“Scomunica ingiusta”: appello dei lefebvriani a Leone XIV. D’Avino: ‘Non abbiamo nulla da cui pentirci’”
“La scomunica che ci è stata comminata è palesemente ingiusta ed inesistente poiché una pena deve far seguito a una colpa, e aver consacrato quattro vescovi per grave necessità non è stata una colpa. Anzi lo riteniamo un nostro preciso dovere”. Così don Gabriele D’Avino, Superiore del distretto italiano della Fraternità Sacerdotale San Pio X nel corso di un’intervista alla Stampa, in cui rivolge un appello a Papa Leone affinché possa farsi “un’idea più precisa di chi siamo e cosa facciamo”.
“La Fraternità non ha mai inteso rompere con Roma”
Il capo dei lefebvriani italiani auspica che il Pontefice “possa non certo condividere ma almeno comprendere il nostro gesto, l’intenzione con la quale l’abbiamo compiuto e il desiderio di servire la Chiesa e nient’altro, non certo sfidarla”. Ma come può ripartire ora il dialogo? “La Fraternità già nel 2018 aveva proposto alla Santa Sede delle discussioni dottrinali, ma Roma aveva rifiutato perché non interessata – ricorda D’Avino – Il punto centrale è sempre quello del Concilio Vaticano II: alla luce della dottrina e del magistero di sempre, riteniamo che esso sia in rottura con la Tradizione, mentre la Santa Sede ritiene il contrario. Quindi non c’è effettivamente molto margine di dialogo su questo. Detto ciò, la Fraternità non intende né ha mai inteso ‘rompere’ con Roma, e quando dovesse essere chiamata, vi andrà sempre. Come fece l’arcivescovo nostro fondatore Marcel Lefebvre”.
“Non abbiamo alcunché di cui chiedere perdono”
Sulla scomunica aggiunge: “Quando una pena è giustamente comminata, può essere rimessa dopo resipiscenza del censurato, cioè dopo ammissione di colpevolezza. Ora noi, né per le consacrazioni del 1988, né per quelle del 2026 riteniamo esserci stata colpa, anzi. Di conseguenza non abbiamo alcunché di cui chiedere perdono”.
“Il superiore generale ha inviato giorni prima delle consacrazioni una lunga professione di fede al Papa – sottolinea – Oltre a riaffermare la dottrina di sempre contenuta in venti secoli di magistero è necessario anche condannare i rispettivi errori contrari, in particolare, per i nostri tempi, il modernismo, dottrina già condannata due volte dai papi (con Pascendi di San Pio X e Humani generis di Pio XII) e che è alla radice delle deviazioni del Concilio”.
“Il Papa veda il nostro documentario”
A Leone XIV viene chiesto “che possa, non certo condividere, ma almeno comprendere il nostro gesto, l’intenzione con la quale l’abbiamo compiuto e il desiderio di servire la Chiesa e nient’altro, non certo sfidarla. Certo, ora può sembrare tardi, visto che le condanne sono state già pronunciate; difficile pensare che il Papa possa tornare indietro e ritirarle. Tuttavia, forse il tempo potrà mostrare come la Fraternità, non essendo cambiata di una virgola la sua posizione dall’epoca di monsignor Lefebrve fino a oggi, ha veramente sempre avuto la sola intenzione di essere un mezzo per salvare le anime”.
“Vogliamo solo servire la Chiesa”
In che modo e a che prezzo? “Attraverso la fecondità spirituale che non viene dalla bravura umana ma dalla grazia di Dio, l’abbondanza di vocazioni e di fedeli che sempre più si avvicinano a noi, è la migliore testimonianza della vitalità della Chiesa. A questo proposito posso suggerire, a chi è interessato, la visione dell’appassionante documentario appena prodotto sulla vita della Fraternità: ‘Traditio-per amore della Chiesa’. Chissà che il Papa non possa vederlo e farsi un’idea più precisa di chi siamo e cosa facciamo”.