Dal populismo al caos
Macron, debito e patrimoniale: perché un ex consigliere dell’Eliseo vede la Francia sull’orlo del baratro
Il nuovo saggio di Jean Peyrelevade, “Francia: dal populismo al caos” (Edizioni Odile Jacob), è un’implacabile denuncia della situazione della Francia, stretta tra la perdita di competitività e una spesa sociale incontrollata, nonché dell’analfabetismo economico di un’ampia fetta di leader politici, di ogni schieramento.
Laureato al Politecnico, dove ha insegnato economia per molti anni, ex vicecapo di gabinetto di Pierre Mauroy durante il primo mandato di François Mitterrand e in seguito presidente di Suez, Stern Bank e Crédit Lyonnais, Jean Peyrelevade critica aspramente Emmanuel Macron e l’anticapitalismo istintivo di molti leader della sinistra francese.
Il j’accuse di Peyrelevade contro la classe politica attuale
Nominato nel 1981 vicedirettore del gabinetto di Pierre Mauroy e consigliere economico del primo ministro, gestì le nazionalizzazioni, anche se espresse il suo scetticismo riguardo la loro utilità. All’epoca, la sinistra era sotto l’influenza di un’ideologia radicalizzata e anticapitalista. Al congresso socialista di Metz del 1979, i moderati, Pierre Mauroy e Michel Rocard, furono spazzati via. Questo contesto spiega il programma economico completamente sconnesso di François Mitterrand. Consisteva in uno stimolo keynesiano attraverso i consumi proprio nel momento in cui il presidente della Federal Reserve (Fed) statunitense, Paul Volcker, stava alzando i tassi di interesse per combattere l’inflazione globale. Una ricetta perfetta per il disastro. François Mitterrand non aveva la minima idea di economia. Era circondato da opportunisti ed incompetenti, motivo per cui Peyrelevade abbandonò la politica ed iniziò una promettente carriera di banchiere.
L’attuale situazione economica della Francia è ben più grave di quella di quarant’anni fa. Il Paese è alle prese con un profondo e strutturale squilibrio di bilancio, mentre si trova ad affrontare un’immensa sfida climatica.
Peyrelevade sostiene che Emmanuel Macron ha dimostrato di non avere una visione di lungo periodo. Con lui, le parole hanno sostituito i fatti. Parla molto, senza preoccuparsi di elaborare piani chiari e di garantirne l’attuazione. Eppure, ogni leader dovrebbe prima avere una visione a lungo termine e poi definire chiaramente i mezzi per realizzarla. A parte le riforme sulla disoccupazione e sull’apprendistato, Peyrelevade non vede alcun risultato che gli si possa attribuire. Nove anni per elaborare una pessima riforma delle pensioni che non sarà sufficiente per riequilibrare il sistema previdenziale ed andrà rivista.
Le ultime elezioni legislative del 2024 hanno messo in luce l’incapacità dei partiti tradizionali di proporre un autentico piano di ripresa economica e sociale per la Francia. Il centrodestra rimane in silenzio, limitandosi ad affermare: “Non vogliamo il welfare”, spingendo così i poveri verso il Rassemblement National. Quanto alla sinistra, radicale o moderata che sia, ha abbracciato il mito degli ultraricchi, sostenendo che l’eccessiva tassazione di pochi miliardari fornirebbe le risorse necessarie per risolvere tutti i problemi. Questo doppio rifiuto – i poveri da una parte, i ricchissimi dall’altra – esacerba le divisioni nella società francese. L’ostracismo non è una virtù democratica.
Di fronte al deficit e al debito pubblico, che ha raggiunto la cifra record del 117% del PIL, i socialisti si sono lasciati andare a proposte di bilancio stravaganti, il cui cardine è di attuare l’ormai famigerata “tassa Zucman”, dal nome dell’economista Gabriel Zucman. Questa tassa prevede di tassare le 1800 famiglie più ricche di Francia, con un patrimonio superiore a cento milioni di euro, con un’aliquota del 2% sul loro patrimonio. I socialisti prevedono che ciò genererà 15 miliardi di euro di entrate aggiuntive per l’erario. Il problema, secondo Pyrelevade, è che questa storia di denaro magico è completamente infondata.
