Destino e impresa
L’ingegno come destino: chi è davvero l’imprenditore europeo
Una domanda ancora senza risposta
C’è una domanda alla quale l’Europa non ha ancora risposto. Da anni discutiamo di competitività, transizione energetica, sovranità economica, politica industriale. Produciamo direttive, regolamenti, strategie e piani d’azione. Eppure continuiamo a trascurare la questione decisiva: chi è davvero l’imprenditore europeo?
Non è una domanda teorica. Perché il modo in cui definiamo l’imprenditore determina il modo in cui costruiamo l’economia. Se lo consideriamo soltanto un soggetto da regolare, produrremo nuove regole. Se lo consideriamo una fonte di gettito, produrremo nuove tasse. Se lo consideriamo un problema, produrremo nuovi vincoli. Ma l’imprenditore europeo è qualcosa di diverso. È il figlio di una civiltà che ha costruito la propria prosperità attraverso l’ingegno prima ancora che attraverso l’abbondanza delle risorse. È l’erede di generazioni che hanno imparato a competere sulla qualità, sull’innovazione, sulla capacità di trasformare i limiti in opportunità. Per questo l’Europa non può pensare di rilanciare la propria economia senza prima riconoscere il valore di chi quella ricchezza la crea.
La forza delle differenze
Il primo errore è stato credere che l’Europa potesse diventare forte diventando uniforme. Ma l’Europa non è uniforme. Non lo è mai stata. La Romania non è la Svezia. La Polonia non è la Spagna. L’Italia non è l’Irlanda. Ogni nazione porta con sé una storia, una cultura economica, una tradizione giuridica, un diverso modo di intendere il lavoro, il rischio, la famiglia, l’impresa. Questa non è una debolezza. È la nostra ricchezza. La sovranità europea non può essere costruita contro le sovranità nazionali. Deve essere costruita attraverso le sovranità nazionali. Non ne è la negazione: ne è la somma.
Un’Europa forte non è un’Europa in cui ci assomigliamo tutti. È un’Europa in cui ogni popolo può esprimere il meglio della propria identità, delle proprie competenze e della propria vocazione produttiva.
Il principio di sussidiarietà
Da qui discende una conseguenza concreta: non tutto può essere deciso da lontano. Non ogni problema può essere risolto con una direttiva. Non ogni differenza deve essere corretta da un regolamento. Il principio di sussidiarietà non è un dettaglio tecnico. È la condizione per far funzionare l’Europa reale.
Perché una piccola impresa italiana, un produttore polacco, un artigiano romeno, una startup svedese non vivono dentro un modello astratto. Vivono dentro territori, comunità, mercati, tradizioni produttive. E spesso conoscono meglio di chiunque altro ciò di cui hanno bisogno per crescere.
Il peso della regolazione
Negli ultimi anni, invece, la risposta europea alle grandi sfide è stata troppo spesso la stessa: più regolazione. Troppe direttive. Troppi adempimenti. Troppi vincoli. Troppa incertezza normativa. Ma la vera crescita non nasce dalle procedure. Il lavoro non lo crea la burocrazia. L’innovazione non si produce per decreto.
Le piccole e medie imprese, che rappresentano l’ossatura produttiva di gran parte del nostro continente, non hanno eserciti di consulenti e lobbisti. Hanno idee, coraggio, competenze e capitali spesso limitati. Ogni nuovo vincolo burocratico, per loro, non è una formalità: è un costo reale.
Sovranità economica
A questa pressione interna si aggiunge una contraddizione esterna sempre più evidente. L’Europa impone standard elevatissimi ai propri produttori, ma continua troppo spesso ad aprire il proprio mercato a concorrenti che quegli stessi standard non li rispettano. Il risultato è una competizione squilibrata, che penalizza proprio chi crea ricchezza, lavoro e innovazione nel nostro continente. È qui che entra in gioco la sovranità economica.
Sovranità non significa protezionismo. Il protezionismo chiude i mercati. La sovranità economica ne bilancia le regole. Significa sapere che la libertà d’impresa ha bisogno di mercati aperti, ma anche di condizioni eque. Significa capire che in un mondo in cui tutte le grandi potenze difendono ciò che considerano strategico, l’Europa non può essere l’unico attore globale che rinuncia a proteggere i propri interessi.
La pandemia ha mostrato la fragilità delle catene di approvvigionamento. La guerra in Ucraina ha reso evidente il prezzo della dipendenza energetica. La competizione tra Stati Uniti e Cina dimostra ogni giorno che la forza economica è ormai inseparabile dalla forza strategica.
Un’Europa protagonista
In questo scenario l’Europa deve tornare protagonista. Non contro gli Stati Uniti, ma insieme agli Stati Uniti, con cui condividiamo storia, valori e una concezione dell’economia fondata sulla libertà d’impresa.
I nuovi corridoi commerciali che stanno emergendo, a partire dall’India-Middle East-Europe Corridor, indicano una direzione possibile. Così come il rafforzamento del rapporto con l’India, partner democratico naturale in una fase di profonda trasformazione degli equilibri globali. Esiste una visione conservatrice dell’economia europea.
Una visione che mette al centro libertà d’impresa, sussidiarietà, merito, responsabilità personale e forza delle comunità nazionali. Un approccio che non considera l’imprenditore un problema da amministrare, ma una risorsa da liberare. L’imprenditore europeo non chiede privilegi. Chiede libertà, regole eque e una politica che non trasformi ogni energia produttiva in un problema da gestire.
La sfida è questa: liberare l’ingegno europeo prima che siano altri a scrivere il futuro al posto nostro.
*Antonio Giordano, deputato di Fratelli d’Italia e segretario generale di Ecr party