«E se…?»: cosa c’è dietro le domande di fantapolitica poste a Meloni ad Ankara e perché sono un vizio dannoso
Con le cosiddette “fanta-domande” non servono a chiarire un comportamento, ma a creare una notizia, meglio se clamorosa, a cui associare un titolo da prima pagina
Dal fantacalcio alla fantapolitica il passo è breve, anche se non dovrebbe esserlo. Perché il calcio è un gioco, la politica no. E quando la politica diventa una scommessa sul futuro, il rischio è che il boomerang ricada su tutti noi. Lo spunto arriva dalla conferenza stampa di Giorgia Meloni al termine del vertice Nato di Ankara. Un appuntamento delicato per temi e contesto internazionale, nel quale alla presidente del Consiglio sono state poste due domande su scenari ipotetici: «Se stanotte Trump le chiedesse di nuovo di far atterrare un areo a Sigonella, che poi partecipa ad una operazione cinetica in Iran, direbbe no?» e «Se non ci fossero i vincoli di bilancio europei, quale quota del Pil investirebbe nella difesa?».
Le “fanta-domande” a Giorgia Meloni nel vertice di Ankara
Nessuno mette in discussione il diritto dei giornalisti di porre domande difficili. È il loro mestiere. Ma una domanda deve servire a verificare un fatto o può diventare lo strumento per costruire una notizia? Il meccanismo dell’informazione dovrebbe essere semplice: accade un fatto, il giornalista chiede conto di quel fatto, il politico risponde. La notizia, insomma, nasce dalla realtà.
Con le cosiddette “fanta-domande”, invece, lo schema si capovolge: non si parte da un fatto, ma da un’eventualità, qualcosa che non esiste ancora o che, in alcuni casi, è difficilmente realizzabile. La domanda non serve a chiarire un comportamento, serve a creare una notizia, meglio se clamorosa, a cui associare un titolo da prima pagina. Chi governa viene così spinto fuori dal terreno dei fatti e portato su quello delle possibilità. Gli si chiede di spogliarsi delle vesti del decisore pubblico per indossare quelle dell’indovino. Non deve spiegare una scelta compiuta, ma prevedere come reagirebbe a una situazione che non è all’ordine del giorno e che forse non lo sarà mai.
Uno schema capovolto
In ambito di politica estera e difesa questo metodo è particolarmente rischioso. Chiedere a un presidente del Consiglio come reagirebbe a una richiesta che nessun capo di Stato ha formulato significa sollecitare una posizione su uno scenario inesistente. Eppure quella risposta, proprio perché pronunciata dalla massima autorità politica del Paese, può essere letta come un orientamento ufficiale, una disponibilità o una chiusura.
Una frase nata per rispondere a un’ipotesi può assumere il peso di una scelta, essere interpretata come un segnale politico, un avvertimento o persino una provocazione. Può essere estrapolata, rilanciata dalle agenzie internazionali, commentata da leader stranieri e trasformarsi in un caso diplomatico, a maggior ragione quando l’informazione corre alla velocità di un click e il contesto rischia di sparire. Non ce ne vogliano i colleghi che quelle domande le hanno poste, ma la dinamica è abbastanza evidente. Quando la realtà non offre abbastanza materiale per un titolo ad effetto, qualcuno può essere tentato di costruirlo. Ma il prezzo di una notizia da prima pagina può essere molto più alto della soddisfazione di averla firmata.