La recensione
Amarga Navidad: Pedro Almodovar e le sue lacrime. La tristezza che non smette mai di tornare
Anche nell'ultimo film, il grande regista spagnolo riesce a parlare un linguaggio aperto e innovativo che affronta le questioni dell'anima
Ci sono film che raccontano una storia, e film che raccontano una ferita. Amarga Navidad appartiene alla seconda specie: non si guarda, si attraversa.
È un corridoio emotivo dove il lutto cammina scalzo, dove la tristezza si siede sul bordo del letto, dove il mal di testa pulsa come un metronomo che ricorda ciò che non è stato ancora elaborato.
Almodóvar, questa volta, non colora il dolore: lo ascolta. E mentre lo ascolta, piange.
Piange come il Nietzsche di Y. JALOM che somatizza nel mal di testa le perdite. Ogni metamorfosi prevede lacrime. Piange come un bambino che ha perso la base sicura.
Piange perché la perdita — quella vera — non ha ancora trovato un posto dove riposare.
Il film scorre seguendo, quasi senza volerlo, le tre fasi del lutto descritte da Bowlby.
Protesta
Raúl, alter ego dell’autore, protesta contro l’assenza. Scrive, riscrive, gira, cancella. La creatività diventa un gesto anti‑suicidio, un modo per scappare dalla morte immaginando poteri salvifici. Ogni parola è un tentativo di trattenere ciò che sta svanendo.
Disperazione Poi arrivano i sintomi: il mal di testa, i tranquillanti, l’insonnia.
Il corpo parla dove la mente non riesce più. La creatività diventa un farmaco improvvisato, un’automedicazione della tristezza e della separazione.
Il distacco
Ma il distacco non arriva. Il film resta sospeso nella disperazione, come se il lutto fosse ancora troppo vivo per essere lasciato andare.
È un dolore che non vuole essere chiuso, ma riconosciuto. Fra finzione e realtà si colloca il cinema, che qui non è più un artificio ma un luogo di sopravvivenza.
La scena dell’attacco di panico nella stanza d’ospedale — già filmata anni prima — rivela una verità clinica:
la memoria traumatica non distingue tra ciò che è accaduto e ciò che è rappresentato. Il cinema non guarisce: riattiva.
Eppure è l’unico spazio in cui Raúl può permettersi di guardare il trauma senza esserne inghiottito.
Il concetto della madre
Per chi conosce la cinematografia di Almodovar ritroviamo in dolor y glory il concetto della madre, della perdita, della gloria che non consola ma in chiave diversa
Infatti Salvador Mallo riusciva a trasformare il dolore in racconto. La madre, l’infanzia, il corpo malato: tutto trovava una forma, una cornice, un senso. Era un film di integrazione, di memoria come cura. In Amarga Navidad, invece, la memoria non consola: perseguita.
La madre non è più un ricordo che scalda, ma un vuoto che punge. Il corpo non è più archivio, ma sintomo. La creatività non salva: collassa.
È lo stesso tema — la perdita della madre — ma senza la grazia della riconciliazione.
Qui il lutto non è un cerchio che si chiude: è una porta che non smette di aprirsi.
E nella stanza accanto il concetto di morte che si può scegliere e quella che si subisce
La stanza accanto era un film sulla morte guardata negli occhi, sulla scelta, sull’eutanasia come gesto d’amore e lucidità.
In Amarga Navidad, la morte non è scelta: è temuta.
È un’ombra che si aggira ai margini della scena, un pensiero che la scrittura tenta di scacciare.
La creatività diventa un modo per restare vivi, per non precipitare, per tenere insieme ciò che si sta sgretolando.
In questo ultimo film ogni personaggio è un frammento di sé: Raúl è il Sé narrante, Elsa è il Sé ferito,
Monica è il corpo che ricorda attraverso l’angoscia.
È una triangolazione interna, una dissociazione controllata, un modo per distribuire il dolore in parti gestibili.
La poesia clinica del film
Amarga Navidad è un film che non cerca di trasformare il trauma in bellezza, ma di osservarlo mentre resiste alla trasformazione.
È il film più clinico di Almodóvar: il sintomo non è troppo nascosto, anzi spicca. Il più nudo. Il più vicino alla materia grezza dell’esperienza psichica.
Possiamo quindi concludere che Se in Dolor y gloria Almodóvar guariva tornando alla madre, e in La stanza accanto guardava la morte con lucidità, in Amarga Navidad piange, entra nella stanza della tristezza e ci rimane, esplorandola: perché la perdita non è ancora diventata forma accettata. E il cinema, fragile e necessario, resta l’unico luogo in cui il lutto può finalmente parlare.”