La tassa Zucman tratta i ricchi come nobili da ghigliottinare
La Francia avrebbe bisogno di aumentare gli investimenti nell’apparato produttivo, non ridurli. Eppure, la tassa Zucman, se venisse attuata, avrebbe l’effetto esattamente opposto. Un anticapitalismo trionfante genera miseria e fuga di capitali. Per questo bisogna respingere il programma economico dell’intera sinistra, così come è attualmente concepito, che tratta i ricchi come venivano trattati i nobili ai tempi della Rivoluzione francese.
Thomas Piketty e Gabriel Zucman rifiutano, almeno per i super ricchi (i miliardari, per dirla in parole semplici), la distinzione tra reddito e patrimonio, sostenendo che entrambi (il patrimonio è il loro termine comune) dovrebbero essere tassati allo stesso modo. Tuttavia, reddito e patrimonio sono componenti molto diverse della stessa economia e, per chiarire il dibattito, bisogna tornare alle fonti storiche e alla Rivoluzione francese del 1789, che permise alla parte più borghese del Terzo Stato di riappropriarsi, non senza violenza, di gran parte dei terreni agricoli che erano stati nelle mani della Chiesa e della nobiltà. Possiamo allora comprendere l’origine dell’articolo 17 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino: “Essendo la proprietà un diritto inviolabile e sacro, nessuno può esserne privato”.
Da allora, la giurisprudenza del Consiglio costituzionale, spesso lunga e complessa ma inequivocabile, ha ripetutamente affermato, in particolare nella sentenza del dicembre 2012 contro l’imposta del 75% voluta da François Hollande sui redditi superiori a 1 milione di euro, che l’uguaglianza davanti alla legge e il rispetto della proprietà sono valori fondamentali. Una tassazione confiscatoria, che costringa i contribuenti a vendere parte dei propri beni per pagarla, costituirebbe una violazione del diritto di proprietà. A tutti i livelli della società, le risorse dei contribuenti in termini di reddito liquido devono consentire loro di pagare le tasse senza costringerli a rinunciare a parte del proprio patrimonio.
Quando Meloni rispose seccamente a Macron
Peyrelevade denuncia, inoltre, una contraddizione lampante: la Francia non ama i suoi cittadini benestanti, ma adora gli stranieri facoltosi, che fa di tutto per attirare come dimostra l’espansione del Qatar Investment Authority e della sua divisione sportiva Qatar Sports Investments, proprietaria del Paris-Saint Germain. Chi tra i politici, e soprattutto tra gli elettori, sembra rendersene conto? Vogliono colpire i contribuenti francesi benestanti, concedendo al contempo agevolazioni fiscali agli stranieri facoltosi! Il risultato di queste politiche vessatorie è il rischio di un esodo fiscale di massa verso i partner più stretti della Francia. Lo scorso anno l’allora primo ministro François Bayrou attaccò l’Italia accusandola di perseguire una politica di “dumping fiscale”.
Le affermazioni non sono furono accolte bene a Roma, dove i commenti di Bayrou provocarono una forte reazione da parte di Giorgia Meloni. In un messaggio, la Presidente del Consiglio italiano, denunciò le “dichiarazioni completamente infondate” e definì “sorprendente” che Parigi accusasse l’Italia di dumping fiscale. “L’economia italiana è attraente e performante grazie alla stabilità e alla credibilità del nostro Paese”, affermò, prima di precisare: “L’Italia non attua politiche fiscali ingiustificate per attrarre aziende europee”.
In Francia, come accade in tutta l’Europa settentrionale, le imprese dovrebbero essere strutture di bene comune. L’interesse generale risiede nella massimizzazione della loro prosperità, poiché sono loro, e nessun altro, a produrre ricchezza e lavoro. Dipendenti e datori di lavoro dovrebbero condividere l’obiettivo comune di garantire che le imprese creino un valore significativo. Ne conseguirebbe poi un dibattito legittimo su come tale valore debba essere condiviso. Siamo ben lontani da questo. Il conflitto tra capitale e lavoro domina la vita economica francese, veicolato, sostenuto e amplificato da tutti i partiti di sinistra e dai sindacati.
La tassa Zucman, oltre ad essere incostituzionale, porterebbe a un ulteriore deterioramento della capacità produttiva, indebolendo così il potere d’acquisto e aumentando la disoccupazione. Vale la pena di ricordare la decisione del Consiglio Costituzionale: includere nel reddito imponibile del contribuente somme “che non corrispondono a profitti o redditi che il contribuente ha conseguito” è contrario alla Costituzione.
