Racket
Palermo, blitz contro la banda del kalashnikov: 8 arresti, tutti giovanissimi. “Lo Stato c’è”
Piantedosi: "Mentre molti strumentalizzano singoli episodi e si dilungano in chiacchiere da talkshow, magistratura e forze dell'ordine proseguono con dedizione contro il crimine e l'illegalità"
Cronaca - di Alice Carrazza - 11 Giugno 2026 alle 14:10
Le bottiglie piene di benzina davanti ai locali, i foglietti con la richiesta di pizzo, i colpi di kalashnikov esplosi nella notte, le auto rubate e incendiate. Per mesi la zona ovest di Palermo ha vissuto dentro questa sequenza di intimidazioni, da San Lorenzo a Tommaso Natale, da Sferracavallo a Isola delle Femmine, fino a Carini. Oggi è arrivata la prima risposta investigativa: la Direzione distrettuale antimafia di Palermo ha disposto il fermo di otto persone, ritenute legate a una banda del racket composta da giovani gravitanti attorno ai casermoni dello Zen 2.
Ed è su questa risposta dello Stato che il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha scelto di insistere: «Mentre molti strumentalizzano singoli episodi, per quanto gravi, e si dilungano in chiacchiere da talkshow, magistratura e forze dell’ordine proseguono con dedizione e professionalità nel loro impegno contro ogni forma di crimine e illegalità». A eseguire il blitz sono stati Polizia di Stato e Arma dei Carabinieri, coordinati dal procuratore Maurizio de Lucia, dall’aggiunto Vito Di Giorgio e dai sostituti Giovanni Antoci, Andrea Fusco, Felice De Benedittis e Alessandro Macaluso. Nel provvedimento vengono contestati, a vario titolo, tentata estorsione e tentato omicidio, con l’aggravante del metodo mafioso.
Le indagini tra pizzo, droga e vendette
L’inchiesta nasce a novembre, quando davanti ad alcune attività commerciali di Sferracavallo compaiono i primi ordigni incendiari. Da lì, secondo gli investigatori, la pressione criminale si allarga e cambia passo: intimidazioni, incendi, armi da guerra, richieste di denaro. Nel mirino finiscono ristoranti, pizzerie, bar, tabaccai, lidi. Un messaggio dopo l’altro, sempre più esplicito.
Stando alle ricostruzioni, due dei fermati avrebbero lasciato, il 13 maggio, bottiglie incendiarie davanti a otto locali di Isola delle Femmine, accompagnate da un biglietto con la richiesta di 5mila euro. Altri due sarebbero coinvolti nella raffica di mitragliatrice esplosa in via don Minzoni il 29 aprile. Altri ancora avrebbero partecipato alla risposta armata del giorno successivo in via Montalbo, dove fu tentato l’omicidio di Danilo D’Ignoti. Dietro alcuni episodi, per gli inquirenti, ci sarebbero anche affari di droga e il mancato pagamento di una partita di stupefacenti.
L’intimidazione al Sicily by Car
Il blitz è arrivato poche ore dopo il nuovo incendio che ha distrutto il deposito della Sicily by Car in via San Lorenzo, il terzo attentato contro l’imprenditore Tommaso Dragotto. Al momento, però, gli investigatori non collegano automaticamente le fiamme all’operazione. Potrebbe trattarsi di una coincidenza temporale, oppure dell’ennesimo tassello di un escalation programmata. È uno dei punti ancora aperti dell’indagine.
Nel fascicolo rientra anche il furto della Fiat Panda poi incendiata, il 28 marzo, nel tunnel dell’autolavaggio di un distributore in via Lanza di Scalea. Gli autori del furto sono stati individuati dai poliziotti del commissariato San Lorenzo.
«Lo Stato c’è»
«La sicurezza si garantisce ogni giorno e non mai è il frutto di eventi casuali o di improvvisazione, ma il risultato di un lavoro complesso, spesso silenzioso, fatto di indagini articolate e di un capillare presidio del territorio», ha dichiarato Piantedosi, ringraziando Polizia, Carabinieri e Direzione distrettuale antimafia. Il ministro sarà lunedì a Palermo per presiedere il Comitato provinciale per l’ordine pubblico. «Sarà anche l’occasione per ringraziare personalmente le donne e gli uomini intervenuti in questa straordinaria operazione e ribadire, ancora una volta, che lo Stato c’è», ha aggiunto.
Sulla stessa linea Carolina Varchi, deputata di Fratelli d’Italia e capogruppo in commissione Giustizia: «L’attività investigativa e la rapidità dell’intervento confermano ancora una volta la presenza dello Stato e la determinazione delle istituzioni nel contrasto ad ogni forma di intimidazione mafiosa ed estorsiva». L’imperativo è «denunciare sempre». Poi afferma: «Solo attraverso la collaborazione con gli investigatori è possibile colpire efficacemente le organizzazioni criminali, assicurare i responsabili alla giustizia e difendere la libertà d’impresa. Chi denuncia non è solo: lo Stato c’è ed è al suo fianco».
Il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani poi ha parlato di «brillante operazione antimafia» e di «azione tempestiva e coordinata dello Stato», confermando la vicinanza a Dragotto, «ancora una volta bersaglio di atti criminali inaccettabili». E conclude: «A lui e a tutti gli imprenditori che operano nel rispetto della legalità va il sostegno delle istituzioni. La Sicilia onesta non si lascia intimidire e continuerà a difendere con fermezza chi investe, crea lavoro e contribuisce alla crescita del nostro territorio».
La prima risposta è arrivata. Resta da capire chi abbia diretto, coperto o orientato i giovani del racket. Ed è su questo livello che ora si concentra il lavoro degli investigatori.