Pechino incassa
L’ultima eurobeffa: in Tunisia i treni li costruisce la Cina coi finanziamenti di Bruxelles
L’Europa mette i soldi, la Cina porta a casa la commessa. È l’ultima beffa firmata dagli euro-burocrati di Bruxelles che emerge dalla Tunisia, dove la Società nazionale delle ferrovie tunisine (SNCFT) ha firmato un contratto da 38,2 milioni di euro con il colosso ferroviario statale cinese CRRC Nanjing Puzhen per la fornitura di cinque nuovi treni elettrici destinati alla linea Moknine-Mahdia.
Il progetto, come riporta il giornale tunisino Business news, rientra nel programma di raddoppio ed elettrificazione della tratta ed è sostenuto dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers), istituzione multilaterale nella quale i Paesi europei hanno un ruolo centrale. Il contratto è stato firmato il 30 giugno dal presidente della SNCFT, Chakib Rekik, e dal direttore generale per gli Affari internazionali di CRRC Nanjing Puzhen, Hu Tuanjie, alla presenza di rappresentanti del ministero tunisino dell’Economia e della stessa Bers.
I primi convogli dovrebbero essere consegnati entro due anni e saranno impiegati per aumentare la capacità di trasporto, migliorare la regolarità del servizio e offrire standard più elevati di sicurezza e comfort ai passeggeri.
La Bers finanzia, Pechino incassa e produce
La vicenda, tuttavia, va ben oltre il semplice appalto ferroviario. Mentre la Commissione europea continua a parlare di autonomia strategica, difesa delle filiere industriali e riduzione della dipendenza dalla Cina, uno dei principali progetti infrastrutturali sostenuti con fondi europei nel Mediterraneo finisce per alimentare proprio l’espansione industriale di Pechino. Il contratto è stato assegnato attraverso una gara internazionale conforme alle procedure della Bers. Dal punto di vista giuridico non emergono irregolarità: le gare finanziate dalle banche multilaterali sono aperte agli operatori internazionali e si basano sui principi di concorrenza e trasparenza. Ma sul piano politico il risultato appare decisamente più controverso.
Il colosso cinese favorito dalle economie di scala
CRRC è il maggiore produttore ferroviario del mondo ed è controllato dallo Stato cinese. Grazie alle enormi capacità produttive, al sostegno pubblico e alle economie di scala, il gruppo riesce spesso a presentare offerte estremamente competitive rispetto ai concorrenti occidentali. Il risultato è che, anche quando i finanziamenti arrivano da istituzioni sostenute dall’Europa, le ricadute industriali possono finire nelle mani delle grandi aziende statali cinesi.
Una situazione che alimenta le critiche verso una strategia europea giudicata contraddittoria: da una parte Bruxelles denuncia le pratiche commerciali di Pechino e introduce strumenti per contrastare la concorrenza ritenuta sleale; dall’altra, attraverso i meccanismi delle istituzioni multilaterali, contribuisce indirettamente a rafforzare gli stessi gruppi industriali cinesi.
Il limite degli strumenti europei
Negli ultimi anni l’Unione europea ha varato l’International Procurement Instrument, pensato per favorire una maggiore reciprocità negli appalti pubblici con i Paesi terzi, e il Regolamento sui sussidi esteri, che consente alla Commissione di intervenire quando aziende extra-Ue beneficiano di aiuti pubblici in grado di alterare la concorrenza nel mercato europeo. Il problema è che questi strumenti incidono soprattutto sugli appalti svolti all’interno dell’Unione. Quando invece la gara riguarda un Paese terzo ed è gestita secondo le regole di una banca multilaterale come la Bers, il margine di intervento europeo diventa molto più limitato.
La Tunisia terreno della competizione globale
La Tunisia rappresenta oggi uno dei principali fronti della competizione geopolitica nel Mediterraneo, dove si confrontano gli interessi di Unione europea, Cina, Stati Uniti, Paesi del Golfo, Russia e Turchia.
Per Bruxelles il Paese nordafricano è un partner strategico sia sul piano economico sia sul dossier migratorio. Proprio per questo la scelta di vedere una parte rilevante della ricaduta industriale di un progetto finanziato con capitali europei finire a un colosso controllato da Pechino rischia di alimentare nuove polemiche. Si tratta dell’ennesimo paradosso, segno di una contraddizione sempre più evidente: mentre l’Europa invoca sovranità industriale e autonomia strategica, continua ad applicare regole che, nei fatti, consentono ai grandi gruppi di Stato cinesi di rafforzare la propria presenza anche nei progetti finanziati con il sostegno delle istituzioni europee.