L'editoriale
Va’ dove ti porta la «via italiana». Così l’Europa svolta su energia e immigrazione
Come è avvenuto sul Green deal, sulla neutralità tecnologica e sulla Pac, così sul contrasto all'immigrazione e sul dossier energetico la linea italiana sta contribuendo a cambiare verso all'Ue
L'Editoriale - di Antonio Rapisarda - 4 Giugno 2026 alle 06:06
I 14 miliardi che l’Italia ha ottenuto da Bruxelles sul fronte della crisi energetica, assieme alla rivoluzione Ue sui rimpatri, rappresentano un uno-due che il governo di Giorgia Meloni può rivendicare come una vittoria a tutto tondo della «via italiana» in Europa. Un percorso, e questa è la differenza fondamentale con il vecchio asse franco-tedesco che ha influenzato per troppi anni le politiche della Commissione, concepito nell’interesse specifico degli europei. La flessibilità sugli investimenti nell’energia, così come la “rivoluzione della severità” nella difesa dei confini, non rappresentano, insomma, un’esclusiva per l’Italia: si tratta di una nuova rotta che supera le “colonne d’Ercole” – alias le rigidità – della Commissione.
Il metodo Meloni, in fondo, è proprio questo: saper inquadrare razionalmente la questione nazionale all’interno della difesa e dell’affermazione di un’intera civiltà – quella europea ed occidentale – alle prese con problemi esistenziali (e potenzialmente esiziali) che vanno necessariamente affrontati in una logica di sistema. Nessun approccio a compartimenti stagni davanti alle policrisi; o, peggio ancora, nel nome di egoismi ideologici, territoriali e politici. Tutt’altro. La visione comunitaria della premier italiana è figlia proprio dell’europeismo nazionale, quello mutuato dai Trattati di Roma. Si collabora liberamente sui grandi temi – energia, sicurezza, competitività – che gli Stati, da soli, non riescono ad affrontare al meglio.
Il merito di Meloni in Europa è esattamente questo: aver lavorato in questi anni non come forza disgregatrice (come temevano i fantomatici esperti) ma come interprete di un approccio realista e responsabile che è riuscito a fare breccia fra le cancellerie e le opinioni pubbliche. La premier italiana lo ha fatto senza dimenticare di sollecitare, nemmeno per un giorno, i vertici Ue sulle responsabilità richieste per affrontare la “tempesta perfetta”. Da questo punto di vista la serietà mostrata dall’Italia sui conti pubblici, e più in generale sugli impegni presi con l’Europa e con la Nato, non ha soltanto riscattato l’immagine (e il debito) di una Nazione considerata il ventre molle della spesa senza costrutto. Ha rappresentato la chiave che ha permesso di disinnescare il riflesso condizionato dei rigoristi come il solito commissario Valdis Dombrovskis: quello per cui la clausola generale di salvaguardia era attivabile «solo in caso di grave recessione nell’Ue».
Come è avvenuto sul Green deal, sulla neutralità tecnologica e sulla Pac, così sul contrasto all’immigrazione e sul dossier energetico la linea italiana sta contribuendo a cambiare verso all’Europa. Per intere stagioni siamo stati abituati al fatto che Francia e Germania decidevano, spesso per se stessi, e gli altri in qualche modo si adattavano. Oggi non è più così. E la differenza è sostanziale: i “sovranisti” del governo Meloni ragionano con un europeismo disegnato davvero a misura dei popoli. Un paradosso solo per chi non conosce (o più che altro fa finta di non conoscere) la storia originale della destra. Poco importa: ecco perché la «via» tracciata dalla premier è sempre più affollata.