Tendenze woke
Figli trans o “no gender” di genitori vip, da Megane Fox e Jennifer Lopez: la “moda” arcobaleno di Hollywood
Da Megan Fox a Jennifer Lopez, da Charlize Theron a Naomi Watts: sempre più figli d'arte cambiano sesso. La psicologa transgender Erica Anderson avverte: «Credete ai vostri figli, ma magari non puntate tutto su quello»
Politica - di Alice Carrazza - 8 Giugno 2026 alle 14:43
Un tempo Hollywood esibiva divorzi, rehab e cause milionarie. Oggi, più spesso, mette in scena la propria pedagogia. Accade anche nel mese del Pride, quando l’industria dello spettacolo si presenta come avanguardia morale dell’Occidente e trasforma ogni storia privata in una dichiarazione pubblica. L’ultimo capitolo riguarda i figli delle celebrità che si identificano come trans, non binari o lontani dal sesso assegnato alla nascita. Tema delicato, da non liquidare con sarcasmo né ostilità: la dignità delle persone trans non è in discussione. Ma la domanda resta. Perché proprio nella Hollywood più ricca, woke e di sinistra il fenomeno appare così frequente, così esibito e così precoce? Maggiore libertà? Moda culturale? Effetto bolla? O semplice coincidenza illuminata dai riflettori?
Avere un figlio trans sembra la regola
I nomi sono noti. Charlize Theron, Cynthia Nixon, Jamie Lee Curtis, Dwyane Wade, Naomi Watts, Liev Schreiber, Annette Bening, Warren Beatty, Jennifer Lopez, Ben Affleck, Robert De Niro, Mel B. Storie diverse, età diverse, percorsi diversi. Alcuni figli sono adulti, altri adolescenti, altri hanno iniziato molto presto a sperimentare abiti, nomi o identità lontane dalle convenzioni maschili e femminili. C’è Emme, che oggi si presenta come Oskar. C’è Zaya Wade, diventata uno dei volti più noti dell’attivismo transgender. Ci sono Ruby Guest, Samuel Nixon e Kai Schreiber. Quest’ultimo è figlio degli attori Naomi Watts e Liev Schreiber; molto attivi nelle campagne dell’American Civil Liberties Union (ACLU) a sostegno dei diritti delle persone transgender. C’è infine Shiloh Jolie-Pitt, che da bambina preferiva abiti maschili, capelli corti e, secondo quanto raccontò Angelina Jolie, voleva essere chiamata John. Poi, crescendo, ha cambiato look: un caso che da solo basterebbe a suggerire prudenza.
Visualizza questo post su Instagram
In sé, nessuna di queste storie autorizza giudizi sommari. Ma il quadro complessivo racconta una tendenza: il cambio di genere, nel mondo hollywoodiano, non resta quasi mai soltanto un fatto privato. Diventa postura culturale.
Visualizza questo post su Instagram
Il caso Megan Fox
Il caso Megan Fox è quello che più eclatante. L’attrice ha tre figli maschi che, in diverse occasioni, sono stati fotografati con capelli lunghi e rosa, abiti femminili o magliette dedicate alle “ragazze forti”. Fox ha raccontato a Glamour Uk che, quando il maggiore iniziò a indossare vestitini a due anni, comprò «un sacco di libri che… affrontavano l’intero spettro». Alcuni, spiegò, erano scritti da bambini transgender; altri sostenevano semplicemente che «puoi essere un bambino maschio e indossare una gonna».
Visualizza questo post su Instagram
Non fa notizia un bambino che preferisce giocare con le Barbie anziché con Spider-Man. La questione si pone quando gli adulti costruiscono attorno a quel gesto una cornice ideologica.
Visualizza questo post su Instagram
Il dubbio proibito
La psicologa clinica Erica Anderson, donna transgender ed esperta di identità di genere nei giovani, ha introdotto un elemento che nel dibattito progressista spesso manca: il dubbio. «Non credo che i figli dei miliardari siano necessariamente più inclini a essere trans», ha detto al New York Post. Ha però osservato che molti nello spettacolo sono «creativi», «liberi pensatori», immersi in un ambiente «estremamente progressista». In quel contesto, ha aggiunto, alcuni genitori «non si sentono liberi di mettere in discussione un’identità dichiarata da uno dei loro figli». È qui che la cronaca diventa politica. La sinistra radical chic predica complessità, ma su questo terreno sembra preferire risposte immediate. L’ascolto diventa adesione. La prudenza diventa sospetto. Un capriccio di un bambino, perché di bambini si parla, diventa desiderio avverato per compiacere la cerchia.
Anderson lo dice e avverte: «Sì, certo, credete ai vostri figli. Ma, insomma, magari non puntate tutto su quello». Soprattutto quando si arriva a percorsi medici, perché, ha avvertito, con le terapie ormonali «da lì non si torna indietro».
Oltre la foto arcobaleno
Il punto non è negare ascolto ai propri figli. È ricordare che l’infanzia non può essere amministrata come un profilo Instagram. Un genitore può ancora dialogare, accompagnare e far ragionare senza delegare alla moda culturale del momento il compito di decidere.
Si sa, Hollywood è bravissima a costruire narrazioni. È capace di rendere elegante perfino la contraddizione. Ma quando entrano in gioco i minori, la posa non basta più. Nel mese del Pride, tra slogan inclusivi e applausi da red carpet, resta una domanda poco mondana e molto concreta: chi protegge davvero i bambini, quando anche la loro fragilità diventa spettacolo?
Visualizza questo post su Instagram