Sovranità
Energia, realismo e interessa nazionale: il governo ha riaperto una strada. Ed è solo l’inizio
Senza industria, senza energia competitiva e senza crescita economica, anche i conti pubblici finiscono inevitabilmente per peggiorare. Ed è questo il punto che oggi l’Europa sembra ancora faticare a comprendere
Per troppi anni l’Europa ha affrontato il tema energetico come una questione quasi esclusivamente ideologica, subordinando competitività industriale e sicurezza strategica a una visione spesso astratta della transizione ecologica. La crisi energetica esplosa dopo il conflitto russo-ucraino ha però riportato brutalmente tutti alla realtà, confermata dalla crisi di Hormuz: senza energia abbondante, stabile e sostenibile nei costi, non esiste crescita economica, non esiste politica industriale e, alla lunga, non esiste nemmeno coesione sociale.
In questo quadro il Governo italiano ha avuto il merito di riportare il principio di realismo al centro del dibattito. Non è un caso che l’esecutivo abbia lavorato fin dall’inizio su tre direttrici precise: diversificazione delle forniture, rilancio della cooperazione energetica mediterranea e riapertura del dossier nucleare. Una strategia che richiama inevitabilmente la lezione del Piano Mattei, quando l’Italia seppe costruire una politica energetica fondata sull’autonomia strategica, sul rapporto con l’Africa e sulla capacità di negoziare fuori dagli schemi delle grandi potenze.
Oggi quel modello torna di attualità. Il cosiddetto “Piano Mattei per l’Africa” promosso dal Governo Meloni punta non soltanto alla cooperazione geopolitica, ma anche a trasformare l’Italia in un hub energetico del Mediterraneo. Gli accordi con Algeria, Libia, Tunisia e altri partner africani hanno già contribuito a ridurre drasticamente la dipendenza dal gas russo: una dipendenza che nel 2021 superava il 40% delle importazioni italiane e che oggi si è notevolmente ridimensionata grazie alla diversificazione degli approvvigionamenti.
È stata una scelta necessaria. Perché dipendere da pochi fornitori significa esporsi inevitabilmente a shock geopolitici, tensioni speculative e ricatti economici. Ma sarebbe un errore pensare che il problema riguardi soltanto gli idrocarburi. Anche una strategia energetica fondata esclusivamente sulle rinnovabili rischia di produrre vulnerabilità sistemiche. Il gigantesco blackout che colpì la Spagna dimostrò quanto una rete fortemente sbilanciata e non adeguatamente supportata da sistemi di accumulo e capacità programmabile possa diventare fragile.
Per questo il ritorno del nucleare nel dibattito pubblico rappresenta un cambio di paradigma importante. Dopo anni di tabù ideologici, il Governo ha riaperto il confronto sulle nuove tecnologie nucleari, dagli Small Modular Reactor fino alla ricerca sulla fusione. Non si tratta di nostalgia atomica, ma della presa d’atto di una realtà semplice: tutte le grandi economie industriali stanno investendo sul nucleare come fonte stabile, decarbonizzata e strategica. Francia, Stati Uniti, Cina e perfino diversi Paesi del Nord Europa stanno accelerando. Restare fuori significherebbe consegnare l’Italia a una marginalità industriale permanente.
Naturalmente questo non basta. Il costo dell’energia continua a rappresentare uno dei principali fattori di svantaggio competitivo per il sistema produttivo italiano. Le imprese italiane pagano spesso energia e gas molto più dei concorrenti europei e internazionali. Il rischio, denunciato anche da Confindustria, è quello di una lenta deindustrializzazione del continente europeo, con intere filiere produttive che migrano verso Paesi dove l’energia costa meno e la politica industriale è più aggressiva.
Serve allora un salto ulteriore: accelerare sulle infrastrutture energetiche, sbloccare le autorizzazioni sulle rinnovabili, rafforzare le reti, incentivare la produzione nazionale e costruire finalmente un vero mercato unico europeo dell’energia. Ma serve soprattutto una politica economica europea meno ossessionata dal formalismo contabile e più attenta alla sopravvivenza del tessuto produttivo.
Il rigore di bilancio è un valore e la disciplina fiscale non può essere abbandonata. Un Paese fortemente indebitato come l’Italia non può permettersi scorciatoie irresponsabili. Ma esiste anche un altro rischio: quello di trasformare il rigore in paralisi economica. Perché di rigore, se applicato senza realismo e senza una visione strategica, si può anche morire. Lo dimostra la storia europea degli ultimi quindici anni, segnata da austerità che spesso hanno compresso investimenti, salari e capacità produttiva senza risolvere strutturalmente i problemi.
La vera sfida è trovare un equilibrio tra sostenibilità dei conti pubblici e difesa della base industriale nazionale. Senza industria, senza energia competitiva e senza crescita economica, anche i conti pubblici finiscono inevitabilmente per peggiorare. Ed è questo il punto che oggi l’Europa sembra ancora faticare a comprendere.