La fronda repubblicana
Schiaffo a Trump del Senato Usa: stop alla guerra in Iran. Lui attacca: “Voto insignificante”
Teheran era pronta a crollare, secondo il tycoon, “disposto a darci praticamente qualsiasi cosa”, e i ribelli “decidono di votare in modo insensato e nel momento sbagliato”
Esteri - di Alice Carrazza - 24 Giugno 2026 alle 09:16
Donald Trump aveva appena rivendicato di avere l’Iran “alle corde”. Il Senato, invece, ha approvato una risoluzione che chiede la fine della guerra in Iran a meno che non ci sia l’autorizzazione del Congresso. La risposta del presidente è arrivata sui social, senza filtri… come sempre. «Quindi, ho l’Iran pronto a crollare, disposto a darci praticamente qualsiasi cosa, e che, per la prima volta in decenni, rispetta maledettamente gli Stati Uniti e il suo Presidente, Io, e il Senato degli Stati Uniti decide di votare in modo insensato e nel momento sbagliato sulla legge sui poteri di guerra».
La fronda ribelle repubblicana
Il dato politico è nei nomi. Quattro repubblicani, Rand Paul, Susan Collins, Lisa Murkowski e Bill Cassidy, hanno votato con i democratici. Dall’altra parte, John Fetterman, democratico della Pennsylvania ormai considerato da molti colleghi vicino alla linea presidenziale, ha votato contro.
La risoluzione era già passata alla Camera con l’appoggio di alcuni deputati della “vecchia scuola”. Non arriverà sulla scrivania del tycoon, perché è una concurrent resolution, quindi ha valore giuridico limitato. Ma nella politica americana i gesti simbolici, soprattutto in caso di sfida, contano quando fotografano una crepa nel partito del presidente, soprattutto su guerra, sicurezza nazionale e comando delle forze armate.
Il nodo costituzionale
I democratici sostengono che Trump abbia oltrepassato i limiti fissati dal War Powers Act del 1973, che impone al presidente di ottenere l’autorizzazione del Congresso entro sessanta giorni dall’impiego delle forze statunitensi in operazioni ostili.
La Casa Bianca respinge l’accusa, ovviamente, e considera incostituzionali i tentativi di restringere l’autorità del comandante in capo. Mike Johnson, speaker della Camera e alleato del tycoon, aveva avvertito che limitare i poteri presidenziali durante i negoziati con Teheran sarebbe una «prospettiva estremamente pericolosa».
The Donald è andato oltre. Secondo lui, il voto comunica «al principale sponsor del terrorismo al mondo che agli Stati Uniti non piace quello che sto facendo loro, e che devo fermarmi, e così facendo ha fornito aiuto e conforto al nemico».
La guerra, il cessate il fuoco, i costi
La crisi con l’Iran, iniziata il 28 febbraio, entra ora in una fase politicamente incandescente. Il 17 giugno Trump ha annunciato un memorandum d’intesa con Teheran, cornice preliminare per un possibile accordo di pace. I colloqui continuano. Ma restano aperti i dossier veri: programma nucleare, sanzioni, Stretto di Hormuz, sicurezza regionale.
Il conflitto ha già colpito i mercati energetici, interrotto rotte commerciali e allargato la tensione a Libano e Stati del Golfo. È qui che la politica estera diventa politica interna: prezzi, inflazione, le elezioni di midterm di novembre.
Chuck Schumer, una delle voci liberal più influenti, ha colto il punto prima del voto: «I repubblicani possono lamentarsi quanto vogliono, a porte chiuse, della guerra di Trump, della sua segretezza e del suo disastroso accordo con l’Iran. Ma l’unico modo per assicurarsi che questa guerra finisca una volta per tutte è che i repubblicani agiscano».
La risoluzione non fermerà Trump. Ma gli ricorda che, anche con Teheran sotto pressione, il fronte più scomodo può aprirsi a Washington. E ciò non può che far tornare alla mente una delle scene più celebri di House of Cards, con Frank Underwood pronto a liquidare le resistenze parlamentari con il suo cinismo più spietato: «Alla fine non mi importa che mi amiate o che mi odiate. L’importante è che io possa vincere. Il mazzo è mischiato, tutte le regole sono truccate».