Nuovo rinnovo
Giovani, più soldi in busta paga e sgravi per chi assume: il piano del governo, altro che modello Sanchez…
La sinistra guarda a Madrid e scambia il miraggio Sánchez per una ricetta; il governo sceglie invece la via più difficile: dare fiducia ai giovani, rinnovo dei contratti e lavoro vero al posto delle favole importate
Politica - di Alice Carrazza - 8 Giugno 2026 alle 16:51
C’è una buona notizia per i giovani italiani: non serve inseguire la Spagna che la sinistra vende come Paese dei balocchi, tutto “fiesta” e miracolo progressista. Guardando oltre la propaganda, nel pacchetto Sánchez sono inclusi anche “no dinero y mucha corrupción”. In Italia, il governo di centrodestra fa altro: meno favole, più buste paga; meno propaganda, più lavoro. Il nuovo rinnovo per ministeri, agenzie fiscali ed enti previdenziali va letto così: un altro aumento per gli statali, il terzo in poco più di tre anni. E questa volta potrebbe firmare anche la Cgil di Landini. Non un dettaglio.
Al lavoro per i giovani
Paolo Zangrillo, ministro per la Pubblica amministrazione, non nasconde la soddisfazione. La firma, spiega, effettivamente potrebbe arrivare oggi. «E il fronte sindacale si possa ricompattare lo giudico un risultato assolutamente positivo». Tradotto: quando i numeri iniziano a pesare più delle bandierine ideologiche, anche chi aveva detto no può essere costretto a tornare al tavolo. Il punto è proprio sui numeri. Zangrillo ricorda che nel contratto precedente «l’aumento del valore tabellare delle retribuzioni è stato del 6%», ma che considerando le altre voci, dalle indennità specifiche ai premi di produzione, «l’aumento reale delle buste paga è stato del 13%». Non una mancia, non una pacca sulla spalla, non la solita liturgia del “faremo”. Un intervento che, nelle parole del titolare del dicastero, «ha permesso di recuperare il potere di acquisto eroso dall’inflazione».
È qui che le nuove generazioni dovrebbero esultare. Perché il tema non è solo quanto prende oggi un dipendente pubblico, ma quale idea di lavoro propone un governo. Zangrillo lo dice chiaramente: «Penso che una delle grandi sfide che deve affrontare il nostro Paese è di tipo culturale. Dobbiamo lavorare per dare più fiducia ai nostri giovani». Fiducia, appunto. Parola abusata a sinistra. Ma qui il ministro la riempie di contenuto: «Normalmente in Italia a un giovane vengono assegnate delle responsabilità dopo una lunga permanenza in azienda o nelle organizzazioni. Lo vedo nella pubblica amministrazione. Se non hai la laurea, due o tre master, non hai partecipato a tre o quattro concorsi, sei ancora figlio di un dio minore». È una fotografia impietosa, e proprio per questo utile. L’Italietta dei governi dem per decenni ha chiesto ai giovani di essere già vecchi prima ancora di poter dimostrare qualcosa.
“Serve dare fiducia”
Zangrillo rovescia l’impostazione: «Io invece penso che dobbiamo assumere i nostri giovani non per dare loro degli ordini, ma per farci dire da loro dove dobbiamo andare». È forse la frase più importante dell’intervista rilasciata al Messaggero. Non perché suoni bene, ma perché rompe una solita abitudine nazionale: considerare i giovani manodopera da istruire, non energia capace di innovare. Così, arriva il parallelo con il calcio: «La nostra nazionale che ha privilegiato i giocatori più senior ha perso, la volta che abbiamo fatto giocare i giovani abbiamo vinto. Serve dare fiducia». Qualcuno storcerà il naso, perché in Italia c’è sempre un esperto pronto a spiegare che le metafore popolari non sono abbastanza raffinate. Però il concetto resta: se i giovani li tieni in panchina, poi non puoi lamentarti se non imparano a vincere.
Più soldi in busta paga e meno tasse
Il tema salariale, naturalmente, resta centrale. Anche perché su questo terreno il partito democratico prova da anni a costruire una narrazione comoda: il centrodestra sarebbe distratto, mentre la sinistra sarebbe la sola a difendere il lavoro. Peccato che la realtà sia un’altra. Il governo sta rinnovando i contratti pubblici nel periodo di vigenza, non anni dopo, come troppe volte è accaduto in passato. «È mia intenzione — spiega Zangrillo — mantenere l’impegno a rinnovare gli accordi». Non solo funzioni centrali. Il ministro punta a chiudere anche Sanità ed Enti locali «prima della fine dell’estate». E nel frattempo mette sul tavolo ciò che preoccupa la GenZ: «Sui salari servono politiche che siano intese a defiscalizzare le retribuzioni nei primi anni di lavoro dei giovani. Questo va a vantaggio sia dei giovani, che hanno una busta paga più pesante, sia delle imprese che hanno un costo del lavoro più leggero».
Altro che modello spagnolo
Dunque, meno tasse sul lavoro giovane, più netto in busta paga, minore costo per chi assume. Niente bonus, controbonus e bonus del bonus. Ma una scelta: premiare l’ingresso nel lavoro stabile, rendere più conveniente assumere, lasciare più soldi a chi comincia. Ed è proprio su questo che il confronto con la Spagna di Sánchez diventa inevitabile. Perché mentre in Italia una certa sinistra racconta Madrid come se fosse il laboratorio perfetto del futuro, i giovani spagnoli continuano a fare i conti con un mercato del lavoro molto meno scintillante.
Il meccanismo dei “fijos discontinuos” ne mostra i limiti: contratti formalmente permanenti, spesso stagionali, in cui il lavoratore resta legato all’azienda ma lavora, e viene pagato, solo quando serve. Non proprio il sogno europeo da vendere ai ventenni italiani. Anche perché il “fisso discontinuo” può risultare occupato pure quando non lavora: così una parte della disoccupazione non sparisce davvero, cambia solo colonna statistica. Ecco perché la cartolina spagnola va maneggiata con cura. Ogni rosa, specialmente quella socialista, ha le sue spine. E in Spagna pungono soprattutto i giovani.
Nascondersi dietro Sanchéz non basta
Nonostante ciò Elly Schlein continua a trovare in Sánchez un comodo rifugio. Quando deve spiegare la propria idea di lavoro, indica Madrid. Quando deve rispondere sul merito, indica Madrid. Quando deve parlare alla fascia giovanile, indica Madrid. Una specie di navigatore politico impostato sempre sulla stessa destinazione. Peccato che, arrivati lì, molti ragazzi trovino ancora disoccupazione alta, impieghi intermittenti, stipendi non sempre adeguati e proteste sociali.
Il centrodestra, con tutti i limiti e le difficoltà di una fase geopolitica complicata, sta scegliendo un’altra strada: contratti rinnovati, aumenti reali, attenzione alle buste paga, valorizzazione del merito, responsabilità ai giovani, defiscalizzazione. Non è la rivoluzione annunciata con i tamburi. È qualcosa di più utile: una politica che prova a incidere dove la vita quotidiana si misura davvero, cioè nello stipendio, nella possibilità di crescere, nella fiducia ricevuta quando si entra in un ufficio, in un’impresa, in un’amministrazione.