Botta e risposta
Nuovi raid Usa sull’Iran: Teheran risponde con attacchi a obiettivi americani nel Golfo
Teheran minaccia: «Gli Stati Uniti hanno deciso di mettere alla prova la nostra determinazione. Se volete essere al sicuro, lasciate la nostra regione»
Esteri - di Alice Carrazza - 10 Giugno 2026 alle 09:37
Nel Golfo è di nuovo allarme. Teheran ha risposto ai raid americani lanciando missili e droni contro basi che ospitano truppe Usa tra Bahrein, Kuwait e Giordania. La rappresaglia era annunciata, ma il rischio resta altissimo: l’attacco iraniano arriva poche ore dopo l’operazione ordinata da Donald Trump contro radar, centri di controllo e sistemi di difesa aerea lungo lo Stretto di Hormuz. A far precipitare la crisi, l’abbattimento di un elicottero Apache americano, un mezzo da oltre 50 milioni di dollari. «Non è stato un grosso problema», ha tagliato corto il presidente americano.
La notte riapre il fronte
Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione (IRGC) ha rivendicato attacchi contro 21 obiettivi collegati alla presenza statunitense nella regione. Tra questi, la base aerea di Al-Azraq, la base di Ali Al Salem e installazioni legate alla Quinta Flotta in Baherein. Le autorità di Kuwait City e Manama hanno riferito di aver intercettato proiettili e droni iraniani. Anche Amman ha annunciato l’abbattimento di missili. Non risultano, al momento, danni significativi a personale o infrastrutture Usa.
La risposta di Trump
L’operazione americana era stata presentata dal Centcom come una serie di «raid di autodifesa». Caccia dell’Aeronautica e della Marina hanno colpito i pasdaran nei pressi dello Stretto di Hormuz, il passaggio da cui transita una quota decisiva del commercio energetico mondiale.
The Donald ha rivendicato la scelta dopo il briefing con i vertici militari. «Questa è una risposta a ciò che hanno fatto al nostro elicottero la scorsa notte. Credo che la risposta dovesse essere molto forte, molto potente, ed è esattamente ciò che è stata», ha dichiarato ad ABC News. Poche ore prima, su Truth Social, il tycoon aveva spiegato che l’Apache stava pattugliando lo Stretto di Hormuz quando è stato abbattuto. «A bordo c’erano due piloti, entrambi sono salvi e non hanno riportato ferite. Tuttavia gli Stati Uniti devono necessariamente rispondere a questo attacco».
I due militari sono stati recuperati dopo circa due ore in mare grazie all’intervento di un drone navale statunitense Corsair, poi evacuati in elicottero. È la prima volta che le forze americane confermano pubblicamente l’impiego di questo tipo di mezzo in una missione di salvataggio.
Il nodo Apache
Resta incerta la dinamica dell’incidente. A detta di alcuni funzionari americani, un drone iraniano avrebbe colpito o urtato l’elicottero. Non è ancora chiaro se l’impatto sia stato deliberato. L’agenzia semiufficiale Mehr ha riferito che Teheran non ha rivendicato l’abbattimento del velivolo.
La distinzione non è secondaria. Se si trattasse di un attacco intenzionale, la risposta americana assumerebbe il profilo di una rappresaglia diretta. Se invece fosse stata una collisione, il margine diplomatico resterebbe più ampio. Ma nella pratica, dopo i raid e la contro-risposta iraniana, il terreno si è già spostato: non siamo più solo nella gestione di un incidente, ma in una prova di deterrenza tra due apparati militari schierati a distanza ravvicinata.
Teheran avverte Washington
Dopo l’offensiva statunitense, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha alzato il tono. «Nonostante le sconfitte subite sul campo di battaglia, gli Stati Uniti hanno deciso di mettere alla prova la nostra determinazione», ha scritto su X. Poi l’avvertimento: «Se volete essere al sicuro, lasciate la nostra regione».
Il messaggio è rivolto a Washington, ma anche alle monarchie del Golfo. Il regime degli ayatollah ha richiamato i Paesi vicini alla loro «responsabilità legale e morale» nel non consentire l’uso di basi, porti o infrastrutture per operazioni americane e israeliane contro l’Iran. È la solita leva strategica della Repubblica islamica: allargare il costo della presenza Usa, trasformando ogni installazione americana in un possibile bersaglio politico e militare.
Poco prima delle parole di Trump sull’Apache, anche il presidente del Parlamento iraniano, nonché protagonista delle trattative con gli Usa, Mohammad Bagher Ghalibaf aveva scelto la linea dura: «Preferiamo il linguaggio della diplomazia, ma ne parliamo altri molto più fluentemente. Se romperete i vostri impegni, torneremo a usare quello che sappiamo fare meglio. Si cavalca il cavallo che si è sellato».
Hormuz, petrolio e deterrenza
Lo Stretto di Hormuz resta il centro della partita. Non è solo un corridoio marittimo: è il punto in cui sicurezza energetica, pressione militare e negoziato nucleare si sovrappongono. Gli Stati Uniti lo presidiano per impedire a Teheran di trasformare il traffico commerciale in uno strumento di ricatto. L’Iran, al contrario, sa che proprio lì può colpire senza necessariamente aprire una guerra totale.
Gli Apache americani, armati con missili Hellfire, sono stati impiegati per pattugliare l’area e contrastare le imbarcazioni veloci usate dai pasdaran per minacciare le rotte. I raid contro radar e centri di controllo indicano che Washington ha voluto ridurre la capacità iraniana di sorvegliare e coordinare operazioni lungo la costa.