La critica al modello di comunicazione della presidenza Macron
I sindacati, il Partito Socialista e l’estrema sinistra sono diventati completamente irresponsabili e concordano sulle soluzioni più stravaganti: rifiutarsi di innalzare l’età pensionistica per riequilibrare un sistema che grava pesantemente sulle finanze pubbliche; appoggiare esplicitamente la tassa Zucman, che ridurrebbe la capacità produttiva; tassare le grandi aziende, col rischio di accelerarne le delocalizzazioni.
Anziché penalizzare le imprese, Peyrelevade sostiene che in Francia bisognerebbe lavorare di più. I lavoratori a tempo pieno in Francia lavorano 1.664 ore all’anno (dati del 2024), ovvero più di 100 ore (tre settimane) al di sotto della media europea. Questa media oraria è la terza più bassa in Europa, dopo Paesi Bassi e Finlandia.
Tutti i sondaggi tra i dipendenti mostrano che la maggioranza preferisce gli accordi aziendali a quelli di settore. Ciò suggerisce che sarebbero più favorevoli a una forte decentralizzazione del dialogo sociale e alla sua depoliticizzazione.
Le radici storiche dell’ideologia anticapitalista in Francia
La scarsa competitività del sistema produttivo francese, che si riflette in particolare in un deficit pressoché permanente della bilancia commerciale, limita la capacità produttiva.
La sinistra francese ha perso sia la coerenza che l’unità. Frammentata in fazioni rivali e ancora dominata dal radicalismo, nella sua forma attuale non ha alcuna possibilità di conquistare il potere. La destra è sempre più concentrata su questioni identitarie e sull’immigrazione. Entrambe le parti, destra e sinistra, stanno cedendo agli estremismi. Questa situazione è grave per il Paese. La democrazia è indebolita, la società frammentata, l’economia in declino e le finanze pubbliche in forte deficit. E sia il mondo politico che il movimento sindacale continuano a dimostrare la loro incapacità di affrontare queste sfide.
Un debito catastrofico
Ma tutte le sfide che vanno affrontate sono a lungo termine. Si possono, come Emmanuel Macron, pronunciare molti bei discorsi ma sappiamo che non basteranno due o tre anni per attuare la rivoluzione climatica, rilanciare davvero l’industrializzazione del Paese, aumentarne la competitività, migliorare il sistema educativo, affrontare l’insufficiente qualificazione della forza lavoro, o riformare il funzionamento degli ospedali e degli specialisti sanitari. A tutte queste problematiche, bisogna ovviamente aggiungere la catastrofica situazione delle finanze pubbliche, che è, naturalmente, un problema immediato. Nessun presidente, nel breve termine, riuscirà ad avviare le riforme necessarie, che richiederanno sforzi significativi da parte di ampi segmenti della popolazione, senza produrre risultati concreti e visibili nei due o tre anni successivi. Alimentare il malcontento in alcuni senza la soddisfazione di poter controbilanciare quest’ondata di ostilità in altri è il modo più sicuro per perdere le successive elezioni presidenziali.
Il rischio di una crisi finanziaria e climatica senza precedenti
L’economia dovrebbe essere una preoccupazione centrale per qualsiasi democrazia. Ma come possiamo discutere di temi quali la creazione di ricchezza, il potere d’acquisto, i livelli salariali, l’equità fiscale, l’orario di lavoro, l’età pensionabile, la reindustrializzazione del Paese, la lotta contro il cambiamento climatico e la salvaguardia delle finanze pubbliche se i leader politici sono incapaci di elaborare un piano complessivo coerente e di spiegarlo a un elettorato sempre più disilluso da una serie di promesse irrealizzabili? L’economia, come disciplina, non è una scienza esatta. Per una ragione piuttosto semplice: il sistema in cui viviamo, lungi dall’essere statico, è in costante mutamento in risposta a eventi che possono essere esterni (geopolitici, demografici) o interni (innovazione, progresso tecnologico, commercio internazionale). Questi movimenti si applicano costantemente a una struttura molto complessa a causa del numero e dell’importanza dei diversi attori (famiglie, imprese, Stato, partner stranieri) e del fatto che qualsiasi cambiamento nel comportamento di uno qualsiasi di questi attori innesca reazioni a catena che coinvolgono tutti i partecipanti.
Traiamo una conclusione forte da quanto detto sin qui: Robespierre è ancora qui. Lo Stato francese è uno Stato giacobino!