Dopo l'altro furto in Borgogna
L’appello (semiserio) alla Francia: prima che svuotino tutto il Louvre ridateci la Gioconda
L'opera di Leonardo in realtà è legittimamente a Parigi. Ma il sistema di sicurezza museale fa acqua da tutte le parti
Chi dice che non amiamo i francesi sbaglia. È uno stereotipo che non fa giustizia di una diversità che non significa mancanza di stima. Sono i nostri cugini, che vennero ad occuparci ai tempi di Napoleone, detronizzando finanche il Papa, e che oggi hanno un problema: il Louvre, uno dei musei più belli e ricchi del mondo, è troppo vulnerabile, e non è solo in questa condizione, visto che proprio oggi, in Borgogna, hanno saccheggiato una collana d’oro di un valore inestimabile. Sembra che il sistema museale francese sia più un negozio di alimentari degli anni Ottanta che un insieme di luoghi che custodisce ricchezze inestimabili. Una delle quali, forse la più famosa, in realtà ci appartiene. O meglio, ci apparterrebbe.
I ripetuti furti
Dall’ottobre del 2025 ad oggi i ladri sono entrati al Louvre due volte. La prima volta hanno rubato una refurtiva dal valore di 88 milioni di euro, tra cui il diadema e la collana di zaffiri delle regine Maria Amalia e Ortensia, gli orecchini di Maria Luisa e la tiara dell’Imperatrice Eugenia.
Un tentativo è stato ripetuto successivamente, per fortuna senza successo. E nel frattempo, al Museo del Pays Châtillonnais, a Châtillon-sur-Seine, in Borgogna, proprio oggi è stato rubato il collare d’oro della Principessa di Vix, dal valore di diverse decine di milioni di euro. Evidentemente c’è una falla nei sistemi di sicurezza che riguarda tutto l’apparato museale transalpino.
Monnalisa
Anche La Gioconda, l’opera di Leonardo forse più famosa del Louvre, fu rubata, ma oltre un secolo fa, nel 1911, da un imbianchino italiano, Vincenzo Peruggia, che riuscì anche a tenerla per due anni in casa. Voleva restituirla all’Italia ma poi cambiò idea e tentò di venderla, prima di essere arrestato il 1913. Il suo senso “patriottico” non era del tutto infondato. Perché La Gioconda era un nostro patrimonio. Fino a un certo punto, però.
La portò Leonardo Oltralpe
La Gioconda fu portata in Francia dallo stesso Leonardo, quando il pittore si trasferì ad Amboise su invito del re Francesco I. Il dipinto entrò ufficialmente a far parte delle collezioni reali francesi nel 1518, quando il sovrano lo acquistò direttamente da Leonardo o dal suo assistente Gian Giacomo Caprotti (detto il Salai) per la cifra di 4.000 scudi d’oro.
Tecnicamente non è nostra. Non fa parte della razzia che il grande Napoleone compì quando occupò l’Italia. Capolavori di Tiziano, Giotto, Mantegna. È stata venduta regolarmente. Però, diciamocelo fino in fondo, la sentiamo nostra. Così come sentiamo nostro San Francesco da Paola, sepolto a Tours, in una tomba degradata. E la paura è che qualcuno prima o poi entri al Louvre e si prenda il capolavoro di Leonardo.
Il sogno? Vederla agli Uffizi
Il sogno sarebbe quello di vedere la Monnalisa agli Uffizi, nel luogo del Rinascimento per eccellenza. È un sogno che rimarrà tale, perché questa nostra pretesa è una metafora infondata. Anche se i nostri cugini, che per molte cose ammiriamo, faticano a organizzare un sistema di protezione adeguato per le loro bellezze. Già Filippo il bello, nel Medioevo, costrinse il Papa a lasciare Roma per Avignone. Poi Napoleone fece il resto. Troppi “torti” che portiamo nel nostro inconscio. Ecco, ce la diano in prestito, la Gioconda. Forse, un giorno, gliela restituiremo.