’adesione piena alla comunità nazionale.
«Tutti gli atleti di colore — prosegue il testo — che hanno gareggiato per il tricolore parlano italiano come e meglio di noi. Hanno rispetto incondizionato del nostro Paese, della nostra cultura e regole, così come della religione cattolica. Anche quando (Battocletti soltanto a che mi risulti) si dichiarano musulmani». Lo stesso vale, precisa la lettera, per chi non è di colore, come la triplista di origine ucraina Dariya Derkach.
Il simbolo di questa appartenenza è il rapporto con la bandiera: «Si avvolgono immediatamente nel tricolore e lo baciano». Non un’italianità definita dal colore della pelle o dal luogo di nascita, dunque, ma dalla lingua, dal rispetto delle leggi e dalla volontà di riconoscersi nella storia del Paese.
“Non siamo stati noi a implorarli di integrarsi”
Il passaggio più importante riguarda la direzione del processo: «Per tutti costoro non siamo stati noi a implorare di integrarsi. Hanno implorato loro di essere integrati. E lo sono stati in pieno. E sono italiani veri, colti e rispettosi». Da qui l’affondo contro l’equazione tra immigrazione e integrazione. «Non è accogliendo indiscriminatamente dei soggetti sconosciuti, spesso delinquenti in fuga dai loro Paesi, che ci invadono e disprezzano, che si realizza il successo della società, dell’economia e dello sport», sostiene la lettera.
Il modello indicato da La Russa ha criteri precisi: «È dando il benvenuto a chi ama il nostro Paese, ci dice con trasparenza chi è, ci rispetta e bussa cortesemente alla porta chiedendo accoglienza e integrazione». La stessa immagine sportiva conduce così a due conclusioni opposte: per Cazzullo racconta l’apporto delle migrazioni; per La Russa dimostra che l’appartenenza funziona soltanto quando è desiderata, meritata e ricambiata.