Perché lo spot di FdI sul 2 giugno e Meloni ha mandato in tilt la sinistra: rimozione travestita da superiorità morale
La polemica cancella la storia. C’è una forma di critica politica che, più che contestare, confessa. Confessa insofferenza, automatismo, riflesso condizionato. È quella che si è vista anche davanti allo spot di Fratelli d’Italia dedicato agli ottant’anni dal voto alle donne: un cortometraggio che lega il 2 giugno 1946 al lungo cammino della partecipazione femminile nella vita democratica italiana, fino all’arrivo di una donna alla Presidenza del Consiglio.
Lo spot di FdI e le polemiche
Apriti cielo. Per alcuni, evidentemente, il problema non è lo spot. Il problema è che la storia, ogni tanto, si permette di accadere senza chiedere il permesso alla loro sensibilità politica. E così ciò che dovrebbe essere riconosciuto con naturalezza — il fatto che per la prima volta nella storia repubblicana una donna guidi il Governo italiano — diventa improvvisamente materia da rimuovere, minimizzare, ridicolizzare, quasi fosse una nota di colore e non un passaggio istituzionale destinato a rimanere nei libri di storia.
Naturalmente si può criticare Giorgia Meloni. Si può contestarne il governo, le scelte, la linea politica, le parole, le alleanze, la visione dell’Italia. Si può sperare che alle prossime elezioni vinca qualcun altro. Addirittura avere il coraggio di sperare che Elly Schlein sia presidente del Consiglio o magari Ilaria Salis – così avremmo risolto il problema della casa insieme alla proprietà privata -. Si può desiderare un Presidente del Consiglio diverso, di un altro partito, di un’altra cultura politica, di un’altra maggioranza. È la democrazia, bellezza: funziona così.
Non si può negare la realtà
Ma c’è una cosa che non si può fare senza scivolare nel ridicolo: negare la realtà. E la realtà è semplice. Dopo decenni di Repubblica, dopo generazioni di donne che hanno votato, lavorato, combattuto, studiato, amministrato, governato territori, guidato istituzioni e aperto varchi, l’Italia ha avuto per la prima volta una donna Presidente del Consiglio. Questa donna si chiama Giorgia Meloni. Può piacere o non piacere. Ma il fatto resta. E chi finge che non abbia valore perché quella donna viene dalla destra non sta colpendo Meloni: sta impoverendo il proprio senso delle istituzioni.
Meloni prima donna presidente del Consiglio. C’è chi finge che non abbia valore
Qui si vede anche una curiosa contraddizione del pensiero progressista contemporaneo. Per anni ci è stato spiegato che bisognava riconoscere i simboli, celebrare i primati femminili, abbattere il soffitto di cristallo, dare valore alle conquiste delle donne nelle istituzioni. Poi una donna quel soffitto lo ha infranto davvero, ma non era la donna prevista dal copione. Non veniva dal campo giusto, non parlava il linguaggio giusto, non apparteneva alla genealogia politica autorizzata. E allora, invece di riconoscere il fatto, si è scelto di cancellarlo. O forse il fatto è che Giorgia Meloni sia diventata presidente del Consiglio grazie al voto degli italiani e non attraverso una trama di palazzo o una quota rosa…
Cultura della cancellazione
Altro che cancel culture evocata a targhe alterne. Il vero esempio di cultura della cancellazione è proprio questo: non la rimozione di un monumento o la censura di una parola, ma la rimozione di un fatto storico perché disturba la propria narrazione. La prima donna Presidente del Consiglio va bene solo se è progressista; se è conservatrice, allora non conta più. Il primato femminile diventa meritevole di celebrazione solo quando conferma una visione ideologica. Altrimenti viene degradato a propaganda, incidente, fastidio.
Che sfortuna, per certi professionisti dell’emancipazione a intermittenza: la prima donna a Palazzo Chigi non è uscita dal loro album di famiglia. Lo spot di Fratelli d’Italia può piacere o non piacere. E’ demenziale criticarne la fattura perché basta un minimo di onestà per riconoscerne la qualità, senza per questo condividerlo o apprezzarlo del tutto. Può essere giudicato efficace, giusto, retorico, celebrativo, partigiano: è uno spot, non un verbale notarile. Ma se fosse stato davvero politico non avrebbe celebrato, come parte di un percorso, donne che con la storia della destra italiana non hanno nulla a che fare ma che invece lo hanno per la storia repubblicana. E la destra, fiera dei propri valori e della propria storia, non nasconde la patria. La rispetta e la riconosce tutta. Anche quella che “non ricambia la cortesia”.
L’incapacità di distinguere tra avversario e istituzione
Ma la furia con cui alcuni hanno reagito racconta qualcosa di più profondo. Racconta l’incapacità di distinguere tra avversario politico e istituzione. Racconta l’abitudine a riconoscere i simboli solo quando confermano la propria narrazione. Racconta, soprattutto, una grande mancanza istituzionale. Perché il voto alle donne non appartiene a un partito. Appartiene alla Repubblica. E il fatto che, ottant’anni dopo, una donna sia arrivata a guidare il Governo non appartiene solo a Fratelli d’Italia, né solo al centrodestra, né solo agli elettori di Giorgia Meloni. Appartiene alla storia nazionale. Lo si può ricordare senza diventare meloniani. Lo si può riconoscere senza votare Fratelli d’Italia. Lo si può ammettere restando fieramente all’opposizione.
Anzi: proprio chi si considera più attento alle istituzioni dovrebbe essere il primo a farlo. Invece siamo arrivati al paradosso per cui, pur di non concedere nulla all’avversario, si preferisce cancellare un passaggio storico. Come se riconoscere che Giorgia Meloni sia la prima donna Presidente del Consiglio significasse approvarne ogni decisione. Come se la maturità democratica consistesse nel fare finta che i fatti non esistano quando non sono comodi. Ma la storia non funziona così. La storia non aspetta il comunicato stampa dei delusi. Non si corregge con il broncio dei commentatori. Non cambia perché qualcuno trova insopportabile che un simbolo dell’emancipazione femminile possa incarnarsi in una donna conservatrice.
Rimozione travestita da superiorità morale
Chi non riesce a riconoscere il valore istituzionale della prima donna a capo del governo non sta facendo opposizione: sta facendo rimozione. Sta facendo un gran male all’Italia. Però la rimozione, quando pretende di travestirsi da superiorità morale, diventa quasi comica e deleteria per chi la fa. Ricorderete l’onorevole Serracchiani del PD dire al Presidente del Consiglio che avrebbe voluto le donne un passo indietro agli uomini e le risate in aula e fuori quando, allargando le braccia tra lo sconfortato e il divertito, Giorgia Meloni ha guardato i ministri del nostro governo, un passo dietro di lei, e ha risposto “le sembra che io stia un passo dietro agli uomini?”
La verità rimane le polemiche passano
Per questo lo spot ha avuto il merito involontario di mostrare una cosa: non solo il cammino delle donne nella democrazia italiana, ma anche il cammino che una certa politica deve ancora fare per diventare adulta. Perché il senso delle istituzioni si vede soprattutto quando la storia la fa qualcuno che non avremmo scelto noi. Il resto è polemica. Rumorosa, prevedibile, persino un po’ stanca. La verità, invece, rimane lì: il voto delle donne ha cambiato l’Italia. E ottant’anni dopo una donna è arrivata a Palazzo Chigi. Si può non applaudire. Ma negarlo, sminuirlo o trattarlo come un imbarazzo dice molto meno di Giorgia Meloni e molto di più di chi non riesce nemmeno a riconoscere un fatto quando passa davanti ai suoi occhi.