Landini “chiagne” e firma: sì a tre super contratti, ma in silenzio per non rovinare l’autunno caldo anti-Meloni
Il silenzio è d’oro, ma è anche un po’ de coccio. Dov’è finito il leader della Cgil nelle settimane in cui i sindacati hanno firmato tre super contratti, a quanto pare molto convenienti, con l’Aran e quindi con il governo Meloni? C’è chi lo dà in vacanza, con barba e baffi finti, chi lo avrebbe visto al supermercato spingere il carrello “tricolore” di Urso camuffato da elettore di FdI della Garbatella, ma sono solo leggende metropolitane.
Di sicuro Maurizio Landini, dopo aver annunciato un “autunno caldo” al buio, prima ancora di leggere la Finanziaria, forse per scaramanzia, casomai venisse fuori una manovra incontestabile, solo ieri ha rotto – da località anonima – il suo non tradizionale riserbo. “Sono soddisfatto. La preintesa sul contratto della sanità contiene aumenti superiori all’inflazione”. Ma neanche una parolina, un buffetto, all’odiato governo. Forse perché si era portato avanti col lavoro sulla mobilitazione di piazza, Landini, mentre i suoi firmavano contratti a raffica, come fossero bulloni di una catena di montaggio.
Landini “chiagne” e firma, verrebbe da dire, rievocando un antico adagio napoletano, “chiagne e fotte“, che descrive chi si lamenta continuamente, si presenta come vittima, suscita compassione ma nel frattempo ottiene vantaggi o persegue il proprio interesse. Come andare in piazza in autunno, magari da candidato nel campo largo, contro il governo Meloni, anche se non si è avuto il coraggio di opporsi al buon esito della contrattazione sindacale – che va in scena fin dall’inizio dell’esperienza della destra con incontri mensili nei vari ministeri interessati, nel segno della concertazione vera – per evitare di essere rincorso con i forconi dai suoi iscritti che aspettavano da anni gli adeguamenti salariali. Un aspetto che oggi coglie Il Foglio, in un articolo nel quale fa notare che “nel giro di un mese la Cgil ha sottoscritto con l’Aran ben tre contratti”. “Il primo a giugno per le Funzioni centrali, il secondo la scorsa settimana per le Funzioni locali, il terzo ieri per la Sanità. Accompagnato, quest’ultimo, da un commento positivo del segretario Maurizio Landini. Al di là dei contenuti, è il senso politico che conta. Dopo molte stagioni barricadere, oggi il clima sembra diverso. Cgil, Cisl e Uil si sono ricompattate (pochi scommettevano sarebbe accaduto), e anche con le controparti datoriali l’intesa sembra ottima… In realtà il segretario la fase ideologica, semmai l’ha avuta, l’ha abbandonata a favore di un atteggiamento che si può definire “pragmatico-zen”: se c’è da portare a casa un risultato che vale, lo si porta a casa, punto..“. Ora c’è sul tavolo l’intesa sui salari. “Per creare le basi necessarie ad avviare questo maxi tavolo, sindacati e imprese hanno lavorato dietro le quinte per quasi un anno, ma ora si è arrivati al confronto vero e proprio che è iniziato ieri, partendo dalle due piattaforme unitarie presentate da Cgil Cisl e Uil a giugno e dalle 14 rappresentanze datoriali a luglio. Ed è già una mezza rivoluzione il fatto che sia i sindacati, sia le controparti datoriali, tra le quali serpeggiano rivalità storiche, siano riusciti a mettersi d’accordo su due testi condivisi….”.
Una Cgil arrendevole, dunque? Non proprio. Landini prepara la sua exit strategy del 2027. E Il Foglio annuncia: “La sensazione è che Landini intenda accompagnare con una martellante mobilitazione la prossima campagna elettorale: non per candidarsi, ci tiene a precisare, ma per parlare al paese, anche allargando la base delle alleanze, sociali e politiche….”. L’estate bollente dei contratti firmati, dunque, non raffredderà l’autunno caldo di Landini. Che intanto, timidamente, “chiagne e fotte”.