Violenza senza età
Don Patriciello difende la stretta sulle baby gang: “I ragazzi sono diventati pericolosi, non volano più schiaffi ma coltelli”
Il parroco anti-camorra difende la svolta del governo sull’imputabilità degli under 18 e chiede allo Stato fermezza e percorsi di rieducazione
Anziani costretti a restare in casa, adolescenti perbene aggrediti durante una serata con gli amici, quartieri trasformati nel territorio di conquista di piccole bande violente. Don Maurizio Patriciello parte dalla realtà che incontra ogni giorno a Caivano per difendere il disegno di legge del governo sull’imputabilità dei minori tra i 14 e i 18 anni. «Ci troviamo davanti ad una questione molto seria: i ragazzi oggi sono diventati pericolosi. Lo Stato ha il dovere di difendere chi è più debole», afferma il parroco anti-camorra in un’intervista all’Adnkronos.
Il provvedimento approvato dal Consiglio dei ministri modifica l’articolo 98 del Codice penale, introducendo una presunzione relativa della capacità di intendere e di volere per chi abbia compiuto 14 anni ma non ancora 18. Non cambia dunque l’età minima dell’imputabilità e non vengono aumentate le pene: sarà però considerato imputabile il minorenne autore di un reato, salvo prova contraria. Il testo dovrà ovviamente passare per il Parlamento.
«Lo Stato deve proteggere i più deboli»
Don Patriciello non nasconde le responsabilità degli adulti. «Se ci troviamo in questa condizione vuol dire che, in un qualche modo, i genitori, con lo Stato, hanno fallito», osserva. Ma questo fallimento educativo, avverte, non può diventare un alibi per ignorare la gravità della violenza minorile. «Lo Stato ha il dovere di difendere i deboli e quando dico deboli intendo anziani, ragazzini perbene che vanno a scuola e hanno il diritto di passare una serata serenamente con gli amici e non di essere accoltellati o pugnalati. Qua non volano più schiaffi come ai miei tempi, affondano i coltelli».
Il sacerdote ricorda l’incontro avvenuto a Caserta con i genitori di un ragazzo accoltellato anni fa da un coetaneo di Caivano. «Erano passati anni ma quei genitori avevano scolpito il dolore negli occhi come il primo giorno. Lo Stato non può fare finta di niente».
La rieducazione non esclude la fermezza
Il parroco prende le distanze anche dallo scontro ideologico esploso intorno alla norma, invitando la politica a sottrarre la sicurezza alla contrapposizione tra schieramenti. «Io sono sempre addolorato quando la politica si spacca per motivi ideologici. Vorrei che si ragionasse con serenità».
Alla tesi secondo cui il carcere non sarebbe in grado di insegnare valori etici e morali ai ragazzi, don Patriciello risponde rifiutando l’alternativa secca tra detenzione e impunità. «Tra il bianco e il nero ci sono mille sfumature di grigio. Ora: perché o carcere o libertà assoluta? Intanto questi ragazzi vanno rieducati se i genitori non sono stati capaci di educarli. Un ragazzo di 14-15 anni non può stare sulla strada».
La questione decisiva, quindi, riguarda la capacità dello Stato di costruire percorsi seri di recupero. «Un ragazzo verrà arrestato? Siamo capaci di toglierlo dalla strada e aiutarlo a rieducarlo? Se la risposta è sì, allora va bene anche questa legge».
I minori utilizzati dalla camorra
A Caivano il problema non è teorico. Le organizzazioni criminali conoscono le fragilità del sistema e utilizzano gli adolescenti come manovalanza. «La camorra manda bambini avanti, o le donne, e li strumentalizza», denuncia il sacerdote.
Nel frattempo intere zone finiscono sotto il controllo delle bande: «Ci sono luoghi in ogni paese che sono diventati ostaggio di queste micro-gang che fanno paura. Le persone più timorose stanno dentro, ma ognuno ha il diritto di uscire liberamente, in serenità». Da qui l’appello conclusivo alla politica: affiancare responsabilità, prevenzione e rieducazione senza arretrare sulla tutela delle vittime. «Non spacchiamoci in due solo per motivi ideologici. Così non si va da nessuna parte».