Il commento
Il caso Silvestri Vannacci
Avs, 5 Stelle e Vannacci: la linea rossa che li unisce
Mercoledì alla Camera, Francesco Silvestri, capogruppo M5S in commissione Esteri, ha detto che Giorgia Meloni non ha «rialzato la schiena» ma ha «indossato delle ginocchiere per stare più comoda». La difesa del Movimento — e non solo — è che si trattava di una metafora politica sulla subalternità del governo verso Trump e Netanyahu. Ma quando si dice che una donna, per fare carriera, si è dovuta inginocchiare davanti agli uomini, il significato lo sa chiunque abbia orecchie per intendere. Lo sapeva anche l’aula, che ha reagito di conseguenza. Magari Silvestri non voleva arrivare lì: forse arrivare a quel livello di offesa è andato oltre i suoi piani, ma quando si usa il linguaggio come un’ascia, questo succede.
La stessa metafora, del resto, non è nuova. Qualche mese fa Maurizio Landini, segretario della Cgil, aveva usato il termine “cortigiana” riferito alla premier. Anche lì il significato era trasparente. Due episodi, due ambienti diversi — il populismo parlamentare e il sindacalismo di sinistra — accomunati dallo stesso registro. L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Il Movimento di Grillo è fondato sul v*****o. Da lì viene tutto il resto.
La storia
Dispiace dover ritirare fuori queste brutte cose, ma ricordare è necessario. Dal mondo M5S, nel tempo, sono uscite frasi come «Voi donne del Pd siete qui perché siete brave solo a fare i p*******». Alla presidente della Camera Laura Boldrini viene risposto: «anche se noi del blog di Grillo fossimo tutti potenziali stupratori, tu non corri nessun rischio». A una loro eletta si dice che la televisione è «per lei il punto G». Rita Levi Montalcini viene definita «vecchia p******».
Allo stesso processo di radicalizzazione del linguaggio partecipano anche i verdi-sinistri di Avs, che ormai da anni riferiscono il termine “genocidio” alle politiche del governo italiano sulla Palestina. Una parola che ha un significato preciso, storicamente e giuridicamente, usata in modo abnorme nel dibattito quotidiano. Stesso meccanismo: linguaggio estremo normalizzato.
La copertura
Tutto questo non ha prodotto né autocritica né discontinuità. Ha prodotto Silvestri, applaudito dai banchi del suo gruppo mercoledì. E ha prodotto Riccardo Ricciardi, il capogruppo alla Camera, che ha reiterato l’espressione «ginocchiere» nel tentativo di difenderlo — tanto da meritarsi una presa di distanze persino dalla dem Lia Quartapelle: «Scurrile». Persino Carlo Calenda si è detto «indignato». Quando l’opposizione condanna l’opposizione, qualcosa si è rotto davvero. Conte ha glissato — «Non so di cosa si stia parlando» — poi ha corretto: era «una critica politica». Prima si pronuncia l’insulto, poi si nega di aver insultato. Non è una retromarcia: è il metodo.
La caserma non è quella che Vannacci racconta
Ed è qui che entra Roberto Vannacci. Il generale commenta l’episodio con queste parole: «Sono una persona di mondo, ho vissuto in caserma, ci sono molte sfumature nelle parole. Non l’avrei recepita come una possibile offesa sessista. E la stessa cosa avrei fatto con cortigiana». Vale la pena ricordare che le caserme di oggi non sono quelle di ieri: sono luoghi misti, dove uomini e donne servono fianco a fianco. Chi ha servito e serve l’Italia in uniforme sa che la caserma non è — e non è mai stata — un luogo dove il rispetto per le donne era facoltativo. Chi la usa come alibi per il sessismo offende prima di tutto loro. Quando Vannacci evoca la vecchia caserma come metro di misura, sta parlando di un mondo che non esiste più — un mondo di soli maschi, con le sue regole, i suoi codici, le sue tolleranze. È come rivendicare come fattibili o tollerabili certe cose che si usavano fare alle donne in tempi e contesti per fortuna superati — forse, purtroppo, non del tutto. Rivendicarlo come modello per il linguaggio pubblico non è nostalgia: è un problema. Vannacci non condanna: assolve.
Non è solo una questione di buone maniere. È una questione di collocazione. Poche ore prima, aprendo la sua assemblea costituente, Vannacci aveva salutato i presenti con «Noi rappresentiamo lo scarto e la feccia e siamo orgogliosi di esserlo». Caserma, reparto d’assalto, sporca dozzina: un immaginario che ha le sue radici — e che in politica si chiama sinistra antagonista, non destra di governo. Chi normalizza il linguaggio di Silvestri e Landini, e lo fa rivendicando la caserma come modello espressivo, non sta difendendo la destra. Sta facendo altro.
La risposta
Giorgia Meloni ha risposto con la misura che la situazione richiedeva: «Quello che voi non riuscite ad accettare è che c’è una persona che, senza mai indossare delle ginocchiere, è arrivata dove è arrivata. Senza aiuti, senza favoritismi e senza scorciatoie». Ha trasformato l’insulto in una testimonianza. Ha fatto bene. Ha fatto finta di non accorgersi che quel linguaggio non era solo triviale, ma sessista. Chapeau: un’altra lezione di eleganza da parte di una signora di destra. Ma non dovrebbe essere necessario farlo ogni volta. E non dovrebbe essere necessario farlo in Parlamento. Perché il punto non è solo l’offesa a Giorgia Meloni. È l’idea che una donna di destra, quando arriva al potere, debba essere delegittimata non per ciò che fa, ma per ciò che è.
*Antonio Giordano deputato Fratelli d’Italia