In attesa di pubblicazione
Dopo Pasolini la borgata è sparita: io ho deciso di raccontarla in un romanzo che non si dovrebbe scrivere…
Tra cronaca, degrado e stereotipi, la periferia è diventata un luogo da sfruttare mediaticamente. Il mio romanzo, in attesa di un editore, prova a restituirle la sua umanità
Nessuno racconta la borgata. Qualche giornalista ogni tanto ci fa un pezzo. Sull’ultima rissa, l’ultimo stupro, l’ultima vecchia sfrattata da casa. La periferia è rimasta a Pasolini. Passato mezzo secolo. Anche più. Negli anni é diventato uno spazio televisivo. Qualcuno ci ambientava trasmissioni serali. Apparecchiato un tendone circense, convocava politici pronti a scannarsi a gettone. Un attore che millantava conoscenze dirette per via di un laboratorio recitativo. Un sindacalista malmostoso nello snocciolare cifre sul degrado. E qualche autoctono intimidito incollerito a cui si concedeva il giusto minutaggio e la disamina politicamente corretta. Organizzato il parterre, lo spettacolo andava a cominciare. Col conduttore/domatore a brandire il microfono come una frusta. E la caciara perfetta per la prima serata condita di spot pubblicitari di automobili di lusso e orologi tempestati di perline. Nel tempo, gli ascolti vennero meno.
La sceneggiatura si ripeteva, il caso umano annoiava, l’apocalisse annunciata tardava a manifestarsi e il domatore gongolava un pelo di troppo davanti alla tragedia, la camicia sartoriale e l’abbronzatura invernale denunciavano ben più che sei gradi di separazione. Così, la periferia s’é fatta sempre più periferica. Ci vedi micro troupe armate di cellulari sulle orme dell’efferatezza, dietro gli echi dell’assassinio, in caccia dell’orrore che ipnotizzi lo spettatore impedendogli di scanalare col telecomando. Poca roba. Una spruzzata di abominio intorno alle 23.00.
La borgata periferica nessuno la racconta più. Qualche film ambienta quadretti di malavita criminale hollywood style in grado di proporsi modello comportamentale, così da creare un indotto vestiario indispensabile per diventare immortali e vincenti e bellissimi e coraggiosi.
Da PPP ad oggi, gli intellettuali sono niente interessati a vedere e ascoltare e camminare lungo i vialoni sterrati: gli attuali scriba frequentano il minimo indispensabile giusto per acquisire i vari tipi di bamba senza dare nell’occhio, una puntatina di mezz’ora, davanti al baretto o parcheggiato sul confine degli orti oppure un appuntamento nel sottopasso del garage condominiale, sotto i ponti di collegamento tra i vari edifici multicolori che compongono il monoblocco condominiale. Così, in quel frangente momentaneo, l’intellettuale si fa una sua idea, fantastica una storia, butta giù un capitoletto doveroso nel nuovo romanzo costruito insieme all’intelligenza artificiosa, mai si possa dire di mancanza di impegno sociale, mai si possa mormorare che dei brutti sporchi e cattivi gliene freghi meno di zero (B. E. E. rimane traguardo inarrivabile). Tirando le somme e facendo la quadra, della borgata periferica ho scritto io. Ebbene sì.
Antistorico e politicamente non corretto, ho preso bloc notes e cellulare e portatile, buttato giù un romanzo conficcato in uno di quei casermoni crocefissi nei campacci aridi distesi oltre le spire serpeggianti del grande raccordo anulare avvinghiato attorno a Roma. Ho raccontato un condominio avviluppato/sviluppato grazie a un perfetto micro sistema basato sullo spaccio delle sostanze, la protezione dei condomini offerta dalle vedette, l’indotto che si crea attorno: kebabbari e bar H24 e minimarket e palestra e rivendite di monopattini elettrici e bici gravel con settanta kappaemme di autonomia e negoziame vario dagli abitini per dancefloor a occhiali in tre D. Universo concentrazionario perfettamente oliato e autosufficiente.
Il mondo perfetto (Jeremy Bentham applaude). Dentro il quale, un bel mattino, vengono calate trentacinque famiglie di immigrati ottenuta dal comune l’abitazione assegnata dalle graduatorie nelle liste d’attesa. E qui comincia l’avventura. Questo è il romanzo che ho scritto. E che mi mette in crisi. Perché non è mica di moda, svelare la rozzezza del pusher. Le vedette sono pezzi di merda senza arte né parte, affamati di soldi e strafatti di crack. Il capopiazza emana zaffate di sudore chimico, indossa per giorni lo stesso paio di mutande, presenta denti marciti e la ricrescita gli viene uno schifo.
La borgata è la borgata: niente mezzi pubblici, condomini che si puzzano di fame, muffa nei muri e odore di materia fecale stratificato nei tubi di scarico, non puoi ruotare il rubinetto del lavandino in cucina che assieme all’acqua verde scuro scarica il puzzo fognario. Eccola qua la borgata. Non c’è Accattone e il Cristo di San Pietro. Nessun rivolgimento morale, nessun sussulto etico, delle preghiere rimane il nome di Dio nominato con placida rabbia. Poveracci schiacciati dai reels dei social, aspiranti milf vagheggianti onlyfans, massima aspirazione farsi spaccino a mille euro settimanali. Il romanzo che non si dovrebbe scrivere. E che simile a un salmone prende a risalire controcorrente cercando l’editore. Perché racconta gli umiliati e gli offesi. Gli ultimi della Terra, che siamo tutti noialtri (possibile editore compreso).