La testimonianza
Strage di Amendolara, il sopravvissuto: «L’inferno in un attimo. Avevamo chiesto ai caporali pakistani di essere pagati»
Taj Mohammad Alamyar, che è riuscito a salvarsi, racconta i drammatici momenti dell'incendio in cui hanno perso la vita quattro braccianti e dei due fermati dice: «Sono trafficanti di droga e prendono gli ordini da un pakistano che gira sempre armato e vende eroina con gli italiani. Stanno insieme, mafia pakistana e mafia italiana»
«Un pakistano chiudeva, l’altro teneva le portiere sotto pressione, le spingeva da fuori. Abbiamo iniziato a urlare, ma hanno aperto il portellone dietro e lanciato un accendino all’interno. È stato un attimo, l’inferno». Taj Mohammad Alamyar, l’unico sopravvissuto alla strage di Amendolara, ripercorre i drammatici momenti dell’incendio al minivan nel quale viaggiava con gli altri quattro braccianti arsi vivi per il fuoco appiccato da due «caporali pakistani» come rappresaglia per la loro richiesta di essere pagati.
La testimonianza del sopravvissuto alla di Amendolara
«Alì e Bat erano davanti, uno alla guida, l’altro al suo fianco. Avevamo finito il turno e ci stavano riportando a casa. Erano nervosi, parlavano tra loro fitto, quando siamo arrivati ad Amendolara sono entrati nell’area di servizio. Si sono fermati, sono scesi e uno dei due ha messo i soldi nel bancomat. Poi ha preso la pistola della benzina e ha iniziato a cospargere l’auto di carburante, dentro e sulla carrozzeria», ha ricostruito ancora in un’intervista a Repubblica Taj, migrante afgano di 35 anni, che il 20 aprile aveva ricevuto il permesso di giorno per cinque anni.
La benzina, il fuoco e «l’inferno in un attimo»
«Mi sono girato, ho visto che il portellone era rimasto aperto. Mi sono spinto all’indietro, ho superato lo schienale, sono caduto nel vano dove si mettono le valigie e con le braccia che bruciavano mi sono buttato sull’asfalto. Poi, mi sono ritrovato in ospedale», ha raccontato ancora, ripercorrendo quegli attimi fatali.
«Stanno insieme, mafia pakistana e mafia italiana»
Le vittime, tre afgani e un pakistano, erano «amici. Vivevamo in questa casa, in questi giorni raccoglievamo le fragole a Scansano». I due pakistani, fermati nella notte tra lunedì e martedì anche grazie alla testimonianza di Taj, sono «gente che vende hashish e viaggia con pistole e coltelli», «trafficanti di droga e prendono gli ordini da Kassan, un pakistano che gira sempre armato e vende eroina con gli italiani. Stanno insieme, mafia pakistana e mafia italiana».
La rappresaglia per la richiesta di essere pagati
I due pakistani, ha raccontato ancora Taj, andavano a prende lui e gli altri braccianti «prima dell’alba. Con l’arrivo della luce dovevamo già essere sui campi di raccolta. Otto ore di lavoro, fino a mezzogiorno, quando inizia il caldo insopportabile». La paga concordata era 45 euro al giorno, ma dal aprile non la ricevevano più. La richiesta di avere la paga sarebbe stata, secondo la ricostruzione del sopravvissuto, la causa della strage. «Perché hanno dato fuoco al monovolume?», ha chiesto Corrado Zunino, che firma l’intervista. «Abbiamo discusso, l’altra mattina abbiamo proprio litigato. Non volevano pagarci. Dicevano che avevamo già un alloggio e il cibo garantiti, per loro era abbastanza», ha risposto il sopravvissuto, che nonostante tutto non pensa ad andare via dall’Italia: «Resto qui. Non posso scappare dall’Italia», ha spiegato, aggiungendo che la Cgil lo sta aiutando a cercare un nuovo lavoro e una casa.